{"id":899,"date":"2013-11-18T10:06:46","date_gmt":"2013-11-18T10:06:46","guid":{"rendered":"http:\/\/www.diaforia.org\/floema\/?p=899"},"modified":"2013-11-18T10:06:46","modified_gmt":"2013-11-18T10:06:46","slug":"saggio-breve-su-postumi-dellorganizzazione-di-a-leonessa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/2013\/11\/18\/saggio-breve-su-postumi-dellorganizzazione-di-a-leonessa\/","title":{"rendered":"Saggio breve su &#8220;Postumi dell&#8217;organizzazione&#8221; di A. Leonessa"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><em>Dopo la pubblicazione di <a href=\"http:\/\/www.diaforia.org\/floema\/2013\/11\/01\/postumi-dellorganizzazione-andrea-leonessa\/\">&#8220;Postumi dell&#8217;organizzazione&#8221;<\/a> di Andrea Leonessa il primo di novembre, dedichiamo oggi un post al saggio breve che <strong>Pierfrancesco Biasetti<\/strong> ha scritto per la silloge. Il testo completo \u00e8 incluso, insieme a una nota di Gian Ruggero Manzoni, nell&#8217;ebook &#8220;Postumi dell&#8217;organizzazione&#8221;,\u00a0che potete leggere o scaricare da\u00a0<a href=\"http:\/\/www.diaforia.org\/floema\/biblioteca\/#leonessa\">Biblioteca di \u00a0f \u00a0l o e m a<\/a>.<\/em><\/p>\n<figure id=\"attachment_926\" aria-describedby=\"caption-attachment-926\" style=\"width: 300px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><a href=\"http:\/\/www.diaforia.org\/floema\/biblioteca\/#leonessa\" rel=\"attachment wp-att-926\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"size-medium wp-image-926\" src=\"http:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/copertina-300x150.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"150\" srcset=\"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/copertina-300x150.jpg 300w, https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/copertina-1024x512.jpg 1024w, https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/copertina-250x125.jpg 250w, https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/copertina-500x250.jpg 500w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><figcaption id=\"caption-attachment-926\" class=\"wp-caption-text\">Andrea Leonessa &#8211; Postumi dell&#8217;organizzazione<\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Ancora una volta il post sar\u00e0 arricchito da alcuni lavori dell&#8217;artista tedesca <a href=\"http:\/\/www.diana-lange.de\/\">Diana Lange<\/a>, che ringraziamo per avere concesso l&#8217;uso delle immagini.<br class=\"none\" \/><\/em><\/p>\n<p><span style=\"font-size: 14px\"><strong>Centoventi giornate<\/strong><\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">La notte di Ognissanti ho organizzato<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">un sussulto vaporoso, un turibolo-party<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">(&#8230;Te lo giuro, era chiaro con cosa dovessi presentarti)<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">dove ognuno spargeva quel cazzo che voleva<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">e vinceva la puzza che non andava e fu Warzone 2100,<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">esatto, lo strategico per Playstation che risuscita<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">un po&#8217; come, sappiamo, non converrebbe ai morti<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">ovvero con il ricordo di una missione a tempo<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">ed una terra desolata abitata da gente cos\u00ec strana<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">da desiderare un futuro; personalmente non voglio,<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">generalmente intendo, figurarsi vivere ricostruendo.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">(\u00e8 la fine, pensavo, cos\u00ec t&#8217;ho fatta entrare<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">perch\u00e9 questa mania di riprovare, e non mentire&#8230;<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">Ok, prossima volta non dimenticare il turibolo<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">gi\u00e0 sento la puzza delle giornate di Sodoma<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">che durer\u00e0, dureranno sempre pi\u00f9 di noi)<br class=\"none\" \/><\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">\/*Warzone 2100, lo ricordo con poca nostalgia. <br class=\"none\" \/>Poi parla anche di un ragazza, questa poesia qui,<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">con la quale non sono riuscito ad avere, nonostante svariati <br class=\"none\" \/>tentativi, una relazione che durasse pi\u00f9<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">di 120 giornate e per\u00f2 dai se spiego tutto svegliaaa\/*<\/span><\/p>\n<figure id=\"attachment_934\" aria-describedby=\"caption-attachment-934\" style=\"width: 448px\" class=\"wp-caption alignright\"><a href=\"http:\/\/www.diaforia.org\/floema\/2013\/11\/18\/saggio-breve-su-postumi-dellorganizzazione-di-a-leonessa\/anton-rose\/\" rel=\"attachment wp-att-934\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\" wp-image-934 \" src=\"http:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/anton-rose-716x1024.jpg\" alt=\"\" width=\"448\" height=\"641\" srcset=\"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/anton-rose-716x1024.jpg 716w, https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/anton-rose-209x300.jpg 209w, https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/anton-rose-250x357.jpg 250w, https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/anton-rose.jpg 1500w\" sizes=\"(max-width: 448px) 100vw, 448px\" \/><\/a><figcaption id=\"caption-attachment-934\" class=\"wp-caption-text\">Anton Rose &#8211; Diana Lange, 2013<\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify\"><em><br class=\"none\" \/><\/em><\/p>\n<p><span style=\"color: #ff00ff\"><strong>1. Delle Consolle, e di quanto velocemente diventino obsolete<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 <span style=\"color: #808080\">\u00a0 Andrea Leonessa ha 24 anni: e questa misura anagrafica potrebbe sembrare del tutto inutile per dare una valutazione specifica del suo lavoro, sopratutto se confrontata col metro dell&#8217;eternit\u00e0 cui \u2013 si dice \u2013 dovrebbe aspirare ogni forma di letteratura, pi\u00f9 di tutte la poesia. Ma i ventiquattro anni di Leonessa sono invece un dato fondamentale per cogliere un primo aspetto interessante dei suoi versi. Leonessa sceglie infatti di assemblare poesie a partire