{recensione} “Avventure minime” di Alessandro Broggi e “La grande anitra” di Andrea Inglese

 

 

cover_per daniele polettiAppunti su due libri coevi: “Avventure minime” di Alessandro Broggi e “La grande anitra” di Andrea Inglese

di Daniele Poletti

I due libri escono a breve distanza, tra il finire del 2013 (Broggi per Transeuropa, segnaliamo la recente ristampa) e l’inizio del 2014 (Inglese per oèdipus). Diverse cose sono già state scritte su entrambe le pubblicazioni, ma separatamente, senza la necessità di metterle in correlazione o a confronto.
In effetti lo spunto per una recensione congiunta nasce banalmente dalla contingenza e dal caso: l’aver ricevuto i due libri nello stesso periodo; in effetti se non consideriamo l’amicizia tra i due autori e la loro presenza sulle pagine di “Prosa in prosa” e di “EX.IT – Materiali fuori contesto”, i due libri hanno poco in comune per struttura e per stile; in effetti per approssimare un bilancio su alcuni aspetti delle nuove scritture si sarebbe potuto grande anitra copertina ridprendere in considerazione un altro titolo dello stesso periodo e cioè “Senza paragone” di Gherardo Bortolotti (anch’egli presente su “Prosa in prosa” e “EX.IT” ), ma il motivo stringente per cui non lo abbiamo fatto è (rischiando troppo palesemente una forzatura, ma non priva di vis seduttoria), banalmente, per una questione di titoli; dunque, in effetti, abbiamo deciso in prima battuta di accomunare i due libri per via-di-titolo, evincendo due -comunque diversi- modi di intendere l’avventura.
Avventura: dal lat. adventura «ciò che accadrà», caso inaspettato, avvenimento singolare e straordinario.
Entrambi i titoli presentano enunciati qualitativi che avvalorano un punto di vista preferenziale, registico: Broggi ci avverte che le sue avventure sono minime, mentre Inglese afferma che la sua anitra è grande. Diciamo questo per fugare il primo assunto che spesso passa per le nuove scritture, quello cioè dell’impersonalità e della non assertività. => [Problema critico non ancora del tutto inquadrato, fortemente dibattuto su blog e riviste a tutt’oggi, sicuramente portatore sano di pregiudiziali da approfondire dal punto di vista storico e sociale, per non dare adito a credenze falsate.]
Entrambi gli autori esprimono una volontà di giudizio sin dal titolo, un giudizio sulla realtà che non si sogna minimamente di essere una mera registrazione del flusso del reale; o meglio la superficie della scrittura lascia intendere questo (e ciò accade soprattutto in Broggi, mentre in Inglese c’è una prospettiva simbolica diversa), ma dall’ombra proiettata dalle parole dobbiamo riuscire a intravedere una scrittura allegorica.
Tornando ai titoli se per Broggi le avventure, i fatti avvengono occupando degli spazi e un tempo indeterminabili, per Inglese i fatti e l’avventura scaturiscono da uno spazio preciso (!) in un tempo mitico e sospeso. All’interno di queste coordinate vengono esperite due diverse forme di avventura: in Broggi la quotidianità e il vissuto più comuni, senza la minima flessione verso il lirismo e la trasfigurazione, si fanno -seppur minimi- avvenimenti singolari o casi inaspettati in quanto osservati con la lente di un nuovo umanesimo critico; in Inglese l’avvenimento straordinario è già in medias res e da quel dispositivo-osservatorio che è la grande anitra si sviluppano considerazioni verso l’esterno. In entrambi i casi il senso etimologico di avventura, «ciò che accadrà», si attaglia bene ai due progetti, ma ancora con segno contrario: in “Avventure minime” abbiamo, grazie alla sospensione e alla frammentazione delle situazioni che diventano paradigmi, la sensazione della prospettiva di «ciò che accadrà», mentre ne “la grande anitra” lo sguardo è in prima istanza retrogrado: «ciò che accadrà» è ciò che si attendeva e che adesso è reale (!) e in seconda battuta abbiamo l’instaurarsi dell’attesa, di ciò che deve ancora accadere.
Il détournement che è attuato in tutti e due i libri è quasi di marca situazionista, dato per assodato che l’ambiente (inteso non solo in senso fisico) modella l’individuo e dunque anche le sue capacità rappresentative, sia nell’anitra che in avventure si percepisce la volontà di una deriva, una pratica di liberazione, attraverso la scrittura, dai dispositivi ambientali o quanto meno una critica forte, seppure indiretta, verso questi dispositivi dispotici.

