
Per la prima volta viene raccolta e pubblicata, da [dia•foria, tutta l’opera poetica edita dell’artista e scrittore Gianni Toti. Qui presentiamo il secondo volume che completa il progetto.
Il poesimista, Rebellato Editore, Quarto d’Altino 1978
Compoetibilmente infungibile, Lacaita, Manduria 1979
Strani attrattori, Empiria, Roma 1986
Postreme cosmàgonie dal desertron, Ripostes, Salerno-Roma 1990
Vinerotìe, Il gatto dell’ulivo, Balerna 1996
Audace l’occhio, Edizioni Ulivo, Balerna 1998
I penultimi madrigali, Fahrenheit 451, Roma 2004
poesie, «prove di letteratura e arte», n. 5, 1961, a firma Francesco Toti Gnoli
da Che c’è di nuovo?, «prove di letteratura e arte», n. 10/11, I° Premio
letterario Prove – Città di Rapallo 1962, a firma Giovanni M. Toti
L’uomo scritto, Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 1965
Penultime dall’al di qua, Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 1969
Tre ucronìe della coscienza infelice, Editrice I Centauri, Roma 1970
chiamiamola POEMETÀNOIA, Carte Segrete, Roma 1974
Per il paroletariato o della poesicipazione, Umbria Editrice, Perugia 1977

GIANNI TOTI – OPERA POETICA 2
Formato: 15×23 cm
Pagine: 560
Prezzo: euro 27,00
Testi critici di: Francesco Muzzioli, Antonio Belfiore e Silvia Moretti
a cura di Daniele Poletti e Francesco Muzzioli
[dia•foria, marzo 2026
collana: TOTALE
PER INFO E ORDINI SCRIVETE A: info@diaforia.org
Dalla prefazione di Francesco Muzzioli:
[…]
In quel periodo attorno agli anni Sessanta si è parlato di
“guerriglia semiologica”, ma quella di Toti risulta diversa da ogni
altra. Questo problema, della distanza di Toti dalle tendenze sperimentali
a lui coeve – che in fondo nascevano tutte dallo stesso
clima – mi ha sempre occupato e un poco preoccupato: la si può
ricondurre al carattere indipendente che non sopportava mescolanze
con altri e quindi evitava gruppi e gruppetti (anche con gli
amici romani che provammo ad unire – c’erano Mario Lunetta,
Carla Vasio, Lamberto Pignotti – partecipò per poco tempo); o la si
può capire con l’insofferenza verso le formule e le parole d’ordine.
Tuttavia, c’era qualcosa di più profondo. Le operazioni di nuova
avanguardia (o “seconda avanguardia”, come preferisco chiamarla
adesso) erano improntate all’intervento contro la mercificazione
del linguaggio: quindi si trattava di produrre l’anti-merce (vale a
dire: l’anti-poesia, l’anti-romanzo) in modo da non essere fagocitati
nel meccanismo del consumo. Bisognava quindi che il linguaggio
poetico facesse qualcosa di meno, rispetto all’impiego abituale.
Invece, la tendenza di Toti consisteva nel far fare al linguaggio
qualcosa di più, scatenando tutti i livelli neoformativi di creatività
rimasti latenti. Combattere lo standard della merce per eccesso.
Insomma, un’ipotesi plausibile è che la distanza dal “fronte ampio”
del Gruppo 63 sia analoga a quella tra guerra e guerriglia. E come
la guerriglia tende a liberare porzioni di territorio, così trasportata
nel linguaggio può esprimersi, felicemente e addirittura con euforia,
nel libero gioco. Il tipo di operazione totiana era, semmai, in
relazione con la prima avanguardia, in particolare con i russi di
inizio Novecento (quelli della “parola come tale” che egli citava):
non a caso la seconda parte di Strani attrattori, una delle sue opere
più avanzate, è dedicata a un poemetto in varie sezioni intitolato
Il tredicesimo apostolo che è una prosecuzione ideale, sia pur in
altro contesto, dei Dodici di Blok, così come in altri luoghi vengono
omaggiati Majakovskij e Chlebnikov. Certo, preliminarmente,
occorre sgombrare il campo da un’obiezione
che si può fare rispetto all’idea di una guerriglia linguistica.
Un’obiezione che forse sono due, se non addirittura tre. Dice l’obiezione
che, rispetto alla ribellione in armi, la messa in agitazione
del linguaggio risulta più debole e in qualche modo irrisoria.
