BLOW UP (dicembre 2025) < = > [dia•foria: in cerca di scritture complesse (incontro con Daniele Poletti)

BLOW UP , dicembre 2025, esce un articolo su [dia•foria e Daniele Poletti, a cura di Vittore Baroni, nella rubrica «CABINET OF CURIOSITIES, stranezze e rarità tra ieri e oggi». Riportiamo le scansioni direttamente dalla rivista, ringraziando il direttore Stefano Isidoro Bianchi e naturalmente Vittore Baroni.
Più in basso pubblichiamo l’intera intervista che Baroni aveva sottoposto a Poletti e, che motivi redazionali, è stata adattata alle due pagine dedicate.

 

 

 

 

 

INTERVISTA COMPLETA A DANIELE POLETTI (a cura di Vittore Baroni)

 

– Nel campo della musica contemporanea, ci sono generi, autori od opere specifiche che avverti in sintonia con le ricerche della “scritture complesse” di cui solitamente ti occupi?
D’acchito e in senso estensivo ti risponderei che la musica è già di per sé un medium complesso, perché come il cinema ha tutta una serie di livelli tecnici che la rendono materia articolata, stratificata, polivalente e quindi può rappresentare per la scrittura un’inferenza continua, una sorgente che penetra nei modi più inusitati nella rielaborazione letteraria. Dalla vocalità radicale al progressive rock, dalla contemporanea al free jazz, passando per la cultura industriale, il pop, il rock e la musica etnica, sono tutte fonti potenzialmente trasfigurabili.
Se devo invece stare più alla lettera della tua domanda: non sono più aggiornato come un tempo sulle ultime tendenze della sperimentazione sonora ‒ termine quello di “sperimentazione” che oggi solo la letteratura italiana teme di utilizzare, come se fosse un tabù, mentre la musica le arti in generale, anche all’estero, ne fanno ancora un uso sensato ‒ perciò rischierei di fare degli esempi poco attuali.
Tuttavia, o onor di aneddoto la prospettiva critica delle “scritture complesse” prende proprio avvio da un prestito terminologico dalla musica contemporanea, quello della “nuova complessità” dei Ferneyhough e dei Lachenman, per poi strutturarsi attraverso la filosofia di Morin, Deleuze, Bourriad, Bifo ecc e di tutto il pensiero radicale da Latouche a Fisher. La prospettiva complessa in letteratura ha come privilegiato punto di indagine tutte quelle esperienze che oltrepassano il concetto di “canzone” inteso in senso strettamente narrativo e consequenziale, per aggiungere un margine di indisponibilità, una sottrazione dalla canonica rappresentazione identitaria. La scrittura complessa aspira ad essere una chiave transtorica che individua disposizioni di divergenza dalla norma e dal normativo in ogni epoca, dalla Scuola siciliana del ’200 a Burchiello e Ariosto, fino a Lyacos, ME, Federico Nervi, Cărtărescu etc.
E comunque non ho fatto i nomi! Gran parte della musica contemporanea rispecchia certe modalità composite di una specifica complessità in scrittura, penso in senso sparso e ridottissimo ‒ a parte ai citati prima ‒ a Luciano Berio, Iannis Xenakis, Gerard Grisey, Antonio Agostini (per rammentare un grande compositore in zona mia, Versilia/Viareggio), ma si può sconfinare tranquillamente dalla musica colta alla “popular music”, intesa nel senso più ampio possibile, citando a caso Art Bears, Death, Tim Buckley, Matmos, Maurizio Bianchi, Makigami Koichi, Naked City, Antony Braxton, Radiohead e molti molti altri.

– In quali modalità la ricerca sonora si può relazionare oggi con la sperimentazione letteraria?
Partendo dal fatto che la sperimentazione in letteratura, almeno in Italia, è diventata più rara e in certi casi è un’addomesticazione dovuta all’introiezione acritica dei codici e alla semplificazione indotta dal demone del presenzialismo, ritengo che la ricerca sonora sia sempre più avanzata di quella letteraria, in ragione di una mentalità più duttile, mobile a volte, per fortuna, impudica. In effetti i musicisti o gli artisti che si prestano alla scrittura sono spesso, non sempre, più interessanti dello “scrittore” di mestiere. Rilevo comunque, dal mio minuto punto di vista, che anche le sperimentazioni musicali più estreme, cioè quelle che esistono non grazie alle major, spesso sono autoreferenziali, fanno della ricerca un’isola di identità esclusiva per un certo numero di soci, utilizzando, ancora, una codificazione e un’espressività riconoscibili, collocabili, sempre per un certo senso di appartenenza.
Non trovo ci sia un grande dialogo tra la ricerca sonora e letteraria oggi. Quando assistiamo a delle letture pubbliche “sonorizzate”, ad esempio, nel migliore dei casi il risultato è un tappeto sonoro, con qualche picco qua e là, informale, adattabile a qualsiasi circostanza. Diverso il discorso per libretti o testi appositamente concepiti per opere o concept. Però ritengo ci sia sempre un equilibrio sbilanciato tra le due espressività, in un senso o nell’altro, spesso c’è un rapporto di, per così dire, sudditanza. Le importanti, non recenti eccezioni, che mi sovvengono sono quelle di Berio/Sanguineti, Nono/Cacciari, Balestrini/Stratos e naturalmente Carmelo Bene che trasfigura la parola attraverso il corpo della voce.