[Tutti i testi che seguono sono tratti da: Alessandro Broggi, “Avventure minime”, Transeuropa, 2014]

 

da “QUADERNI APERTI”

CRONISTORIA

a W. S.

Franca accenna a voler toccare con due dita il pelo del berretto e Giovanna si inchina per assecondare l’intento. Maria si siede, scrolla le spalle come per dire che sono cose che non la riguardano e comincia a oscillare ritmicamente il busto avanti e indietro. Franca annuisce vigorosamente e Maria esplode in una risata isterica. Giovanna si avventa strillando su Franca. Comincia un lungo, accanito parapiglia. Maria tenta di pregare ad alta voce ma è continuamente interrotta dai suoi stessi singhiozzi. Improvvisamente, come impietrite, le due contendenti si fermano. Imbarazzate, si staccano l’una dall’altra e cominciano a riordinarsi. Anche Maria si calma e raccoglie i toupet caduti dall’acconciatura di Franca. Giovanna e Franca sono ancora sedute per terra, sgomente. Infine Giovanna si alza e, con Maria, aiuta la grassa Franca a rimettersi in piedi. Maria accosta le teste di Giovanna e Franca. Inizialmente riluttanti, le due finiscono con l’abbracciarsi. Maria applaude entusiasta. Giovanna e Franca la guardano sbalordite, poi Franca esplode in una fragorosa risata. Giovanna agita un pugno verso Franca e la fissa a lungo con odio. Maria ha accostato la sedia a quella di Giovanna, Franca lancia un urlo e fa per avventarsi su Maria, però Giovanna è più svelta e la trattiene. Maria fatica a rimanere seduta, è colta dai crampi, stringe i pugni e storce la faccia. Giovanna si alza con fare minaccioso. Franca l’afferra, la costringe a risedersi e la trattiene fino a quando non la vede affondare la faccia nella vestaglia. Maria respira a fondo. Giovanna e Franca si sono alzate, intanto, e saggiano il filo dei coltelli che sono nella credenza di Giovanna. Giovanna esce per un momento e rientra con il secchio e lo strofinaccio. Giovanna e Franca si avvicinano a Maria. Le tagliano la gola con cura da un orecchio all’altro e Giovanna si affretta ad accostare il secchio e lo strofinaccio perché il sangue non spruzzi il pavimento.

 

da “NUOVO PAESAGGIO ITALIANO”

NUOVA SITUAZIONE

I.
Ha scandito la mia adolescenza, il mio esame di maturità, la partenza per il militare, il primo lavoro: era sempre lì, grigia, bellissima.

II.
Finché ci ha spaccato il cuore e ha deciso che alzarsi dalla cesta non faceva più per lei. Sei mesi dopo la scomparsa della micia se n’è andata mia sorella. Perché poi?

III.
Aveva trentacinque anni e non dovevano andare così le cose. Abbiamo un nuovo gatto adesso e la mamma lo prende e lo stritola di baci.

 

da “TEORIA DEI GRUPPI (FICTION)”

[…]

cessioni di carico, dove, classano, trigono, confetta, sedime, interpista, centiare, geomanti, leonidaion, relata refero

toy boys, biografemi, partitamente, me la giostro, finca, nabis, sarong, lespedeza

shamisen, civiltà di prova, assiduamente, oblomov, faccia per faccia, quanto meno, ravvia

origami, compulsivi, comics, dodgeball, groupies, inesitati, mariachi, tutti frutti, sciarade, niente

tetracicilina, comburente, labrys, estivazione, ellesse, cardassiana, entra nel mito

effettività, pulle, zero via zero, liane, ipotiposi, pansarcasmo

estrusori, freeware, in tono, anossia, all’impronta, cascola, cinegetica, turenna, sinettica, di trass, eezione

ottavari, frontisti, antociani, o gerla, sembra, kilim, igname, porta alla sepsi

lampredotto, mahjong, con lo staio, ergodico, gmbh, in opera, ossitono, bruciante, patuxet

quechua, talmente, mudi, fizz, bodrio, locrio, alcaico, sensali, guerre lontane

ti invito, gattiger, john deere, essere digitali, in meglio, la brea, accollato, contempera, daffare

emivita, jackass, lanai, pareli, nofx, zebràno, manama, fipresci, doo-wop

destinatori, dravidici, capi d’opera, macché, golconda, comploranti, labbri, galene, un giorno, per lato, si fanno circonflesse

tartiflette, bilboa, in podcast, kyfi, barclays, mahi mahi, foreste kona, decori magnetici, espadrillas per tutti