da elementi di realt\u00e0 masticati e assimilati durante un&#8217;adolescenza (mera invenzione del secolo ventesimo, come ci ricorda <em>the governor<\/em> in <em>Walking Dead<\/em>) vissuta durante gli anni zero. E insistendo, o meglio, girando a vuoto attorno a questo asse in un circolo che da vizioso si fa spesso virtuoso, Leonessa \u00e8 in grado di restituire una cruda descrizione della sempre pi\u00f9 vertiginosa fatuit\u00e0 con cui si avvicendano i linguaggio e gli immaginari giovanili. Gli elementi di realt\u00e0 da cui parte, proprio per quella che \u00e8 la caratteristica fondante e imprescindibile della nostra epoca, sono infatti oramai elementi di <em>irrealt\u00e0<\/em>: irrimediabilmente passai e quasi dimenticati, sono diventati obsoleti, invecchiando molto pi\u00f9 rapidamente di quanto possa essere invecchiato l&#8217;ancor giovane autore. E in questo modo \u00e8 misurata la velocit\u00e0 irreprensibile con cui gli immaginari nell&#8217;era digitale diventano obsoleti e di difficile comprensione, senza pagare il prezzo di una faticosa e noiosa ingegneria inversa. Di pi\u00f9: \u00e8 anche svelata \u2013 forse volutamente, forse no, ma in fondo che importa di fronte al dato di fatto? \u2013 la crudelt\u00e0 che porta con s\u00e9 questo processo di rutilante avvicendamento. Proprio nel momento in cui gli esseri umani, almeno nel mondo occidentale, vedono estendersi sempre pi\u00f9 la gi\u00e0 lunga coda della loro giovinezza, le generazioni, assieme alla loro comunit\u00e0 di significati, tendono a essere superate nel giro di pochi anni \u2013 tanto che si pu\u00f2 forse sostenere che il primo fenomeno \u00e8 solo un disperato tentativo di adattamento al secondo. Senza lasciarsi andare a improvvisati giudizi sul merito, ci\u00f2 che accade \u00e8 il ben noto fenomeno per cui si \u00e8 in qualche modo giovani in eterno (\u00abragazzi\u00bb di trenta, quaranta, e perch\u00e9 no, cinquanta anni&#8230;), ma il lasso di tempo entro il quale una nuova generazione pu\u00f2 godere del privilegio di trovarsi al centro di un immaginario condiviso\u00a0 <em>realmente giovanilistico<\/em> \u00e8 sempre pi\u00f9 corto. L&#8217;epoca digitale, in poche parole, sembra aver sconfitto la vecchiaia (o meglio, la ha nascosta sotto il tappeto), ma a sostituire questa ha chiamato l&#8217;<em>obsolescenza<\/em>.<\/span><br class=\"none\" \/><span style=\"color: #808080\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 Quest&#8217;ultimo \u00e8 del resto un fenomeno prevedibile a partire dalla velocit\u00e0 e dalla fluidit\u00e0 con cui cambia attorno a noi il panorama tecnologico \u2013 e conseguentemente il panorama <em>culturale<\/em> \u2013 se paragonato alla fissit\u00e0, invece, della nostra vita biologica. Mentre l&#8217;infosfera che ci circonda si riempie sempre di pi\u00f9 di nuovi stimoli, e aumenta esponenzialmente la quantit\u00e0 di informazioni e di canali attraverso cui queste possono viaggiare, la potenza dei nostri terminali sensoriali rimane fissata a quella che era nella civilt\u00e0 industriale, contadina, preistorica. Mentre le memorie digitali diventano sempre pi\u00f9 capaci e meno costose, le dimensioni dei nostri <em>storage<\/em> biologici \u00e8 sempre la stessa, ed \u00e8 destinata a saturasi ancor pi\u00f9 velocemente con l&#8217;accrescersi della complessit\u00e0 della massa di informazioni esterna. Ma non solo. A dispetto del gran parlare di transumano e postumano, siamo fino a prova contraria ancora fin <em>troppo <\/em>umani. Carne, ossa, nervi, e midolla, certo, ma sopratutto cervelli assemblati nei <em>tempi lunghi <\/em>dell&#8217;evoluzione: strutture neuronali attraversate da una architettura stratificata il cui cuore di tenebra \u00e8 pur sempre composto da un marchingegno alimentato da desideri, emozioni, sentimenti, e la cui forma generale \u00e8 rimasta immutata da ere immemori. E risiede proprio nella geometria fissa di questo nucleo profondo la ragione per cui il ballo delle generazioni \u00e8 diventato sempre pi\u00f9 frenetico, e il tratto di esistenza in cui riusciamo a rimanere allineati alla barra del progresso tecnologico sempre pi\u00f9 corto: abitudine, nostalgia, affezione, ma sopratutto l&#8217;inesorabile irrigidirsi della curiosit\u00e0 e della plasticit\u00e0 della nostra personalit\u00e0 finiscono per svuotare le nostre gambe proprio poco dopo che avevamo spezzato il fiato nella corsa \u2013 ed ecco che gi\u00e0 una nuova generazione sopraggiunge alle nostre spalle e ci supera. L&#8217;obsolescenza precoce non \u00e8 quindi soltanto causata da limiti di capacit\u00e0 della nostra macchina cognitiva: \u00e8 la macchina emotiva a incontrare piuttosto le difficolt\u00e0 maggiori nell&#8217;epoca digitale, col suo carico di ricordi e nostalgie che finiscono per ossificarsi in una zavorra destinata a trascinarci a fondo.<\/span><br class=\"none\" \/><span style=\"color: #808080\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 Questa lunga digressione credo possa risultare utile per inquadrare un primo lato del lavoro di Leonessa, autore che come ho scritto in apertura del testo gioca con un insieme di riferimenti tipici a una specifica generazione, e che rischiano di essere del tutto incomprensibili se non ai pochi compagni di viaggio che avevano sedici anni o gi\u00f9 di l\u00ec attorno alla met\u00e0 degli anni zero. Due di questi elementi obsolescenti di immaginario che si ritrovano nei testi di Leonessa sono, per esempio, la consolle SEGA Dreamcast, e il videogame <em>\u00a0Rez<\/em> di Tetsuya Mizuguchi, gioiellino di immaginario ludico che ha tra le proprio fonti d&#8217;ispirazione il lavoro di Wassily Kandinskj. Ed \u00e8 scontato porsi subito la domanda di quanto possa essere intellegibile una poesia con questi riferimenti anche solo tra dieci anni, e quanto valga pertanto la pena non solo scriverci sopra, addirittura <em>leggerla<\/em>. Tra le orde di ragazzini che a breve acquisteranno una Xbox One o una Playstation 4, a parte qualche sparuta eccezione \u2013 ne esistono, ma sono per l&#8217;appunto eccezioni \u2013 non ce ne sar\u00e0 neanche uno in grado di sapere che cosa \u00e8 stata una Dreamcast <span style=\"color: #ff00ff\">[1]<\/span>. E forse qualcuno di questi ragazzini avr\u00e0 magari giocato a una delle versioni aggiornate di <em>Rez<\/em> rilasciate anche dopo il 2008, ma anche se fosse, nel giro di pochi anni tutto ci\u00f2 che probabilmente rimarr\u00e0 di questo titolo sar\u00e0 soltanto una pagina di Wikipedia, dei video su Youtube, e le Rom messe in