Che, se il proletariato diventa “paroletariato” si perde lo schema
della lotta di classe, perché tutti i parlanti sono “paroletari”. E
inoltre che dalle esperienze della guerriglia dovrebbe nascere una
poesia “impegnata” sul tipo di quella che ha fatto seguito alla
Resistenza, scritta con un linguaggio semplice e popolare e non
con le acrobazie verbali e i calembour. La risposta, che si va configurando
in quegli anni, è che non si tratta di consolidare nuovi
poteri sia pur rivoluzionari (uno dei calembour totiani riguarda
proprio la «sdettatura del poetariato»7), ma di mantenere sempre
la carica propulsiva allo stato nascente e per questo occorre
potenziare al massimo la dinamica del linguaggio in quel settore
in cui è meno condizionato dalle attività pratiche, l’“anello debole”
del linguaggio che è la poesia o la letteratura in genere.
Dal saggio di Silvia Moretti:
[…]
La parola per Toti è sempre stata per definizione parola-immagine.
Già nel 1968 in un articolo apparso ne «La rivista del
cinematografo» affermava: «Le poesie si apprendono visivamente
nella loro superficie prima che nelle relazioni fra le parole e i
segmenti semantici» (n. 6-7, giugno-luglio 1968, p. 80).
Finalmente in Per una videopoesia le parole possono
guadagnare il movimento, mostrarsi nel loro comporsi, trasformarsi
in “verbimmagini sonore silenziate”. E l’uomo scritto, identità del
poeta a partire dalla sua prima raccolta omonima di versi, diventa
uomo letto. Lo statuto della poesia intesa come “composizione
scandita dagli a capo in una visione antieconomica della pagina”
è giocoforza messo in discussione. Il simultaneismo della visione e
il modello della sinestesia ricalcano idealmente le tavole parolibere
dei futuristi, e ancor prima quell’Un coup de dés di Stéphane
Mallarmé (1897) o la composizione Voyelles di Rimbaud (1874) ai
quali Toti dedica l’anno successivo due videopoemetti.
Per una videopoesia rappresenta il tentativo di ricombinare
l’alfabeto preesistente della poesia visiva per fondare il nuovo
alfabeto della poesia elettronica. Nel comporla Toti ripercorre
alcune tappe della scrittura verbo-visiva: cita il “poesuono” di Man
Ray, le ”poesie da masticare“ di Pignotti e trasforma la pipa di
Magritte nella videopipa di René Magrittoti.
Il video si compone di singoli capitoli autonomi, pensati in
origine per riempire intervalli pubblicitari, mai andati in onda. In
uno di essi Toti sovrascrive sull’immagine di un giovane i pronomi
personali io e tu in successione. Intitola la prima combinazione
ioismo, la seconda tuismo e la terza (con la sorpresa del tu
ribattezzato in tv) egotismo. Il riferimento è a Individualista del
poeta visivo Ladislav Novak e ancor più a Egoismo, composizione
della coppia Joseph Hirsal e Bouhumila Grögerová, giocata sull’al-
ternanza dei primi due pronomi. Esempi familiari per Toti, presenti in
due volumi che conosceva: Verso la poesia totale di Adriano Spatola
(1978) e poi La scrittura verbovisiva e sinestetica di Lamberto Pignotti
e Stefania Stefanelli (1980). Ma Ioismo è anche il titolo di una poesia
della raccolta totiana Compoetibilmente infungibile del 1979.
Toti inietta nel discorso elettronico scritto e declamato una
forte componente autoreferenziale, spesso non dichiarata. Quando
scrive e recita la parola poesia scandendola nei tre segmenti poi-esia,
ripropone per la pagina-schermo la stessa formula impiegata
in varie occorrenze nella raccolta Per il paroletariato o della
poesicipazione (n. 95 e n. 69).

Dal saggio di Antonio Belfiore:
Occuparsi della poesia di Gianni Toti a partire dalla fine degli
anni ’70 non può prescindere dal considerare che, in quegli anni,
il poeta intraprenda parallelamente una nuova ricerca, estendendo
la propria pratica poetica al video, in continuità con l’esplorazione e
lo scardinamento dei linguaggi. Infatti, fattosi ”poetronico“, ovvero
poeta elettronico, Toti decide di portare il medium poetico verso nuovi
spazi, a indagare la potenzialità verbale secondo inflessioni inedite,
allo stesso tempo visive e sonore, spaziali e dinamiche, gestuali
e astratte. Secondo un processo di continua espansione, questo
percorso porterà alla produzione di videopoesie, videopoemetti e
VideoPoemOpere, in un superamento del cinema e della pellicola,
per cimentarsi con i nuovi strumenti elettronici – impiegando nastro
magnetico e mixer, integrando negli anni i primi sistemi digitali e di
computer grafica – nuove forme di arte totale, dove la componente
poetica rimane in ogni caso centrale.