 

da “ABSTRACTS”

I don’t need anything real
V.Acconci

VII.

vivere in perfetta armonia
tra le opzioni di vita attuali
vicini allo spirito dell’epoca
come a un interno di famiglia

concentrare l’attenzione
sull’onestà dei sentimenti
trovando partner stimolanti
nelle pratiche di coppia

camminare verso casa
accomunati dal desiderio
riflettendo caratteri e umori
di un ambiente a sfondo fisso

VIII.

dare il giusto risalto
a un finale in grado di offrire
una storia ricca di fascino
ogni giorno diversa

non avremo più tragedie
che mettano in evidenza
forme varie di inquietudine
invecchiate nei concetti

concentrare l’attenzione
sul disagio della civiltà
accomunati dal desiderio
di un silenzio molto lungo

IX.

concentrare l’attenzione
sul disagio della civiltà
avendo lo spirito dell’epoca
come unico referente

capire il perché delle cose
spostandosi sempre più verso
un’atmosfera elettrizzante
sul filo del rasoio erotico

il mondo è un panorama
legato a merchandising tematici
che hanno una storia da raccontare
e a cui dobbiamo credere

 

“Avventure minime”
* Pagine 128
* Prezzo € 9,90
* Isbn 9788898716074
* Edizioni Transeuropa
* Collana Nuova poetica
è una raccolta di testi che comprende quattordici anni di scrittura di Alessandro Broggi. Analizzando il percorso risulta evidente come il progetto stilistico di Broggi sia ben delineato fin dagli esordi e protratto fino ad oggi con una sistematica lucidità.
Il tentativo di gran parte della scrittura poetica e non solo è sempre stato quello di sublimare la parola, oltrepassarla, renderla preziosa al di là della sua preziosità, ecco in Broggi sembra esserci uno sforzo inverso, siamo alla desublimazione, si va verso il livello minimo della comunicazione, abiurando a tutte le tentazioni di abbellimento e ornato e andando a sfiorare il dire che si confonde con l’ordito, ormai destrutturato, del raccontare.
Bernardo De Luca su Nuovi Argomenti parla della scrittura di Broggi come di «referto clinico di un mondo»; è un’intuizione che passa alle prime letture e ha una sua giustezza, anche tenendo in considerazione la citazione da John Cage presente nel libro «Nessuno ha mai avuto in mente la maggior parte di ciò che accade», che sembra essere l’ispiratrice maxima del lavoro di Broggi, ma immagino ci sia di più.
La nebulizzazione cui è sottoposto l’accadere in “Avventure minime” dà come risultato un’apparenza di referto, l’aderenza al reale non è praticabile e questo Broggi lo sa, perciò porta alle estreme conseguenze il disadorno dello stile, ma in una forma che non prevede la verità. Parlerei di referto clinico più in senso metatestuale: vi è in effetti uno spiccato sapore classificatorio, un’acribia ordinatoria nel suddividere la materia in
Quaderni-Fascicoli-Titoli-Paragrafi, che suggerisce a maggior ragione il concetto di referto, evocando però non più il mondo ma lo stato psicopatologico che nasconde il racconto del mondo, o meglio il precipitato del tentativo di raccontare. In questo l’ultima parte del libro, “abstracts”, può essere considerata come dimostrazione del teorema e chiusura del cerchio: dietro la presentazione di un materiale così spoglio che mima la realtà più che rappresentarla e che perciò non trova e non cerca la partecipazione del lettore, c’è tutto il pathos ossessivamente classificatorio di colui che analizza situazioni, tragicamente minime, e che prende appunti (gli “abstracts”) per continuare a scriverne, ipoteticamente per sviluppare le strategie per l’inceppamento del sistema. Il livello di astrazione, che si insinua dalla serialità asettica della scrittura nella ricostruzione percetttiva, è già un forte segno di questo inceppamento.
