BENWAY SERIES # Michele Zaffarano – Cinque testi tra cui gli alberi (più uno) #

Marc van Elburg - Intrusion by an external force

Marc van Elburg – Intrusion by an external force

 

Dopo la breve segnalazione/recensione del libro di Giulio Marzaioli “Arco rovescio”, torniamo su BENWAY SERIES a ritroso, in particolare sull’uscita n°2 (maggio 2013), con il libro di Michele Zaffarano “Cinque testi tra cui gli alberi (più uno)”.

BENWAY SERIES è un progetto editoriale dedicato alle scritture di ricerca, che nasce nell’aprile del 2013 ad opera di Michele Zaffarano, Giulio Marzaioli, Mariangela Guatteri, Marco Giovenale.
Leggendo l’about del blog: “La serie di Benway forma un tracciato. Il tracciato è orientato, non predefinito. Ogni orientamento presuppone la ricerca di un luogo. La ragione di Benway sta nella ricerca.” (e più dettagliatamente la scheda in pdf), si evince la voglia e la necessità di mostrare e far conoscere un percorso alternativo, finora quiescente o meglio sommerso, alla scrittura poetica nostrana. Anzi alla “scrittura” tout court, in quanto BENWAY, pare, non fa distinzioni di genere: la “scrittura” è l’oggetto che verrà affrontato, analizzato, torto e ritorto, nelle sue più diverse forme, fino al dialogo, all’interazione e alla fusione con sistemi di segni che scaturiscono dalle nuove tecnologie e dai nuovi media.
Il percorso teorico è ancora lungo, non è facile dare una risposta univoca su cosa si intenda per “scrittura di ricerca”, ma la concretezza di questi primi 5 volumi di BENWAY SERIES indica già una via, piuttosto marcata e riconoscibile seppure, crediamo, con molte possibilità di intrapresa di strade parallele e perpendicolari (a tal proposito si veda la pubblicazione “EX.IT 2013 – Materiali fuori contesto“); una via comunque che problematizza l’approccio verso le nuove scritture e suggerisce molti spunti di riflessione. Certo è che l’Italia -come afferma Marco Giovenale- è gravata da una trentina di anni abbondante di arretratezza e stasi sulla scrittura, definiamola, “sperimentale”, essendo rimasta, nel migliore dei casi, impastoiata nelle anse del postmoderno e quasi totalmente sorda alla ricezione delle esperienze anglofone e francofone; sono mancate e mancano in parte ancora oggi le traduzioni, come palestra di confronto e di messa in discussione dei modi e dei concetti dello scrivere.

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Michele Zaffarano
Cinque testi tra cui gli alberi (più uno) = Five Pieces, Trees Included (Plus One).
English translation by Damiano Abeni (with Moira Egan).
Colorno : Tielleci, 2013. – 96 p. : ill. ; 19,5 cm.
(Benway Series ; 2).
10€