– In aggiunta a veterani quali Giovanni Fontana o Jaap Blonk, esiste una nuova generazione di autori in grado di attraversare e fondere i linguaggi, aggiornando e portando avanti il lavoro sulla “parola parlata”?
Esiste, come si sa, il fenomeno dello “slam poetry”, sorta di esibizione/gara poetica dove i vari partecipanti salgono sul palco per la declamazione dei loro testi. Non credo che questa modalità sia una forma nuova di intermedialità, anzi mi pare che, con forti altalene sulla qualità dei testi, si tratti di una semplice lettura in pubblico, con più o meno capacità recitativa, con più o meno appeal. L’oralità è una dimensione importante del testo, ma se diventa didascalia o ornamento, a mio avviso è preferibile che il testo rimanga muto. Mi vengono in mente alcuni nomi come Serena Di Biase, Alessandra Greco e Sara Davidovics che fanno un lavoro molto interessante sul crinale delle arti, per il resto la stagione del corpo è quiescente, quella del corpo che vibra, del corpo incandescente che intrattiene col testo un rapporto di esposizione e elevazione a potenza.

– Come definiresti l’area di queste “scritture complesse”, indagato da  [dia•foria nella antologia Continuo: sono autori irregolari, che non rientrano in nessuna delle tipologie finora storicizzate della sperimentazione letteraria (dalla Poesia Visiva alla scrittura asemica)?
Come accennavo in precedenza quella di “scrittura complessa” è una prospettiva critica, non è un manifesto o un’indicazione di direzione (se non in senso politico-sociologico), non vuole fare scuola. La “scrittura complessa” individua quelle scritture che sono irriducibili ad equazioni interpretative nette e certe e che intrinsecamente sono dissidenti rispetto alla parola del potere, quella che uniforma e pialla i linguaggi con la volontà di instaurare un linguaggio dell’“amministrazione totale”, come scriveva Marcuse. Perciò non può parlarsi di “area”, non c’è il concetto di tribù e di appartenenza, la complessità è uno strumento per individuare autori e opere con i percorsi più disparati: dall’outsider, all’esordiente, all’autore con il suo curriculum non necessariamente sperimentale, che magari produce una o più prove che sono scarto dalla sua norma (un esempio che mi viene facile, seppure rovesciato, è il caso di Sebastiano Vassalli dei primi lavori rispetto ai tre quarti della sua produzione successiva, informata al romanzo più tradizionale; per dire che non c’è una regola di uniformità, si guarda alla potenza dell’opera).

– Con quale criterio selezioni nuovi autori per le tue edizioni?
Quasi ogni autore di [dia•foria è stato invitato a Viareggio e diventato un amico.Vino e cibo. Convivialità!
Al di là della battuta (però è la verità) ci sono due percorsi molto chiari: il recupero di autori storici della sperimentazione, o di opere dimenticate o scomparse e l’accoglienza di quegli autori viventi, senza discrimini generazionali, che portano avanti un lavoro di ricerca sulla concettualità, progettualità e qualità del testo. L’ultimo aggettivo è sicuramente il più scivoloso, ma credo di poter dire che si capisce quando uno scrivente scimmiotta i codici senza conoscerli e senza, soprattutto, la capacità di riforgiarli. Suona sordo, non fa più per noi. Per tutto il resto delle scritture poetiche o in prosa che seguono linee più canoniche, ci sono decine di editori adatti allo scopo, [dia•foria opera in modo molto più specifico.