Tutti gli aspetti di pertinenza dei disturbi psichici sono presenti: coscienza, attenzione, percezione, pensiero, affettività, volontà, istinti; Broggi stila una raccolta incompleta per definizione (ma piuttosto articolata) della psicopatologia della vita quotidiana e in ciò sta il senso allegorico della sua scrittura: la denuncia, la critica della società derivativa, dell’ambiente coercitivo, attraverso un piano scritturale che prende a modello l’informazione, la comunicazione di facile consumo, la pubblicità, dunque il livello più logoro del lessico e della sintassi, le fa sue e ne produce un clone che tende ad esplodere a ogni voltata di pagina. La conferma del patologico si ha nel “Fascicolo 7” di “Quaderno Aperto” dove vengono snocciolate efferatezze con il candore degli “Omicidi esemplari” di Max Aub e con il clima tipico dello sfregio dada-surrealista. La cosa interessante è che il ritmo sincopato di questi pezzi e la dinamica narrativa interna suggeriscono un divertito teatrino di marionette sadicamente diretto dall’autore che arriva con “Campo d’azione” al parossismo astratto di un gioco di società come Twister, dove i corpi si confondono perdendo di significato, fagocitati dal grande meccanismo come in “Society” di Brian Yuzna.
Dunque, le “Avventure minime” di Broggi possono essere considerate come vicevita? Ossia i racconti, le avventure che leggiamo -ma anche la sezione “Teoria dei gruppi” e i corollari di “a fondo perduto” in modi diversi alimentano lo stesso sistema gnoseologico- rappresentano, come in Magrelli, un’esistenza che «pullula di queste attività strumentali e vicarie, nel corso delle quali, più che vivere, aspettiamo di vivere, o per meglio dire viviamo in attesa d’altro»? In parte crediamo di sì, ma con la sottile differenza che Magrelli adotta la metafora del viaggio (avventura) in treno per suggerire quanto l’impiego della vita sia dimidiato dalle sovra- e infra- strutture della nostra società, mentre Broggi non si preoccupa di denunciare le aberrazioni della vicevita, ma anzi parte proprio da esse, da quel 90% del vissuto quotidiano, («dal brusio di ciò che costantemente ci circonda», come afferma Augusto Blotto) per creare un abbecedario fluido e senza intoppi che inevitabilmente però produce l’attesa d’altro. Perciò il tavoliere morbido delle avventure si configura in definitiva come la pellicola sottile e vibrante sopra il latte che bolle, allarme che prima o poi il latte esonderà dal suo recipiente.
Certo è che all’interno di questo stile depauperato, nel libro si riconoscono modalità più scopertamente colte, vengono in mente alcune cose di Godard, in particolare “Lotte in Italia” o addirittura i film più catatonici di Straub-Huillet, ma tutto rimane a livello di montaggio e di utilizzo di topos comunicativi che mirano altrove, infatti manca in Broggi tutta la portata declamatorio-ideologica che va a rarefarsi nel doppio fondo dell’allegoria diventando silenzioso sottotesto.
Considerato l’interesse dell’autore per l’arte contemporanea ci pare suggestivo accostare per via analogica il lavoro di Broggi a un’opera come paradigma interpretativo, vale a dire Cutting Through the Past di Rebecca Horn. Le cinque porte disposte in verticale approssimativamente a raggiera a breve distanza l’una dall’altra vengono trapassate all’altezza di circa un metro da un’asta metallica acuminata servomeccanica posta al centro dell’installazione. La lama che ogni volta fende i legni delle porte, con il brusio incessante del motorino, crea una tensione di secondo livello che permane nell’osservatore forse più delle storie o dei racconti rappresentati o evocati dalle cinque porte diverse. Fa eccezione da tutto ciò “Teoria dei gruppi (fiction)” nella sezione “Servizio di realtà”? Verosimilmente (o poco verosimilmente) no, la “Teoria dei gruppi” non è altro che una teoria delle stringhe della parola: lo spazio epifanico delle parole o delle frasi può essere immaginato come la distanza che separa una porta dall’altra in un tempo che nella stasi della visione si contrae o si dilata (sempre secondo una tensione patologica, considerato che quella distanza è misurata dal percorso di una lama), permettendo connessioni fulminee e apparentemente illogiche, ma senza prevedere il passato. La presentificazione dell’esperienza e della percezione è forse il fattore più iconoclasta all’interno di “Avventure minime”, tagliando via il ricordo e perciò la storia il mondo viene a fondarsi solo su relazioni, a volte neppure più di causa-effetto.