METAFISICA DELL’OVVIO
di Daniele Poletti e Pierfrancesco Biasetti

Il secondo volume della collana Benway series dedicata alle scritture di ricerca e edita da Tielleci è l’ultimo lavoro di Michele Zaffarano.
Questa breve raccolta di poesie civili, tradotte in inglese nello stesso volume da Damiano Abeni e Moira Egan, si inserisce nel solco segnato dalla nuova scrittura di ricerca in Italia, per la quale può essere preso come punto di riferimento il libro “Prosa in prosa”, edizioni Le Lettere – 2009, che comprende oltre a testi di Zaffarano, anche di Marco Giovenale, Andrea Raos, Andrea Inglese, Gherado Bortolotti, Alessandro Broggi.
La definizione di poesie civili per questi 6 (cinque più una premessa) testi non deve essere abbracciata nel senso più comune cui siamo abituati pensando, diciamo, a quel genere di poesia che va da Brecht fino a Pasolini, passando per Neruda e la Beat Generation. Quando ci troviamo a leggere i testi di Zaffarano la definizione di “poesia civile” può risultare fuorviante, se non addirittura provocatoria. Ma la chiave di volta, posta come premessa al libro (“La cognizione del dolore”), permette di dare un’interpretazione più articolata, rispetto al congedo di gratuità o provocazione.
I testi di primo acchito appaiono come poesie, ma solo nella forma: c’è una versificazione, si va a capo, c’è molto bianco, ma ciò non è altro che l’ultimo bagliore di una stella scoppiata eoni fa. All’interno di questo guscio formale ci troviamo ad esperire una scrittura orizzontale, un elettrocardiogramma piatto, dove stile retorica e soggetto sono stati oggetto di un’attenta epurazione. C’è un approccio definitorio, descrittivo ma inteso in senso iperverista, pur essendo lampante l’assenza di un’assoluta fede per il dato scientifico. Si adotta infatti un approccio impersonale in questi testi: in nessun modo l’autore sembra connotare ciò che ci presenta col candore dell’oggettività, quasi nella forma dell’abbecedario; ma allo stesso tempo questo modus scribendi risulta distante dalla pretesa scientista di restituire il reale nei suoi aspetti più puri e cristallinamente non fenomenici. In effetti queste poesie potrebbero essere considerate come “Nozioni minime sul reale ad uso di nuovi nati o extra terrestri”; non c’è la pretesa di esaurire un luogo o un oggetto, se ne danno alcune indicazioni basilari per coadiuvare le funzioni cognitive. Ma l’aspetto più potente di questa scrittura, apparentemente innocua, è squisitamente concettuale: il magnetismo verso ciò che non è esplicitato in questi testi che promana da ciò che leggiamo. Per usare un termine cinematografico il «fuori campo». Entrando in sintonia col metodo per le cose attuato da Zaffarano e leggendo nella poesia “Il libro”: “[…] Un libro iniziamo a leggerlo/partendo/dalla copertina/che spesso avvolge/le pagine del libro. […]”, si ha la netta sensazione di quanti dettagli siano taciuti su questo primo approccio con la forma libro e di come il nostro cervello, (di noi che non siamo né neonati né extra terrestri), tenda a completare ad arricchire ciò che è solo accennato. Questi accenni hanno l’orchestrazione del montaggio, ci sono momenti sensibili in cui si innesca prepotentemente l’intervento cognitivo del lettore; ne “I fiori” per esempio: “[…] Scopriamo quali sono/i fiori più diffusi/ scopriamo quali sono/i loro significati/nella tradizione popolare […]”. È evidente che il campo diventa molto ristretto, l’assemblaggio di rose, tulipani, papaveri, margherite, ciclamini e iris è frutto di una scelta precisa che, attenzione, potrebbe essere stata raggiunta con metodi casuali, matematici o anche emotivi, ma il risultato non cambia perché il resto, ciò che rimane fuori, lo produciamo noi come lettori, già a partire dalla frase cardine “i fiori più diffusi”.
“Cette histoire est veritable, je la donne comme elle est, sans ornements”, scriveva Robert Bresson sulla prima inquadratura del suo film “Un condannato a morte è fuggito”. Bene, Zaffarano non racconta storie, piuttosto elementi di possibili storie al grado zero della scrittura, non pretende la verità, sicuramente scrive senza ornamenti. Ma a parte questo, quali sono gli ipotetici punti in comune tra il libro in oggetto e il film di Bresson? Il fuori campo appunto, l’apparente semplicità rappresentativa, che attraverso il montaggio discrimina giocoforza una scelta sul reale e crea in ultima istanza una metafisica del quotidiano.