Dopo aver sperimentato con la giocosità verbale di una
poesia che disfa la convenzionalità e la staticità della lingua, avendo
inoltre già esplorato la poesia concreta, la poesia visiva e alcune
forme di cinematografia più canonica, con l’aprirsi degli anni ’80
arriva per Toti il momento di attraversare e superare le esperienze
fino ad allora accumulate, spinto dalle possibilità che le nuove
tecnologie e i loro sistemi di comunicazione stavano dischiudendo.
Mentre il mondo reclama nuovi spazi e modi di espressione, Toti
sente che la ricerca elaborata attraverso la scrittura non può più
limitarsi ai vincoli del supporto tecnico della pagina.
A questo riguardo, è bene ribadire come nelle videopere
totiane rimettere in gioco la pratica poetica non significhi archiviare
i lavori pregressi: nel perseguimento di nuove forme intermediali
in cui la “poesia totale” possa trovare luogo, la voce della poesia
edificata negli anni precedenti rimane come pedale di fondo,
inclinazione che plasma e modella nuove forme. Il permanere della
poesia nelle opere elettroniche non si limita alla presenza di versi
– che, come approfondirò, attraverso processi semiotici diversi
rimangono comunque elemento costante in tutte le videopere.
Per Toti la poesia rimane innanzitutto un modo del tutto personale
– e insieme universale – con cui relazionarsi e comprendere il
mondo: il poeta, con la propria individualità, forgia una lingua
che è in realtà la via più diretta, ma non consumisticamente
funzionale, per descrivere il mondo. Inoltre, la lingua poetica
può costruire, attraverso la messa in discussione del linguaggio
stesso, un’interpretazione del mondo, e quindi formare un nuovo
pensiero che possa cambiarlo. In questo senso, la poesia è un
afflato verso il futuro, non preservazione di forme e compostezza,
e proprio per queste ragioni Toti sente l’esigenza di estendere
questa tensione verso mezzi di comunicazione nuovi, più dinamici,
più pronti e reattivi al corpo a corpo con l’esterno. I flussi e i
ritmi elettronici rispecchiano la rapidità mentale e associativa del
mondo contemporaneo, a cui Toti non vuole cedere il passo. In
questo processo, la poesia si preserva proprio quando fa a meno
di una parte di se stessa: se per Toti essa è sempre stata anche un
interrogarsi sulle proprie possibilità, appare allora naturale che
il contesto socioculturale in cui ha operato – pur mantenendo un
percorso personale – lo abbia reso particolarmente ricettivo verso
la sperimentazione di una nuova poesia in video.


GIANNI TOTI, nato a Roma nel 1924, partecipa alla resistenza partigiana ed è per molti anni giornalista de «l’Unità» come inviato speciale (1946-1968). Figura intellettuale e sperimentatore assai versatile è conosciuto a livello internazionale come fondatore della “poetronica”, poesia che si esprime con i linguaggi dell’arte elettronica. Con i suoi lavori di videoarte, definiti “video-poesie” e “VideoPoemOpere”, ha partecipato a tutti i principali festival internazionali. Ha vissuto negli ultimi anni tra Roma e il castello elettronico di Montbéliard, in Francia. Fin dai primi anni Ottanta, sedotto dalle favolose prospettive dell’elettronica applicata
all’arte, realizza in questo campo opere in cui musica, parole e immagini interagiscono secondo modalità rivoluzionarie rispetto a quelle ormai consuete dello spettacolo live, del cinema e della televisione. Gianni Toti Poeta «poetronico» – come preferiva autodefinirsi da quando aveva scelto il video quale mezzo d’espressione – è stato romanziere, poeta, videoartista, saggista, traduttore, scopritore e “importatore” di testi inediti e underground – anche insieme alla moglie Marinka Dallos, pittrice naïf – scovati ai quattro angoli della terra, attore, regista televisivo e cinematografico. Ha animato dibattiti, fondato e diretto riviste, tra cui «Lavoro», il rotocalco della CGIL, e il longevo trimestrale «Carte Segrete»; ha ideato collane editoriali, tra cui «I taschinabili». Ha pubblicato numerosi libri di poesia, due irromanzi, raccolte di racconti, saggi critici e reportage dal mondo; ha diretto un non-film (… E di Shaul e dei sicari sulle vie da Damasco, 1973) e alcuni mediometraggi e cinegiornali; ha realizzato oltre dodici opere in video, tra trilogie, videopoemi e videopoemetti. Questo artista singolare e proteiforme ha attraversato il secolo scorso animato da sorprendenti intuizioni che lo hanno posto sempre all’avanguardia dei movimenti artistici e culturali. Dalla sua complessa biografia si ricava l’immagine di un intellettuale organico, costantemente in bilico tra riflessioni teoriche, creatività pura, attività editoriale e impegno politico. Gianni Toti è morto l’8 gennaio 2007.

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