[Tutti i testi che seguono sono tratti da: Andrea Inglese, “la grande anitra”, oèdipus, 2013]

 

*

Big Duck non è Big Duck 
l’anitra non è l’anitra
né l’uno né l’altro
il sarcofago del faraone dei mille mondi
i mille mondi che non sono mai esistiti
se non nella favola
la favola completamente bianca
ancor prima di essere raccontata
dentro l’attesa del racconto non si vede niente
non si può dire nulla è la pagoda
è l’aria l’anti-aria
solamente i piedi sono a bagno nell’acqua
chissà perché è l’unica cosa che risalta
l’unica che si vede
non è importante non conta
proprio perché non c’entra
la vedo benissimo la pozzanghera
c’è di mezzo qualcosa di rosso
galleggiano granchi marciti
o forse sono involucri
residui di corazze per bambini
sono cose che dovrebbero andare a posto
la pozzanghera diventando secca
tutto calato in un nuovo ordine
grande grafo enigmatico
teso come un gonfalone dal vento
in una piazza vaticana
e l’aria anti-aria
nulla di tutto questo
è peggio è qualcosa che sento
i piedi fradici cammino nei resti forse
c’è del sangue delle ciotole di latta
viene fuori alla fine che magari
questa è la zuppa che qualcuno si mangia
un qualche prigioniero ben nascosto
nei dintorni

se il segreto della favola
mai raccontata dei mille
mondi del sarcofago faraonico
è il solito schifo
va bene ora lo so di nuovo
lo ricordo

*

Col trio e la terna non si va da nessuna parte
continuo a dirglielo a Minnie al guardiano
quelli mi guardano con occhi spiritati
s’imbambolano in piedi sotto la volta d’anitra
ma io lo so lo sento l’ho ben letto da qualche parte
se ci si mette a quattro le cose tengono
perché si convoca il mondo
con i mortali nell’angolo i divini nell’altro
e ci siamo finalmente tutti terra cielo
ci sediamo a tavola è importante
un bel tavolo quadrato al centro
con la brocca il pergolato
l’albero aureo
perché il colore che meglio si diffonde
è l’oro non in lingotti la polvere
d’oro la nube dorata e bisogna
averci il vino e la brocca
agitarli con movimenti semplici
un via vai della mano calma
sull’impugnatura le molecole del vino
che viaggiano in correnti circolari
senza diffusioni entropiche sui bordi
e poi si posino i cotoni gli erbari
i fichi tagliati con le sezioni spugnose
le mandibole appese e lucidate i sassi
di fiume avvolti nelle foglie d’acero
le vasche di marmo con tutto il lichene
sui bordi arrotondati l’acqua con dentro
invisibili benigni batteri
o semplicemente morti granelli di roccia
polveri laviche che scendono sul fondo
pian piano e noi chiusi sommessi lì dentro
attavolati con addosso dorature le mani
tese a passarci la brocca gli occhi fissi
a dove potrebbero sbucare i divini
davvero anche qui potremmo passarlo
un decente fine settimana

*

Quando arrivo dentro con gli altri
è per fortemente celebrare la presenza
siamo al gioco di ruolo il ventottesimo
quello buono sicuramente
consigliato come psicodramma della discesa
scientifica non mistica

lo dichiariamo aperto

simuliamo – correndo ai quattro cantoni – il verbo
ESSERE: agitazione con missione
nomi propri
zattera + difficoltà crescenti
la boraccia che si svuota

tutte le prove dell’esistenza
e poi basta

Io-Axel, io-nipote, io-giovane, io-petto-depilato

A qualcuno tocchi Otto Lidenbrock, geologo e mineralogista
(di Amburgo)

Il guardiano notturno – se è da queste parti –
faccia Hans Bjelke
parli finlandese, si carichi il dorso,
sia un personaggio grave, flemmatico
e silenzioso

Minnie non può starsene a casa

Propongo la versione statunitense, il Journey,
a cinque + l’anitra (o l’oca?), con l’assassino
– i capelli a caschetto –
che verrà giustiziato da una pietra rotolante
(è il conte Saknussem, carogna,
perisca per la vita della democrazia)

io-Alec io-Pat Boone

il guardiano faccia il gigante biondo (con una parrucca)
Hans Belker

Minnie, la signora (Carla) Goetaborg (con un corpetto)
(e una parrucca rossa)