Marc van Elburg - with -against (sometimes)

Marc van Elburg – with-against (sometimes)

Dunque in cosa consiste la scrittura di Zaffarano?
Se c’è una cosa che può essere detta con certezza è che essa è una potente descrizione del descrivere. Seguendo la lezione della fenomenologia husserliana riguardo alla percezione del mondo e degli oggetti scrive Jean Paul Sartre ne L’imaginaire: “Considérons cette feuille de papier, posée sur la table. Plus nous la regardons, plus elle nous révèle de ses particularités. Chaque orientation nouvelle de mon attention, de mon analyse, me révèle un détail nouveau”. Ogni oggetto, anche il più banale come un foglio di carta, è passibile di un’infinità di possibili descrizioni, proprio perché la realtà è qualcosa di traboccante che è impossibile da esaurire attraverso lo sguardo del soggetto. Ed è questa caratteristica che ci permette di distinguere la percezione della realtà dalla sua riproduzione in immagine. Da questo punto di vista la poesia di Zaffarano, nella sua apertura potenzialmente infinita a questo traboccare, può essere ben considerata come un tentativo – sotto molti aspetti riuscito – di spingere la poesia «verso le cose stesse», oltre ogni forma di rappresentazione, necessariamente vincolata a un soggetto. E questa impressione sembra essere rafforzata dal testo posto in apertura della raccolta. Tornando infatti alla premessa (“La cognizione del dolore”) potremmo dare a questi versi un’interpretazione allegorica, che non si estenderà ai 5 testi successivi, ma che le conferirà lo status dichiarativo di poetica. Attraverso un’interpolazione di scritti gramsciani, tratti da Ordine Nuovo, giugno 1920, Zaffarano – sembrerebbe – suggerisce una riflessione sullo stato della scrittura sperimentale e di ricerca oggi, mettendo sul palco (secondo le definizioni di Gramsci) una classe egemone borghese, un cittadino/lavoratore e un processo rivoluzionario. Quasi se ne evince che non si dà più storicamente la possibilità di un processo rivoluzionario (allegoricamente della scrittura) all’interno delle pieghe di una classe egemonica (quella della Poesia, ancora oggi egemone), che concede o produce solo  parvenze, concetti e non concretezze sul processo rivoluzionario. È necessario ripartire dal cittadino, dal lavoratore, per affermare un nuovo corso della scrittura che scaturisce dalle funzioni minime del linguaggio: “attraverso il sobrio, nominalistico dettato descrittivo di questi versi, definitori del già noto, del ‘supernormale’ diremmo” (Alessandro Broggi su punto critico.eu: “Nota critica informale…), Zaffarano afferma «politicamente» la necessità di una rieducazione ad osservare e a leggere. Forse che “la cognizione del dolore” del titolo, vuole esprimere la disdetta per uno stato di cose ancora sclerotizzato su lirismo e postmodernismo? Potrebbe essere.
Oppure il riferimento non è altro che una traslazione allegorica dal romanzo di gaddiana memoria – dove le figure paterna e materna sono fortemente osteggiate e combattute – alla classe borghese, fino alla Poesia.