download da qualche nostalgico. Partendo da qui mi sono chiesto, se un poeta <em>deve <\/em>aspirare all&#8217;eternit\u00e0, come pu\u00f2 farlo partendo da una poesia che si fa forza di rimandi cos\u00ec caduchi per avviare il proprio apparato immaginifico? Anche solamente il gioco linguistico nel titolo della prima poesia di questa raccolta, <em>Pus the start button<\/em>, quanto potr\u00e0 resistere prima di essere trascinato nell&#8217;incomprensione da parte di un mondo che si avvia a sostituire tutti i bottoni col riconoscimento gestuale o vocale, o addirittura con la fusione tra macchina e sistema nervoso? Qualcuno dei ragazzini di cui scrivevo prima tra qualche anno magari comincer\u00e0 a interessarsi di poesia. Per quanto <em>geek<\/em>, come potr\u00e0 comprendere, o anche solo alimentare la propria <em>voglia di comprendere<\/em> un testo con riferimenti che sono s\u00ec cos\u00ec vicini temporalmente, ma in fin dei conti cos\u00ec distanti culturalmente? E che dire, poi, di quanti non hanno neanche mai saputo che cosa fosse una Dreamcast perch\u00e9 il proprio orizzonte degli eventi \u00e8 fermo al Vic-20, o alla televisione, o alla radio&#8230; o addirittura alla <em>stampa<\/em>?<\/span><br class=\"none\" \/><span style=\"color: #808080\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 Si dice spesso che la poesia \u00e8 per sua natura la forma espressiva d&#8217;arte delle civilt\u00e0 <em>contadine<\/em> \u2013 civilt\u00e0 che che per loro natura tendono a perpetuarsi, e dove le generazioni invecchiano e passano senza mai davvero diventare <em>obsolete<\/em>. Allargando il discorso, \u00e8 davvero possibile costruire forme di comunicazione artistica in quella che sembra essere l&#8217;era dell&#8217;incessante moltiplicarsi e scomparire degli immaginari? Sembrerebbe di no. Pure, come scrivevo in precedenza, l&#8217;architettura dei nostri cervelli \u00e8 sempre la stessa, e pi\u00f9 andiamo nella sua profondit\u00e0, pi\u00f9 troviamo elementi sempre pi\u00f9 rigidamente cablati e immutabili. In quell&#8217;abisso marino sembrerebbe possibile per l&#8217;espressione artistica proiettarsi oltre tutte le generazioni passate e perdute, e parlare delle stesse emozioni, desideri, e pulsioni che spingevano i Cro-Magnon a imprimere la forma dei propri palmi cosparsi di pigmento sulle pareti delle grotte. \u00c8 vero, anche il materiale immaginifico cui attingevano quei primi uomini \u00e8 per noi del tutto alieno: nei recinti della nostra civilt\u00e0, quanti di noi hanno osservato da vicino una vacca, figuriamoci che ne possiamo sapere di un <em>uro<\/em>, animale estinto da secoli! Ma questo significa che abbiamo perso del tutto la capacit\u00e0 di gettare un ponte con quel mondo, e mettere in moto il nostro macchinario di desideri e sentimenti per comprendere il significato di quelle pitture rupestri? L\u00e0 sono passati millenni. Ma oggigiorno, nel giro di pochi anni \u2013 il breve tempo perch\u00e9 sfilino una, due generazioni \u2013 le persone si trovano spesso di fronte a nuove rappresentazioni comunicative tanto incomprensibili quanto lo possono essere le immagini di animali estinti sulle pareti di una grotta. La comunicazione artistica \u00e8 destinata a un avvenire sempre pi\u00f9 entropico?<\/span><br class=\"none\" \/><span style=\"color: #808080\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 Forse. Ma intanto il marchingegno di desideri ed emozioni \u00e8 sempre l\u00ec, borbottante e gorgogliante al centro di un universo culturale che tanto pi\u00f9 cambia quanto i nostri modi di essere <em>profondi <\/em>rimangono gli stessi. E nonostante i suoi difetti, \u00e8 in grado di garantirci la possibilit\u00e0 di una comunicazione che possa aspirare a quel minimo di <em>stabilit\u00e0 <\/em>di trasmissione verticale richiesta da ogni forma di letteratura \u2013 pi\u00f9 di tutte la poesia. E la Dreamcast di Leonessa, per quanto obsoleta e di difficile metabolizzazione per i pi\u00f9, \u00e8 soltanto un dannato dettaglio poetico che non deve nascondere quanto di <em>comune <\/em>a tutti \u2013 di <em>trasversale<\/em> quindi a ogni essere umano \u2013 c&#8217;\u00e8 nella poesia di Leonessa. Che adopera invero un universo di riferimento assai peculiare, quasi certamente non per tutti, ma che una volta <em>ingoiato<\/em> come la pillola rossa di Matrix apre comunque un mondo da esplorare sorprendentemente <em>antico <\/em>e <em>profondo<\/em>. Il paesaggio che si svela dietro la poesia di Leonessa \u00e8, infatti, di l\u00e0 degli orpelli tecnologici tra il datato e il nostalgico di cui si agghinda, dominato dal riaffiorare di uno dei fiumi carsici pi\u00f9 lunghi ad aver mai attraversato la storia del pensiero umano: quello della <em>gnosi<\/em>. E Leonessa si bagna in questo fiume, sembra trovare conforto tra le sue acque: tranne poi dopo sbattere le braccia stizzito sulla sua superficie, una volta scoperte le impurit\u00e0 sul fondo.<\/span><\/p>\n<div><\/div>\n<div>\n<p><span style=\"font-size: 14px\"><strong>Saturno<\/strong><\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">Le case saranno un argomento, una carne<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">sotto una atlov capovolta ad absurdum<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">un input riverso, un escrescenza cava<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">che un sangue spunta a giaciglio; optare<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">per la notte, attuare un sonno, mettere<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">una cosa nella cosa, ch\u00e9 una cosa che nasce<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">emette un rumore, e va fatto silenzio, presto<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">prima che la carne apprenda un ritorno, subito<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">addomesticata a retrocedere per un accesso<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">esterno, che porta a nulla : questo \u00e8 Saturno<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">quando a nessuno succede la morte, e una prole<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">sterminata s&#8217;accasa nel ventre del tempo.