Il primo che entra è Oliver Lindenbrook

L’oca piccola (Gertrude) stia per l’anitra grande (di cui ignoriamo il nome)

dal momento che si scende andrà meglio

nel pericolo, diventiamo più irreali

*

Fare muovere il personaggio
fare muovere la mano del personaggio
tutto l’avambraccio del personaggio
un personaggio-motore
sempre in movimento
senza maschera in abiti civili

si muove circospetto di continuo
intorno a un tavolo
tra un tavolo e una sedia
scostando di continuo la sedia
per circolare intorno al tavolo
sempre urtando piano gli spigoli
allontanando ma poi avvicinando la sedia
per variare la monotonia della scena

ma la cosa più importante è la colonna sonora
quando il personaggio-motore in modo circospetto
gira intorno al tavolo
lo fa in un silenzio mormorante

poi il silenzio mormorante si fa
silenzio profondo

(e in effetti si muove ora come personaggio
in un film muto
anche quando afferra la sedia la scosta
le gambe ricadono al suolo
tutto avviene in un silenzio profondo)

poi il silenzio profondo si fa
silenzio mortale

qui il personaggio-motore cede
cade lungo il corpo l’avambraccio
la mano ancora un poco si muove
(è in realtà una semplice rotazione del polso)

poi bisogna trovare il modo
di estrarlo vivo dalla scena
vivo ma immobile
tutto chiuso nel silenzio mortale
senza che sbatta le ciglia dilati le narici

ci vorrà una buona tecnica

buona tecnica e buona colonna sonora
da sempre vanno assieme

 

“la grande anitra”
* Pagine 144
* Prezzo € 11,00
* Isbn 9788873411802
* Edizioni oèdipus
* Collana i megamicri