– Che tipo di reazioni ha il pubblico (suppongo di nicchia) e la critica accademica nei confronti di ricerche letterarie così radicali?
Per quanto riguarda il pubblico, esiste una comunità di interessati, abbastanza frastagliata tra addetti ai lavori, lettori curiosi, scrittori stessi, che non coincide del tutto con il cosiddetto “pubblico della poesia”, proprio in ragione della multiformità delle proposte. Naturalmente parliamo, come tu dicevi, di numeri contenuti, i nostri canali non sono nazionali, boicottiamo la distribuzione, abbiamo qualche libreria fiduciaria in Italia, ma siamo a tutti gli effetti un tassello di “esoeditoria”. Per quanto riguarda il coté accademico il lavoro da fare a livello di coscienza, conoscenza e abbattimento del pregiudizio è ancora ingente e lungo, ma negli ultimi 20 anni hanno cominciato a spuntare tesi di laurea su Spatola, Gruppo 63, Emilio Villa, Augusto Blotto, ecc anche e soprattutto grazie alla volitività e alla tenacia di giovani studenti. Per fortuna, d’altro canto, ci sono docenti preparati sulla contemporaneità, che sanno collocare e apprezzare l’accelerazione delle dissoluzione delle forme nel novecento, diciamo da Schömberg in poi. Ma in generale si parla di eccezioni e la loro possibilità di dedicarsi ad eventuali collaborazioni è sempre messa a repentaglio proprio dal sistema universitario del profitto accademico.

– Gli anni ’60-’70 sono stati particolarmente fertili nel campo delle sperimentazioni verbo-visuali e delle ricerche “intermedia”, una ricca stagione di scoperte e innovazioni che rischiano di essere obliate: è questo il motivo per cui[dia•foria ha ristampato opere fondamentali di autori storici come Adriano Spatola o di personaggi meno noti come Silvano Martini e Antonio Syxty?
Quegli anni sono un opificio insostituibile di esperienze, ricerche e sperimentazioni. Il lavoro di [dia•foria nasce dalla necessità di riportare all’attenzione certe opere fondamentali, che al tempo erano pubblicate anche presso grandi editori (due esempi non da poco L’oblò di Spatola che uscì per Feltrinelli e Una forma di lotta di Pignotti per Mondadori) e che oggi possono essere riproposte solo nell’ambito della piccola e microeditoria. L’operazione di ripubblicazione non è mai una ristampa fine a se stessa, ma un’operazione che rivivifica il testo con apparati critici nuovi, materiali spesso inediti, ecc. C’è poi, come dicevo prima, un percorso parallelo sugli autori viventi, tra i quali a volte si ha la fortuna di scoprire opere totalmente inedite o quasi di uno spessore e una rutilanza commoventi. È proprio il caso di Antonio Syxty, di Morena Coppola, Federico Nervi… Mentre Martini è uno dei nostri recuperi eccellenti, sul percorso dell’antiromanzo, rilanciato grazie al benestare di Anterem di Verona.

– La figura del poeta o del letterato ha avuto nella storia momenti di minore e maggiore incidenza sulla vita sociale, oggi pare soccombere alla narrazione dominante, si avverte poi una forte spaccatura anche tra gli intellettuali più illuminati e le lotte politiche e sociali in atto: è una frattura da ricomporre, o ritieni che la trasgressione dei canoni convenzionali della scrittura sia già di per se una presa di posizione etico-politica?
Questa è una domanda estremamente importante. A me pare che la classe intellettuale sia scomparsa, o meglio si sia e sia stata insabbiata in una sorta di lungo letargo della tartaruga. Negli ultimi trenta anni il ruolo illuminato degli intellettuali, sugli aspetti politico-sociali, si è trasferito su alcuni comici, che hanno poi fatto la fine di quei giornalisti più “scomodi” verso il potere, cioè sono diventati rumore di fondo. Ma è evidente che non è possibile affidare il contraddittorio allo spettacolo e alla risata intelligente, tutto diventa conforme gioco delle parti e intanto il potere, quello più bieco, becero e pericoloso delle destre ultraliberali e colonialiste, può prosperare a scapito di quelle classi sociali più deboli ‒ ma anche sostegno, queste classi, di intere nazioni ‒ che vengono continuamente spremute, tartassate e messe in stallo dal miraggio del benessere diffuso. Questo è l’andamento del nostro e di altri paesi e gli intellettuali engagé, quelli che si oppongono fermamente, fuori dalla politica alla politica e concorrono a costruire la coscienza di un popolo fantasma, sono latitanti, non dialogano con le istituzioni, non esiste altresì una sinistra che sappia esprimere, senza ingerenze, nuove figure di coscienza sociale. Secondo questa prospettiva e in relazione al mondo malato del lavoro, che sottrae più del cinquanta per cento di vita a un individuo, con ritorni economici vergognosi, l’effrazione del canone letterario è una forma politica di resistenza alla semplificazione anche umana che ci circonda; una dimostrazione di come il reale sia stratificato e complesso appunto; una metafora estetica su come sviluppare un pensiero critico e sottrarsi dalle spire della servitù volontaria. Nella mia posizione di operaio mi è impossibile partecipare attivamente alla vita politica, manifestare concretamente, il sistema è troppo stringente, cerco di fare qualcosa con l’impegno sulla letteratura.