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: 12px\">\/*Questo per dire che dovremmo evitare di fare figli, <br class=\"none\" \/>poich\u00e9 circondati da una quantit\u00e0 di carne, la<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">nostra, sufficiente a sfamarci. No ai plug-in, insomma\/*<\/span><\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_937\" aria-describedby=\"caption-attachment-937\" style=\"width: 448px\" class=\"wp-caption alignleft\"><a href=\"http:\/\/www.diaforia.org\/floema\/2013\/11\/18\/saggio-breve-su-postumi-dellorganizzazione-di-a-leonessa\/sina-ridotta\/\" rel=\"attachment wp-att-937\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\" wp-image-937 \" src=\"http:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/sina-ridotta-716x1024.jpg\" alt=\"\" width=\"448\" height=\"641\" srcset=\"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/sina-ridotta-716x1024.jpg 716w, https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/sina-ridotta-209x300.jpg 209w, https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/sina-ridotta-250x357.jpg 250w, https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/sina-ridotta.jpg 900w\" sizes=\"(max-width: 448px) 100vw, 448px\" \/><\/a><figcaption id=\"caption-attachment-937\" class=\"wp-caption-text\">Sina &#8211; Diana Lange, 2013<\/figcaption><\/figure>\n<p><span style=\"color: #ff00ff\"><strong>2. Della gnosi, e della volont\u00e0 di superare la carne<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0<span style=\"color: #808080\"> Leonessa uno gnostico, certo: per cui la tecnologia ha preso per\u00f2 il posto della teologia. E non si tratta questa di un&#8217;eccentrica follia da solitario divoratore di yogurt notturno (come sembra a tratti volersi descrivere il nostro nelle sue poesie). Si tratta invece dell&#8217;abile inserto in quello che \u00e8 un <em>topos<\/em> letterario tutt&#8217;altro che poco bazzicato nella nostra epoca, nonostante il suo apparente anacronismo, e che Leonessa maneggia con una destrezza piuttosto sorprendente. Gnosticismo digitale, direi quindi. E prendiamo a tal proposito quello che ne \u00e8 forse l&#8217;esempio pi\u00f9 eclatante: il \u201cderagliato esperimento di darwinismo sociale\u201d che \u00e8 il mondo immaginato da William Gibson in <em>Neuromante<\/em>. Il protagonista di questo romanzo \u00e8 Case, giovane <em>hacker<\/em> tossico che troviamo all&#8217;inizio della storia immerso in una situazione esistenziale per lui disperante: Case, in passato, si \u00e8 messo di traverso alle persone sbagliate, e come risultato si \u00e8 ritrovato il sistema nervoso alterato da micotossine di origine militare che gli impediscono di accedere alla \u00abmatrice\u00bb, il mondo virtuale dove Case lavora e vagabonda, e il solo in cui si senta davvero vivo. In questa condizione, Case si ritrova miseramente \u201cprecipitato nella prigione della propria carne\u201d. L&#8217;idea del corpo come una prigione, assieme a quella di una dimensione immateriale parallela a quella fisica cui risalire in un cammino di liberazione, sono capisaldi centrali della tradizione gnostica, per cui la vita umana comincia quando lo spirito \u2013 o la mente, poco importa l&#8217;etichetta che decidiamo di adoperare \u2013 si ritrova invischiato nella vita materiale: quando, ovvero, si ritrova ingabbiato nel sarcofago di carne che lo fa precipitare nel mondo terreno tenendolo l\u00ec intrappolato, incapace di tornare a solcare di mondo di pure anime posto di l\u00e0 della esistenza materiale. Scopo centrale della gnosi diventa quindi quello di riuscire a liberare il proprio spirito dalla carcassa che lo tiene zavorrato al mondo materiale, per il mezzo di un percorso di illuminazione e pratiche ascetiche. I personaggi di Gibson sembrano proprio degli gnostici contemporanei, che hanno adattato il nucleo centrale della gnosi al mutato panorama per cui la tecnologia ha oramai del tutto sostituito la visione teocentrica del mondo (<em>Neuromancer <\/em>\u00e8 del 1984). Nello gnosticismo classico la dimensione immateriale \u00e8 infatti chiaramente una dimensione spirituale, mentre nella sua versione contemporanea essa \u00e8 una dimensione <em>virutale<\/em>. Ma si tratta di una differenza di poco conto, che non comporta l&#8217;arretramento nei confronti della idea centrale dello gnosticismo, quel dualismo tra materiale e immateriale che assume i contorni escatologici di una lotta per liberarsi dalle catene fisiche create dal malvagio demiurgo. La posa dell&#8217;ambiente dei \u201cCowboy del Cyberspazio\u201d come Case, racconta Gibson, \u201ccomportava un certo disinvolto disprezzo per la carne. Il corpo era carne\u201d. Come \u00e8 noto, anche il cristianesimo da sempre predica il disprezzo della carne, ma Gibson \u00e8 anche qui molto chiaro a definire il tutto in chiave gnostica. Pur esecrando la carne, infatti, il cristianesimo sostiene la resurrezione dei <em>corpi<\/em>: anatema, invece, per gli gnostici, e anche per i personaggi di Gibson, che non esitano a definire una \u201cfarsa\u201d l&#8217;immortalit\u00e0 che pu\u00f2 derivare dalle tecniche della criogenica \u2013 un&#8217;immortalit\u00e0 che \u00e8 ancora condannata alla necessit\u00e0 di trascinarsi dentro un supporto biologico. L&#8217;unica vera idea di libert\u00e0 riconosciuta da Case \u00e8 quella che comporta il travalicamento del proprio corpo, attraverso le droghe o il mondo di pura informazione della matrice: tutto ci\u00f2 che pu\u00f2 allontanarlo da quella semplice sacca di carne che sente di essere nel mondo materiale.<\/span><br class=\"none\" \/><span style=\"color: #808080\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 Non deve stupire che il mondo ipertecnologico che ci circonda sia cos\u00ec ricco di riferimenti a quello che a prima vista potrebbe sembrare a prima vista un relitto malconcio della storia del pensiero. Il pensiero gnostico, in realt\u00e0, pur combattuto e sconfitto numerose volte (anche con la violenza: basti pensare ai <em>Catari<\/em>, basti pensare ai <em>Bogomili<\/em>), sembra presentare gli stessi caratteri dell&#8217;Araba Fenice. E lo <em>Zeitgeist<\/em> attuale contiene elementi piuttosto favorevoli a una sua nuova resurrezione: la societ\u00e0 informatica, infatti, fa della propria valuta pregiata qualcosa di impalpabile e neutrale di fronte a ogni substrato come l&#8217;<em>informazione<\/em>, e attraverso la dicotomia tra hardware e software genera spontaneamente un <em>analogon <\/em>tra l&#8217;immaterialit\u00e0 delle attivit\u00e0 spirituali e la pesante fisicit\u00e0, invece, dei supporti in grado di ospitarle e incapsularle, con tutto il corredo di dualismi tra volatilit\u00e0 e fissit\u00e0, continua evoluzione tramite upgrade e rapida obsolescenza, impalpabilit\u00e0 del codice e fisicit\u00e0 della macchina. L&#8217;idea stessa di software, del resto, di qualcosa in grado di saltare da un supporto all&#8217;altro rimanendo intatto e di evolversi tramite continui upgrade non pu\u00f2 che solleticare nelle nostre menti l&#8217;antico archetipo di uno spirito capace di muoversi autonomamente nel mondo di l\u00e0 della dimensione fisica della materia. Non \u00e8 un caso, forse, che una delle menti pi\u00f9 sensibili dello scorso secolo riguardo a quelli che sarebbero stati gli sviluppi futuri della nostra societ\u00e0, Philip K. Dick, abbia dedicato con la trilogia di <em>Valis<\/em> gli ultimi sforzi della sua carriera di scrittore alla questione dello gnosticismo.