è il più rutilante, anche perché non privo di ironia, libro in versi e non solo degli ultimi anni, su un caso conclamato di nevrosi e sul possibile modo di curarlo. Esce nell’elegante collana i megamicri, con una densa ed esaustiva postfazione di Cecilia Bello Minciacchi.
L’allegoria de “la grande anitra”, come si accennava in apertura, si muove su due livelli distinti: da un lato la grande anitra che per eccesso di mole produce un valore simbolico ulteriore -di cui l’allegoria si ciba- e un’ambivalenza interpretativa tra moto a luogo e stato in luogo; dall’altro il libro che con le sue caratteristiche si pone come rappresentazione e critica radicale verso lo stato di nevrosi della società che abitiamo.
Il termine nevrosi fu usato per la prima volta nella seconda metà del ‘700, dal medico scozzese William Cullen, per indicare disordini psichici causati da un’affezione generale del sistema nervoso, che provocano a vari livelli disagio o sofferenza sull’individuo; con Freud arriviamo a individuare rimozione o repressione di istinti, pulsioni e desideri, ma solo Jung propone una definizione più strutturale: «la nevrosi non è nient’altro che un tentativo di soluzione individuale (non riuscito) d’un problema generale», e si identifica come il risultato finale di un confronto conflittuale tra le pulsioni intrinseche dell’individuo e l’ambiente e il tempo in cui vive.
Più o meno degli stessi anni di Cullen, siamo nel 1790, è anche il breve romanzo di Xavier de Maistre “Viaggio intorno alla mia camera” cui “la grande anitra” rimanda come modello letterario che scaturisce da una reclusione: forse inconsciamente voluta quella di de Maistre a causa dell’omicidio d’onore che lo vide protagonista a Torino, coscientemente cercata nel libro di Inglese come dispositivo affabulatorio-riflessivo.
Stando a quanto scritto nella prima pagina del libro: «Siamo dentro un’anatra cotta […] nell’anatra nulla continua ad essere come prima» è evidente che ci troviamo di fronte a una dinamica di moto a luogo, ossia c’è un prima (che non ci è dato di conoscere se non ellitticamente dalle tre narrazioni del testo) e un adesso che si instaura come tempo imperante dello spazio reclusivo. Questo adesso a sua volta diventa il come prima, c’è una quasi immediata normalizzazione, «Da quando sono nell’anitrone/tutto sembra tornato al suo posto»: la coscienza profonda che dopo ogni rivoluzione c’è sempre uno stato di quiete, dunque programmi e proclami tendono a perdere di senso anche laddove ipoteticamente cambia il codice, in quanto si assiste all’instaurazione di un nuovo codice.(Riflessione sotterranea di Inglese sulla scrittura?).
Nell’ipotesi nevrotica che abbiamo avanzato, possiamo pensare sia il caso di moto a luogo che quello di stato in luogo come promananti da un immaginifico, ma plausibile, prima che riporta al lettino psicanalitico. Un viaggio della mente indotto per ipnosi alla ricerca del sé. Inglese parla di missione da espletarsi tra l’io & se stesso, per la quale si è andati a pescare nello spazio separato dell’inconscio, di quel grande anitrone ritual-iniziatico, che però risulta essere oltre che cotto, anche sofisticato, quindi non più originario, puro e purificante. Da spazio l’anitra diventa luogo dove riescono a penetrare troppi agenti esterni, tale che il senso di realtà, considerato non come fenomeno ma come fondamento ontologico, vanifica di nuovo la ricerca.
La prospettiva di stato in luogo, non palese in ragione di quanto affermato nell’incipit dell’opera, apre a un’ulteriore interpretazione della materia, che può essere considerata come frutto di una patologica metafora di analisi del mondo, cioè: «siamo in un’anatra cotta» non significa più che siamo altrove dal mondo, ma nel mondo stesso, perciò l’aspetto utopico e quello reale vengono a coincidere, con tutto ciò che può comportare a livello traumatico per la tentata deriva, pratica di liberazione. Concludendo il quadro sullo stato patologico, in quanto il libro non si riduce certo a questo, e annoverandolo come elemento a favore di un’analisi congiunta col libro di Broggi, si potrebbe anche affermare che ne “la grande anitra” la nevrosi allegorica viene a strutturarsi come un disturbo dissociativo dell’identità, in quanto attraversiamo tre distinte sezioni con tre stilemi e motivazioni diverse: “Le mie meditazioni” di A.I., “Le mie visioni” di Minnie e “Le mie poesie” di Guardiano notturno. Caratteristiche che, con le dovute differenze, ritroviamo anche in “Avventure minime” attraverso la polivocità: l’io è un altro, va a modellarsi  in io è tutti gli altri.
Entrando nella cavità interna dell’anitra si ha subito la sensazione di trovarsi in un’atmosfera surreale, sognante, con una punta di grottesco, ma dopo poco l’impressione lascia il posto a una netta sensazione pop. E se l’anitrone non fosse altro che una grande scultura molle di Claes Oldenburg, rappresentazione ghignante del mondo dei consumi che subiamo da attori?
È disossata e cotta, ciò la rende molle e questa mollezza rimanda alla vulnerabilità, alla passività, a un’elasticità ma da vedersi in prospettiva quantica, sono incerte le misure, diviene incerta la percezione: «a meno che sia il nostro/non rimpicciolimento/ma ingigantire d’anitra/sorta di Anàtide in continuo/gonfiamento espansione». Ciò che sostiene dal crollo questo corpulento manicaretto è l’attesa di essere consumato. Qualcuno se la dovrà pur mangiare questa anitra prima o poi! L’attesa prende le sembianze di una sospensione dinamica di beckettiana memoria, patita sia da A.I., sia dal lettore che deve interrogarsi sul terribile sistema della menzogna che è la rappresentazione: «Big Duck non è Big Duck» (ancora speculazione sulla scrittura e sull’arte tutta?).