Marc van Elburg - follow-not follow

Marc van Elburg – follow-not follow

Il titolo della premessa è messo tra parentesi, come alcune parole chiave che si ripetono nel testo: concreto, per esempio, borghese. Se borghese ha afferenza diretta col testo preso in esame e con l’interpretazione che gli abbiamo dato, concreto e per esempio, anticipano in qualche modo le poesie successive: la necessità della concretezza, di partire e di rimanere nel dato sensibile, attraverso un’esposizione limpida, pedagogico/didattica, priva di asperità linguistiche o ritmiche. E l’intenzione di dare attraverso questa concretezza nient’altro che un esempio tra i tanti possibili di descrizione di qualcosa.
Zaffarano con i testi Gli Alberi, La Primavera, Il libro, I fiori, Le case ci dà un piccolo assaggio di una scrittura-metodo che potrebbe essere protratta all’infinito, esperimento che ricorda nel concetto le poesie elaborate col calcolatore elettronico da Balestrini. Perciò, così come potremmo estendere all’infinito la singola descrizione di un oggetto che è al centro di ogni composizione, potremmo anche estendere all’infinito gli oggetti descritti e quindi i componimenti possibili: così, per esempio, avremmo potuto leggere anche testi come I Iampioni, La tartaruga, Il tavolo, etc., ognuno di essi con la stessa intenzione riduzionistica, rivolta  nei confronti dell’oggetto quasi puro, senza il soggetto; e a sostegno di questa ipotesi vi sono gli apparati iconografici del libro che consistono in una fine cornice nera su sfondo bianco, con la didascalia di ciò che rappresentano (gli alberi, la primavera, etc.). Nessuna immagine, uno spazio vuoto così come è la coscienza che può riempirsi di volta in volta di infiniti oggetti. Proprio questo dettaglio sottende una costruzione intellettuale tutt’altro che ingenua e immediatista o solo intuitiva: si parlava in apertura di attenta epurazione. Come ci ricordano gli apparati iconografici la coscienza, pur essendo di per sé vuota, è pur sempre una cornice capace di limitare l’oggetto e di dargli una forma precisa. Ogni descrizione, per quanto potenzialmente infinita, poggia su una precisa scelta degli oggetti e delle loro caratteristiche da descrivere. E la dimensione di questa scelta non può che rimandare, -anche si trattasse di una coscienza quanto più pura per bucare il muro della rappresentazione e mirare direttamente alla realtà-, a una dimensione autoriale, a un “Io” posto come limite del campo visivo che è tanto più ingombrante quanto è occultato dalla apparente neutralità della scrittura. Il «metodo» di scrittura Zaffarano non  va quindi considerato un innocuo sciorinamento analitico e assoluto del reale e degli oggetti che lo compongono: esso consiste piuttosto nell’affermazione di come una potenziale serie infinita di prelievi porti a una sintesi, dunque a una realtà comunque autoriale. In un quadro di questo tipo viene spontaneo evocare la prospettiva deleuziana di differenza e ripetizione, per cui, all’interno di un impianto mimetico (letterario in questo caso), la ripetizione è un processo al cui termine i singoli elementi non sono interscambiabili e perfettamente simili e ciò permette di giudicare la ripetizione come differenza. Questo giudizio non è dato tanto l’intelletto, ma dalla memoria o dal cuore, organi della ripetizione. Proviamo dunque ad affermare che nella scrittura di Zaffarano esiste una tensione verso un’emotività metafisica attraverso i percorsi dell’ovvio.

Marc van Elburg - [against]

Marc van Elburg – [against]

PREMESSA  (LA COGNIZIONE DEL DOLORE)

Nel giugno del 1920
sull’Ordine Nuovo
Gramsci scrive
che quando in economia
quando in politica
è una classe
(è la classe borghese)
a decidere ogni cosa
il processo rivoluzionario
(concreto)
diventa realtà
soltanto in luoghi
che sono luoghi
sotterranei e oscuri
nell’oscurità delle fabbriche
(per esempio)
nell’oscurità delle coscienze
(per esempio).
E scrive
che questo processo rivoluzionario
(concreto)
non può essere
controllato
non può essere documentato
che gli elementi
che costituiscono
questo processo rivoluzionario
(concreto)
sono
(per esempio)
i sentimenti e le nozioni
le velleità e le abitudini,
sono
(per esempio)
i germi delle iniziative.
E scrive
che le organizzazioni
che sono nate
per trasformare
il processo rivoluzionario
(concreto)
in una realtà
(concreta)
sono nate nell’ambito
dell’egemonia di una classe
nell’ambito del concetto
(borghese)
di democrazia
per affermare
per sviluppare
la libertà
e la democrazia
ma solo come concetti
in generale.
E scrive
che in questo ambito
i rapporti considerati
sono solo quelli
tra cittadino e cittadino.
E scrive
che invece
il processo rivoluzionario
(concreto)
si compie nell’ambito
della catena di produzione
nell’ambito
(per esempio)
delle fabbriche,
che in questo ambito
i rapporti considerati
non sono più quelli
tra cittadino e cittadino,
ma quelli tra sfruttatore
e sfruttato,
che in questo ambito
per il lavoratore
non esiste libertà
per il lavoratore non esiste
democrazia,
e scrive
che il processo rivoluzionario
(concreto)
si compie
quando il lavoratore
non è niente
ma vuole diventare tutto
quando vuole diventare tutto
contro il potere
del proprietario
che è un potere
illimitato
che è un potere illimitato
sul lavoratore
(per esempio)
sulla donna del lavoratore
(per esempio)
sui figli del lavoratore
(per esempio). 