– Con le infinite possibilità offerte dalle nuove tecnologie, il tradizionale libro fisico come sopravvive e si rapporta ad un’epoca in cui la multimedialità e la fruizione in digitale paiono essere divenuti il nuovo standard?
Credo e mi auguro che il libro avrà ancora vita molto lunga. Del resto negli ultimi venti anni l’LP è tornato prepotentemente alla ribalta, si spera che l’“analogico” tenga il colpo! Il problema è che si legge poco e cose spesso di dubbia qualità, questo fa entrare l’industria editoriale in un gorgo inestricabile di crisi: si abbassa sempre più il livello delle pubblicazioni per interessare un pubblico più ampio. Purtroppo questo pubblico è frutto di uno sgretolamento che vede la sua accelerazione con il sistema berlusconiano e ci vorranno anni per ricostruire un’alfabetizzazione minima individuale. Ma appunto sta anche agli editori e ai librai scommettere su titoli e autori fuori norma, almeno in nome della tanto strombazzata pluralità.
Il comportamento di tanti giovani studenti (questo mi è sembrato di scorgere) è quello di rivolgersi anche ai canali tecnologici perché un ebook o un pdf sono più facilmente malleabili nella prospettiva di una citazione ad esempio. (Anche se l’ebook sconvolge il concetto di libro eliminando la numerazione delle pagine e dando conto di un avanzamento percentuale della lettura, questo non credo sia cosa buona). Ma in linea di massima molti sono ancora innamorati della carta, è che spesso fanno fatica ad acquistare per motivi economici.

– Hai operato a lungo a cavallo tra performance art e altri linguaggi, interessandoti anche a personaggi della Industrial Culture, mentre oggi il tuo lavoro si esplica soprattutto nella scrittura: cosa stai approntando, sia nella tua produzione personale che con [dia•foria?
Sì la performance art è stata una stagione piuttosto lunga e importante per me, ma di base il mio lavoro è sempre stato sulla scrittura, poi nel 2010, esaurite certe istanze, ho attivato il progetto editoriale [dia•foria. Avevo bisogno di una dimensione più ritirata e “politicamente” più esposta a un tempo. Per la performance sto comunque accarezzando qualche nuova idea, ma in relazione al corpo-voce, non più quelle scorribande fisiche di un tempo, gli anni passano!
Per quanto riguarda la mia scrittura personale sul finire del 2024 è uscito, per Anterem di Verona, I taglienti – trusioni e sfalci dall’Ordet, un progetto su cui ho lavorato quasi otto anni, questo ti dice che non sono molto prolifico. Per [dia•foria i progetti attivi sono molti, ci vorrà tempo, ma cercheremo di fare tutto. Per dare qualche accenno: con Luigi Severi siamo in procinto di inaugurare una nuova collana di scrittori del ’500/’600; a breve sarà pronto il primo libro della traduzione integrale di A di Louis Zukofsky; sto curando con Francesco Muzzioli il secondo volume delle opere poetiche di Gianni Toti; nel 2026 uscirà Verso la poesia totale di Adriano Spatola, le opere di Biagio Cepollaro, un libro antologico e di saggi su Augusto Blotto, il secondo repertorio di scritture complesse Continuo e diverse pubblicazioni di autori per lo più inediti e di grande valore lettrario e sovversivo. Insomma questo e altro, prevedendo i prossimi tre anni già quasi saturi.

 

 

Daniele Poletti, Viareggio, 1975. Fondatore e promotore del progetto culturale [dia•foria (www.diaforia.org), si occupa di poesia, scritture sperimentali e performance. Teorico della “scrittura complessa”, analizza e produce materiali, non solo letterari, secondo questa ottica proteiforme. Alcuni libri all’attivo, tra cui Ottativo (Prufrock spa edizioni, 2016) e I taglienti (Anterem edizioni, 2024); qualche partecipazione su riviste e blog.

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