<\/span><br class=\"none\" \/><span style=\"color: #808080\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 E se la la societ\u00e0 informatica \u00e8 una societ\u00e0 che pu\u00f2 facilmente scivolare nelle suggestioni del dualismo tra informazione e materia, pu\u00f2 anche risvegliare in noi un altra forma di dualismo, quello tra la corporeit\u00e0 biologica della carne e la corporeit\u00e0 meccanica delle macchine. E la prima forma di corporeit\u00e0 \u00e8 destinata a soccombere di fronte alla seconda: sebbene meri supporti fisici, le macchine sono in grado di evolvere a un ritmo esponenziale verso un regime di sempre maggiore perfezione, in un&#8217;accelerazione nella quale la macchina biologica che siamo non \u00e8 assolutamente in grado di tenere il passo. E una nuova forma di liberazione gnostica sembra diventare possibile: se \u00e8 vero che la nostra \u00abanima\u00bb non \u00e8 altro che pura informazione, allora sembrerebbe possibile staccare questa dal farraginoso supporto biologico su cui gira, il corpo, e installarla nel nuovo corpo macchinico evolvibile. \u00c8 questo, almeno in parte, il sogno cui mira il movimento estropico, la \u00absetta\u00bb contemporanea che pi\u00f9 di ogni altra sembra assomigliare a una nuova forma di gnosticismo organizzato. In poche parole, l&#8217;uomo \u00e8 irrimediabilmente obsoleto (come cantavano facendo il verso a Gunter Anders i Fear Factory negli anni novanta, sebbene in quel caso la redenzione nelle tracce finali di <em>Obsolete<\/em> sembrava avvenire grazie a una riscoperta della spiritualit\u00e0 nell&#8217;umano inteso come corpo, e non contro di esso).<\/span><br class=\"none\" \/><span style=\"color: #333333\"><span style=\"color: #808080\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 Insomma, sembrava ieri che un Gilbert Ryle distruggeva il mito cartesiano dello \u00abspettro nella macchina\u00bb, che ecco la nuova cultura digitale sembra riproporre forme di dualismo sempre pi\u00f9 spinto, in cui, tanto per citare l&#8217;opera uscita dalle matite di Masamune Shirow, il dato realmente umano \u00e8 rappresentato come un <em>Ghost in the shell<\/em>. La poesia di Leonessa si situa perfettamente in questo fiume di ansie, suggestioni, profezie farneticanti \u2013 o lungimiranti, a seconda delle sorprese che ci riserver\u00e0 il futuro \u2013 che contraddistingue la riflessione dell&#8217;animale umano di fronte all&#8217;incredibile forze che esso ha evocato tramite il progresso tecnologico, riprendendo categorie che vengono da molto lontano, ma che sembrano non aver mai smesso di esercitare il loro ascendente. E l&#8217;operazione di Leonessa \u00e8 tanto pi\u00f9 interessante vuoi perch\u00e9 lo fa adoperando un mezzo \u2013 quello della poesia \u2013 che proprio per la sua natura apollinea sembra essere avulso a questo genere di interlocuzione coll&#8217;immediato, vuoi perch\u00e9 adopera come materia grezza la propria giovanile e limitata esperienza esistenziale privata, creando un misticismo da cameretta che proprio per questo \u00e8 capace di non prendersi mai troppo sul serio e non cedere alle lusinghe dell&#8217;intellettualismo. Ma, sopratutto, l&#8217;operazione di Leonessa mi sembra interessante perch\u00e9 essa \u00e8 in grado di rovesciarsi dialetticamente sui propri presupposti: nonostante tanto sbraitare contro il corpo, nei versi di questa raccolta versi non si fa altro che trovare, infatti, al fondo della complessa stratificazione di giochi verbali, la netta dimostrazione della ferma insuperabilit\u00e0 <em>della carne<\/em>.<\/span><br class=\"none\" \/><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: 12px\"><strong><span style=\"font-size: 14px\">Securitas chimica<\/span><br class=\"none\" \/><\/strong><\/span><span style=\"font-size: 12px\">Durante una passeggiata, la techno ad 8 bit<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">suona naturale molto pi\u00f9 che il temporale<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">e nauseante scrosciare della carne, scrosciare<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">che \u00e8 verbalmente disgustoso, letteralmente<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">http:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Vomito(espulsione del verso<\/span><\/p>\n<figure id=\"attachment_940\" aria-describedby=\"caption-attachment-940\" style=\"width: 384px\" class=\"wp-caption alignright\"><a href=\"http:\/\/www.diaforia.org\/floema\/2013\/11\/18\/saggio-breve-su-postumi-dellorganizzazione-di-a-leonessa\/frauke2-ridotta\/\" rel=\"attachment wp-att-940\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\" wp-image-940 \" src=\"http:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/frauke2-ridotta-723x1024.jpg\" alt=\"\" width=\"384\" height=\"544\" srcset=\"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/frauke2-ridotta-723x1024.jpg 723w, https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/frauke2-ridotta-212x300.jpg 212w, https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/frauke2-ridotta-250x353.jpg 250w, https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/frauke2-ridotta.jpg 900w\" sizes=\"(max-width: 384px) 100vw, 384px\" \/><\/a><figcaption id=\"caption-attachment-940\" class=\"wp-caption-text\">Frauke &#8211; Diana Lange, 2013<\/figcaption><\/figure>\n<p><span style=\"font-size: 12px\">a capo) Hotfix estivo, il verbo \u00e8 sedato oralmente<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">da una compressa ed un sorso della nostra cedrata<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">e passeggiamo ancora, non pensare, ancora sul colle<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">con le cosce bagnate a guardare le cose.<br class=\"none\" \/><\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 12px\">\/*Ancora sul vomito, manifestazione davvero curiosa <br class=\"none\" \/>di espressione umana.