 

GLI ALBERI

L’albero è una pianta
fatta per la maggior parte
di legno,
le sue radici
si trovano sottoterra
sono attaccate
al tronco,
il tronco è attaccato
ai rami principali
ai rami più piccoli
alle foglie.
Il tronco
è ricoperto
dalla corteccia,
le radici
sono ricoperte
dalla corteccia,
le foglie invece
sono attaccate ai rami
per mezzo di steli.
Quando ci sono
molti alberi
che sono raggruppati
allora parliamo di boschi
allora parliamo di
foreste.
Esiste una parola
specifica
per definire un gruppo
di pochi alberi
raggruppati,
questa parola
che definisce un gruppo
di pochi alberi
raggruppati
è la parola boschetto.
Gli alberi
sono piante
perenni
perché vivono
più di due anni.
Gli anni degli alberi
li possiamo contare
dai cerchi concentrici
del tronco.
Se il tronco
viene tagliato
alla base
l’albero
diventa un ceppo,
se gli alberi
producono frutta
possono essere raggruppati
in frutteti.

 

Un ringraziamento particolare all’artista olandese Marc van Elburg che ha gentilmente concesso l’utilizzo delle immagini delle sue opere. Potete visitare il sito dell’artista a questo indirizzo: http://tellab.home.xs4all.nl/

A special thanks to Dutch artist Marc van Elburg who kindly allowed us to use images of his works. You can visit the artist’s webpage here:  http://tellab.home.xs4all.nl/

 

Michele Zaffarano

Michele Zaffarano

Per esempio: E l’amore fiorirà splendidamente ovunque (La Camera Verde,  2007), Il culto dei feticci nell’Italia contemporanea (La Camera Verde, 2007), A New House (La Camera Verde, 2008), Bianca come neve (La Camera Verde, 2009), Wunderkammer, ovvero come ho imparato a leggere (in «Prosa in prosa», Le Lettere, 2009). Per esempio, sull’antologia Poeti degli anni zero (Ponte Sisto, 2011). Per esempio, su «il verri», su «Nuovi argomenti», su «Testo a fronte», su «L’Ulisse», su «l’immaginazione», su «Nioques», su «Or».
Per esempio, traduce Pierre Alferi, Alain Badiou, Samuel Beckett, Olivier Cadiot, Isidore Ducasse, Jean-Michel Espitallier, Gustave Flaubert, Jean-Marie Gleize, Jean-Luc Godard, Emmanuel Hocquard, Véronique Pittolo, Georges Perec, Francis Ponge, Nathalie Quintane, Charles Reznikoff, Denis Roche, Christophe Tarkos, Voltaire. Per esempio, fonda il sito gammm.org. Per esempio, dirige la collana «chapbooks» (Arcipelago, Milano). Per esempio, installazioni sonore. Per esempio, ha girato Le vacanze della Camera (2012), Le conseguenze della pietà filiale (2012), Hamlet in the Dark Pt. II (2012), S. O. (2012). Per esempio, all’ultima edizione di «RicercaBO – Laboratorio di nuove scritture» (Bologna, novembre 2012).



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