«[…]le verità scomode vengono neutralizzate riformulandole in maniera appropriata. Il terreno principale su cui oggi viene combattuta la guerra contro la verità è quello del linguaggio.», afferma Vladimiro Giacchè ne “La fabbrica del falso”, libro di politica e sociologia, che si accosta benissimo allo strenuo tentativo di ricerca del senso che si respira ne “la grande anitra”; ricerca di senso attraverso l’armonizzazione di elementi i più eterogenei, che puntano non a un risultato post-modernista della scrittura, quanto alla dissociata analisi critica del reale attraverso il travestimento post-moderno delle meditazioni metafisiche. La visione cartesiana in netta opposizione alla meccanica quantistica permea in effetti tutto il libro e non solo la prima parte. La struttura che Inglese dà a questo pasticcio pop (o per giocare con le parole si potrebbe dire popst) è estremamente netta, scientifica, non dà adito ad aperture: è il tentativo di racchiudere il caos in uno schema preciso. Al proposito si può far riferimento agli insiemi, partendo dal macroinsieme che è l’anitrone di pertinenza direi esclusiva di A.I. – in quanto nelle due parti successive si perde un po’ la cogenza della collocazione e ciò rafforza il fatto che Minnie e il Guardiano notturno non siano altro che emanazioni del pensiero di A.I.- per arrivare ai sottoinsiemi Minnie e Guardiano notturno che non prevedono variabili, in quanto già variabili di A.I. e sono rigidamente incasellate dal concetto di quadro (in netto contrasto col molle dell’anitra e della prima parte tutta). “Nelle mie visioni” di Minnie addirittura compare una cornice a stampa che racchiude ogni descrizione; “Nelle mie poesie” del Guardiano, l’incipit ripetuto di ogni testo «In questa poesia» rimanda immediatamente a un dettato didascalico, illustrativo che ricorda la presentazione di diapositive.
La tripartizione aurea è scandita poi da tre immagini di anatre: la prima presenta delle anatre in fase di volo, la seconda (leggibile come doppia immagine) un’anatra a terra immobile e altre due porzioni di anatra probabilmente morte; la terza mostra sezioni dell’anatra, muso e zampe. Nelle immagini compare anche un abbozzato gusto classificatorio con la definizione in francese di vari tipi di anatra. Ancora un percorso, una gradualità che fuori da ogni retorica proietta il lettore nell’ipotesi (ironico-grottesca) che ha portato al risultato dell’anitra cotta: dal volo alla macellazione. È chiaro che strutturalmente le tre immagini si sposano perfettamente con le caratteristiche di ogni sezione, partendo da un nucleo gorgogliante e dinamico iniziale, passando per una stasi centrale e arrivando alla fissità notomizzante di «In questa poesia».
Scegliere (o trovarsi in) un luogo reclusorio privilegiato di e da cui si parla, significa andare incontro a uno stato di disidintificazione; le voci che parlano sono detemporalizzate, ma anche despazializzate, la grande anitra è sì un luogo, seppure atipico e irreale (?), ma funziona come un dispositivo di annullamento spazio-temporale e lo straniamento che produce risulta simile ai battimenti non-sense della poesia di Balestrini sul cane (“La signorina Richmond comincia a averne abbastanza di tutti questi cani”): […] «coi cani che corrono/col cane in gola/col cane nel sacco/con la morte nel cane» […]
Ma in definitiva cosa c’è dentro questa grande anitra prima che venga mangiata/consumata?
Di tutto un po’, per frammenti in frammisto assistiamo all’avvicendarsi di tre personaggi ben codificati: A.I. con le sue iniziali puntate è la letteratura, Minnie il fumetto, il Guardiano notturno rimanda al noir. La stessa grande anitra non potrebbe essere Donald Duck? Disney molto presente, ma abbiamo anche la fantascienza di Gordon, la bibbia, la politica, la semiotica, il pop di Pat Boone, il consumismo, Cremaster 5, Purcell, il National Industrial Conference Board, Jules Verne e il suo Viaggio, la borghesia, il proletariato, Carl von Linde, e molto altro in un avventura ai confini della realtà.
Con “la grande anitra” ci troviamo di fronte a un libro degenere come ha giustamente affermato Massimiliano Manganelli su Portbou, in cui la scrittura non si cura di appartenere a un milieu preciso, ma anzi sfugge di continuo alle classificazioni.
E se i personaggi di Inglese ricordano moltissimo un episodio della serie Twilight zone, intitolato “Five characters in search of an exit”, dove pare non possa esservi via d’uscita in quanto esterno ed interno hanno ormai due codici differenti, che non si riconoscono, in Broggi questi due codici coincidono ancora ma nella misura di uno strappo prossimo, la realtà appare disincarnata e i personaggi che la abitano sono come le bambole dell’ufficiale, della ballerina, del clown, del mendicante e del suonatore di cornamusa che si ritrovano intrappolati in una stanza circolare dalle pareti altissime, ma con la differenza che non vogliono o non sono stati predisposti per uscire.

 

[Un ringraziamento particolare a Ermanno Moretti]

 

Alessandro Broggi (1973). Pubblicazioni principali: Antologia (in AAVV, Prosa foto_per daniele polettiin prosa, Le Lettere, 2009), Coffee-table book (Transeuropa, 2011), Avventure minime (Transeuropa, 2014), Protocolli/Protocoles (Benway Series, 2014); co-dirige “L’Ulisse” e scrive/ha scritto su “Nazione Indiana” “GAMMM” e “PuntoCritico”, siti di cui è stato redattore (“Nazione Indiana”) o co-fondatore. Per una bibliografia completa: biobibliografia.wordpress.com.

 

 

 

Andrea Inglese (1967) vive a Parigi. È uno scrittore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del milano ott 2015romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prosa e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013) e francese (NOUS, 2013). È in uscita nel 2016 per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio. Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazioneindiana. È nel comitato di redazione di “alfabeta2”. Scrive, di tanto in tanto, per le pagine culturali del “Manifesto”. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.

 

 


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