\u00a0<\/span><span style=\"font-size: 12px\">Tra tutte le possibilit\u00e0\u00a0comunicative, <br class=\"none\" \/>il vomito mi trasmette sempre qualcosa di complesso.\/*<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><span style=\"color: #333333\"><br \/>\n<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #ff00ff\"><strong>3. Del vomito, o dell&#8217;impossibilit\u00e0 di superare la carne<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><span style=\"color: #000000\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 <\/span>Con <em>Pus the start bottom <\/em>siamo subito posti di fronte al <em>leitmotiv<\/em> di buona parte delle poesie raccolte in questa silloge: non \u00e8 la matrice il dominio gnostico di libert\u00e0 di Leonessa, esso sembra piuttosto essere racchiuso nello spazio di febbrile veglia videoludica imposto dalla Dreamcast. La scena descritta da questo componimento spezzettato e farcito di polisemie potr\u00e0 risultare estremamente familiare ad alcuni, allucinatamente aliena ad altri: una veglia notturna, alimentata a yogurt, di fronte a una consolle per videogiochi. L&#8217;alba coglie l&#8217;insonne impreparato: \u201cbisogna fare delle facce strane, per tollerare la luce\u201d. Nei pixel posti dietro il videoschermo si racchiude l&#8217;intera esistenza libera cui \u00e8 allacciato il videogiocatore, col corpo biologico, intermediario fisico tra la sua mente e il reame virtuale, posto come unico limite verso il completo assorbimento nel mondo ultraterreno dell&#8217;esperienza videoludica. Unico limite anche per ci\u00f2 che concerne le relazioni con gli altri, strette nel recinto delle pulsioni che il corpo stesso secerne. L&#8217;organico, come descrive con freddezza Leonessa in <em>Lollo, ad un certo punto, va veloce e tramonto<\/em>, \u00e8 pulsione profonda capace di prendere il sopravvento sulla nostra dimensione spirituale, prigioniera in una gabbia di carne che \u00e8 anche gabbia di pulsioni e desideri: \u201csbandavo sistematicamente\/nel tuo sorriso, ed era tutta colpa dell&#8217;organico, che sapevo\/capace di sconnettere all&#8217;utile un sistema nervoso\u201d. Proprio per combattere questi nefasti impulsi della carne, secondo alcune sette gnostiche la massima aspirazione del saggio era il lasciarsi morire d&#8217;inedia. E sembra quasi che Leonessa provi questa tentazione, a dar retta al modo tormentato in cui inserisce nei suoi versi riferimenti a improvvise bulimie notturne a base di yogurt e scatolette di tonno. Ma \u00e8 in <em>Saturno<\/em> che questo precetto estinzionista \u00e8 argomentato nella sua maniera pi\u00f9 logica e conseguente: il commento \u2013 quel commento che chiude ogni testo della silloge stilato nella maniera di un programmatore posto di fronte a un pezzo di codice di programma \u2013 che accompagna questa poesia non potrebbe essere pi\u00f9 netto: \u201c\/*Questo per dire che dovremmo evitare di fare figli, poich\u00e9 circondati da una quantit\u00e0 di carne, la nostra, sufficiente a sfamarci. No ai plug-in, insomma\/*\u201d. E, analogamente, in <em>Ad Emil Cioran, cadavere insigne<\/em>, il \u201cdis-apparire al mondo\u201d \u00e8 posto come quello che \u00e8 in fin dei conti l&#8217;unico dovere da assolvere: unico perch\u00e9 fondamentale, unico perch\u00e9 non ve n&#8217;\u00e8 di maggiori.<br class=\"none\" \/>\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 Ci\u00f2 che rimane come ideale \u00e8 nuovamente la dimensione virtuale entro il quale la mente si muove libera dalla sua prigione materiale. E le possibilit\u00e0 per la mente di costruire nodi esterni al proprio corpo \u2013 nodi con <em>altre menti<\/em> \u2013 intrecciando una rete di legami immateriali \u00e8 forse uno dei temi che attraversano una composizione come <em>Congestione di Marte<\/em>, divertente descrizione dell&#8217;amore ai tempi (oramai superati) dei <em>platform games<\/em>:<em> <\/em>\u201cNonostante Schopenhauer succedeva un amore:\/ adesso che ho tempo, e sono solo, piscio sulla realt\u00e0\/salto da piattaforma in piattaforma, da palo\/in pubblicit\u00e0 sigaretta elettronica con Emanuele Filiberto\u201d laddove quest&#8217;ultimo verso non \u00e8 altro che un link ipertestuale al video su Youtube in cui il Savoia ci intrattiene in uno dei suoi soliti siparietti atroci cui ci ha abituato dal tempo delle olivine in salamoia (o erano cetriolini sott&#8217;aceto?). Non \u00e8 tanto la <em>verve <\/em>comica, o la provocazione insita nell&#8217;uso di un link ipertestuale \u2013 impossibile da rendere su carta stampata, o su qualunque altro supporto <em>fisico<\/em>, e non <em>virtuale<\/em> e allacciato alla rete \u2013 a rendere interessante questa uscita di Leonessa, replicata in altri componimenti come <em>Yhwh answer <\/em>e la gi\u00e0 citata <em>Saturno<\/em>. L&#8217;utilizzo dell&#8217;ipertesto, lontano dall&#8217;essere un trucco da baraccone, \u00e8 piuttosto una elegante metafora dell&#8217;<em>apertura<\/em> che ogni frammento di informazione porta con s\u00e9 nella nostra epoca: un apertura che \u00e8 ricorsivit\u00e0 potenzialmente infinita, cos\u00ec come potenzialmente infinite \u2013 se non fosse per il dannato corpo, con la sua fame, il suo sonno, e i suoi bisogni \u2013 potrebbero essere le notti passate a saltare da un video a un altro su Youtube. E questo saltare \u201cda piattaforma a piattaforma\u201d \u2013 che, con la solita polisemia dei versi di Leonessa pu\u00f2 essere qui intesa come piattaforma informatica, o come spazio virtuale di cui sono composti i <em>platform games <\/em>\u2013 \u00e8 al centro della metafora adoperata da Leonessa per descrivere la sua privata e in fin dei conti normale frustrazione sentimentale: \u201c\/*da palo in frasca, da una relazione alla stessa relazione\/*\u201d \u00e8 il laconico commento al termine di <em>Congestione di Marte<\/em>.<br class=\"none\" \/>\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 E sempre la piattaforma, o meglio, questa volta senza dubbio i <em>platform games<\/em>, si trovano al centro di uno dei gioielli della silloge: <em>Morte bidimensionale<\/em>. Si tratta forse dell&#8217;unico \u00abpezzo\u00bb in cui Leonessa esce dalla propria <em>cameretta<\/em> per affrontare un tema che non \u00e8 di cronaca privata, ma di <em>memoria<\/em>: la morte dell&#8217;anarchico Pinelli. Nei versi di Leonessa l&#8217;evento, che \u00e8 descritto come se accadesse dietro lo schermo del monitor di una consolle su cui sta girando un <em>platform game<\/em>, assume contorni distaccati e stranianti, proprio come deve apparire la storia anche recente del nostro paese di fronte a generazioni che abitualmente confondono oramai le Brigate Rosse con la strage della stazione di Bologna. Lo spaesamento e le difficolt\u00e0 di comprensione che proviamo di fronte al concetto di spazio-tempo unificati derivano dall&#8217;aggiunta nell&#8217;immaginazione di una quarta dimensione alle tre che sono capaci di gestire i nostri sensi euclidei. L&#8217;effetto costruito da Leonessa si basa su un&#8217;intuizione analoga, ma lavora togliendo, non aggiungendo: scartando una dimensione nello spazio della nostra immaginazione, rendendo la scena <em>bidimensionale<\/em>, un accadimento storico non pu\u00f2 che assumere toni estranianti da cartone animato o, per l&#8217;appunto, da videogioco. E questa riduzione non pu\u00f2 che avere, dopo l&#8217;iniziale spaesamento, un effetto crudele e dissacrante: meglio di ogni saggio teorico sull&#8217;argomento, <em>Morte bidimensionale<\/em> riesce attraverso questo stratagemma a riprodurre nei tempi brevi e lirici della poesia la perdita di senso del concetto di <em>memoria collettiva<\/em> nell&#8217;epoca delle memorie virtuali a basso costo e ad alta capacit\u00e0. \u201c\/*Morte bidimensionale \u00e8 un pannello informativo inerente alla morte dell&#8217;anarchico Pinelli, sfortunato protagonista di un videogioco di piattaforme nella quale una caduta pu\u00f2 essere causa di decesso\/*\u201d.<br class=\"none\" \/>\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 La morte, e il paradigma estinzionista che si incontra tanto di frequente nei testi di questa silloge, non devono essere a mio avviso presi n\u00e9 per nichilismo tanto al chilo, n\u00e9 per un reale esercizio di ascetismo estremo. C&#8217;\u00e8 sicuramente in questo continuo riallacciarsi ai temi dell&#8217;estinzione, e al connubio di questa con la dimensione femminile e dell&#8217;eros (come accade, per esempio, in <em>Pic-nic sul ciglio della morte<\/em>, brano il cui titolo ammicca al capolavoro <em>sci-fi<\/em> dei fratelli russi Boris e Arkadii Strugatzki) un elemento giovanilistico e tardo adolescenziale, a tratti forse anche un po&#8217; seccante. Ma pi\u00f9 di ogni altra cosa l&#8217;elemento della morte e dell&#8217;estinzione \u00e8 adoperato per costruire una sorta di argomento dialettico in cui le conclusioni sono il rovesciamento pratico delle premesse da cui era partito il ragionamento. In coerenza con l&#8217;elemento gnostico che attraversa tutta la sua produzione Leonessa costruisce le sue poesie \u2013 e lo si capisce dagli inserti di linguaggio informatico, dai rimandi ipertestuali, e dalla sintassi meccanica che adopera \u2013 come se fossero stralci di codice, come software volatile destinato a saltare dal cervello-hardware dell&#8217;autore al cervello-hardware del lettore. Il paradigma \u00e8 qui quello del <em>meme<\/em>, replicatore a base informazionale-virtuale e non genetico-biologica. Il mondo cui sembrano aspirare queste poesie \u00e8 un mondo fatto interamente di informazione digitale rarefatta e impalpabile, un mondo di puro spirito declinato attraverso quella che \u00e8 la cornice tecnologica propria della nostra era. Pure, il contenuto di questi stralci di codice sembra essere sempre rivolto, e a volte lo \u00e8 in maniera davvero disperante, alla <em>carne<\/em>, cos\u00ec esecrabile, certo, ma in ogni caso cos\u00ec impossibile da superare&#8230; cos\u00ec, in un&#8217;unica parola, <em>umana<\/em>. Per quanto l&#8217;obiettivo sia la pratica mortificante di ascesi dello spirito nei confronti del corpo, verso l&#8217;universo trascendente del virtuale, \u00e8 in realt\u00e0 la carne la vera fissazione di Leonessa, e non si possono avere pi\u00f9 dubbi sull&#8217;argomento se si scorre nei suoi testi quante volte compaia questa parola: io l&#8217;ho contata approssimativamente ventinove volte all&#8217;interno di sedici poesie sulle ventisette che compongono la silloge \u2013 e ho omesso dal conteggio tutti quei termini che possono essere comunque ricollegati alla dimensione della corporeit\u00e0. Il mentale \u00e8 l&#8217;unica cosa che conta, il corpo \u00e8 in fin dei conti soltanto un \u201cterminale di carne\u201d che proprio per la sua fisiologia non pu\u00f2 che essere imperfetto e commettere errori di comunicazione, come si legge in <em>Pseudocodifica<\/em>. Ma nonostante questa valutazione negativa, e il tentativo di propagandare l&#8217;ascesi gnostica a base di morte e videogames, \u00e8 proprio il corpo a essere a mio avviso il vero protagonista delle poesie di Leonessa. Il corpo, e la sua insuperabilit\u00e0, che alla fine pongono in scacco ogni tentativo di superamento e mostrano l&#8217;inesorabile fallimento della gnosi.<br class=\"none\" \/>\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 Il <em>vomito <\/em>\u00e8 forse una delle figure pi\u00f9 vivide adoperate da Leonessa per portare alla luce questa verit\u00e0 occultata sotto le acque apparentemente limpide del fiume gnostico, ed \u00e8 una figura tanto pi\u00f9 potente in quanto, pur mostrando il limite di ogni tentativo di trascendere la situazione corporea, non rinuncia a sbatterci in faccia la natura disgustosa della nostra prigione di carne. Il vomito, scrive Leonessa in appendice a <em>Securitas chimica<\/em>, \u00e8 una \u201cmanifestazione davvero curiosa di espressione umana. Tra tutte le possibilit\u00e0 comunicative, il vomito mi trasmette sempre qualcosa di complesso\u201d. Ma sopratutto \u00e8 una manifestazione del tutto incontrollabile, la reazione che il corpo ha a disposizione per riemergere prepotentemente durante il delirio nell&#8217;universo virtuale in cui la mente si pensa come qualcosa di diverso e staccato dalla carne che la sorregge: \u201cdicendo no no no questa carne non pu\u00f2\/espellere ci\u00f2 che \u00e8 dentro, schifosamente\/come un adolescente che dalla sua agenda\/estrae un&#8217;autopsia quadrettata, una tavola\/ospedaliera su cui poggiar le sue interiora\/oppure, gi\u00e0 meglio, come un corpo eretto\/che fa outing lasciandosi cadere, finalmente\/libero di esprimere la sua natura originale\u201d si legge in <em>Sul vomitare negli uffici pubblici<\/em>, \u201ctitolo eloquente\u201d come ci ricorda lo stesso Leonessa nella chiosa al testo. Nei suoi momenti di delirio narcisista l&#8217;io della mente si crede qualcosa di separato e in linea di massima <em>potenzialmente<\/em> scorporabile dal corpo \u2013 come quando la carne \u00e8 stordita dall&#8217;euforia di una sbronza (vedi l&#8217;io che \u00abguida\u00bb il corpo come se fosse una macchina in <em>Arto secondo, schema piramidale<\/em>), o ridotta a mero terminale di passaggio tra il controller della consolle e la mente del videogiocatore \u2013 ma il vomito, come reazione irriflessa e incontrollabile, interviene a risvegliare il soggetto dal suo delirio mistico e a mostrargli l&#8217;insuperabile inscindibilit\u00e0 delle sue componenti mentali e fisiche. E non a caso, tra gli altri testimoni dell&#8217;insuperabilit\u00e0 del corporeo ritroviamo, come gi\u00e0 ricordato in precedenza, la fame, che \u00e8 bulimia notturna, gesto speculare e per questo simbolicamente identico a quello irriflesso ed estroflesso del vomito. La madre, sorta di ipostasi della <em>sofia<\/em>, ovvero della sapienza che si irraggia nel mondo spirituale, pu\u00f2 anche cercare di rimettere in ordine il <em>Santuario con pezzi di cioccolato<\/em> che \u00e8 il letto reduce da un pasto notturno, ma non potr\u00e0 mai negare la realt\u00e0 della fame che lo ha prodotto: \u201cMamma, queste carcasse le puoi anche spazzare\/ma \u00e8 il loro spirito pralinato che non cede,\/che resiste alla spazzola\u201d.<br class=\"none\" \/>\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 Accade dunque questo paradosso, che proprio mentre si pone in atto la descrizione del dualismo tra corpo e mente, e della lotta di quest&#8217;ultima per separarsi dalla propria prigione di carne e raggiungere la dimensione virtuale che \u00e8 dimensione spirituale di libert\u00e0 e di immortalit\u00e0, la corporeit\u00e0 con i gesti prepotenti e violenti della fame e del vomito nega ogni illusione di dualit\u00e0, mostrando in qualche maniera come il soggetto, lontano dall&#8217;essere uno \u00abspettro nella macchina\u00bb, \u00e8 qualcosa di irrimediabilmente incarnato in essa \u2013 o forse, addirittura, la sua stessa carne. \u201cNella omert\u00e0 della carne accade\/brandello per brandello che una sequenza\/organica tenda al mondo, allo stato reale\u201d si legge in <em>Triforza motrice<\/em>: e rimane davvero da chiedersi che cosa sia per Leonessa questa <em>realt\u00e0<\/em>, una volta svelata la duplicit\u00e0 del suo discorso, il suo richiamarsi alla dimensione trascendente della gnosi, e il suo mostrarne i limiti e le contraddizioni, poich\u00e9 questa ambiguit\u00e0 non sembra essere tolta. Ma per quanto denunciata come qualcosa di insopprimibile, la carne e il mondo materico non sono accettati allora come qualcosa di positivo, dal momento che i fenomeni con cui si impongono al soggetto sono quelli negativi del vomito e della fame, o della pulsione erotica associata alla perdita di controllo o addirittura della vita stessa. La visione di Leonessa rimane a questo punto in bilico, tra fede gnostica nella possibilit\u00e0 della trascendenza dal mondo materiale e insopprimibilit\u00e0 della carne. Ci\u00f2 che muta \u00e8 piuttosto l&#8217;atteggiamento riguardo nei confronti della poesia, e del suo modo di essere, come dicevo, un modo di muoversi all&#8217;interno della sfera del virtuale. Non pi\u00f9 manifesto e strumento di propaganda di una nuova ascesi gnostica, la poesia pu\u00f2 diventare piuttosto una sorta di \u00abdebugging esistenziale\u00bb, sulla falsariga di quello che sembrerebbe essere implicito, per esempio, in un componimento come <em>\/Me, in the merror, in the summer OFF<\/em>. Sia come sia, essa \u00e8 destinata a rimanere: come lo dimostrano i versi di questa silloge, ogni materiale umano, anche quello che apparentemente pu\u00f2 sembrare il pi\u00f9 fragile e il pi\u00f9 caduco, se impiegato con arte pu\u00f2 essere impiegato per forgiare ci\u00f2 che chiamiamo poesia, e che \u00e8 appello agli uomini tutti.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_943\" aria-describedby=\"caption-attachment-943\" style=\"width: 640px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><a href=\"http:\/\/www.diaforia.org\/floema\/2013\/11\/18\/saggio-breve-su-postumi-dellorganizzazione-di-a-leonessa\/ruben-zumstrull-part\/\" rel=\"attachment wp-att-943\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"size-large wp-image-943 \" src=\"http:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/ruben-zumstrull-part-1024x168.jpg\" alt=\"\" width=\"640\" height=\"105\" srcset=\"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/ruben-zumstrull-part-1024x168.jpg 1024w, https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/ruben-zumstrull-part-300x49.jpg 300w, https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/ruben-zumstrull-part-250x41.jpg 250w, https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2013\/11\/ruben-zumstrull-part-500x82.jpg 500w\" sizes=\"(max-width: 640px) 100vw, 640px\" \/><\/a><figcaption id=\"caption-attachment-943\" class=\"wp-caption-text\">Ruben Zumstrull (particolare) &#8211; Diana Lange, 2013<\/figcaption><\/figure>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<hr align=\"left\" size=\"1\" width=\"33%\" \/>\n<div>\n<p><span style=\"color: #ff00ff;font-size: 12px\">[1]<\/span> <span style=\"color: #000000;font-size: 12px\">Che, per chi appunto non lo sapesse, \u00e8 stata una consolle di \u00absesta generazione\u00bb venduta tra il 1998 e il 2001 (ma supportata fino al 2007), all&#8217;epoca della sua uscita sul mercato la diavoleria videoludica pi\u00f9 potente in circolazione.<\/span><\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dopo la pubblicazione di &#8220;Postumi dell&#8217;organizzazione&#8221; di Andrea Leonessa il primo di novembre, dedichiamo oggi un post al saggio breve che Pierfrancesco Biasetti ha scritto per la silloge. Il testo completo \u00e8 incluso, insieme a una nota di Gian Ruggero Manzoni, nell&#8217;ebook &#8220;Postumi dell&#8217;organizzazione&#8221;,\u00a0che potete leggere o scaricare da\u00a0Biblioteca di \u00a0f \u00a0l o e m [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[8,7,50],"tags":[46,45,48,32],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/899"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=899"}],"version-history":[{"count":42,"href":"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/899\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":948,"href":"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/899\/revisions\/948"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=899"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=899"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=899"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}