{"id":2196,"date":"2018-01-16T16:27:35","date_gmt":"2018-01-16T16:27:35","guid":{"rendered":"http:\/\/www.diaforia.org\/floema\/?p=2196"},"modified":"2018-01-16T16:49:12","modified_gmt":"2018-01-16T16:49:12","slug":"ritorno-su-spazio-di-destot-a-cura-di-simona-menicocci","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/2018\/01\/16\/ritorno-su-spazio-di-destot-a-cura-di-simona-menicocci\/","title":{"rendered":"## Ritorno su &#8220;spazio di destot&#8221; a cura di Simona Menicocci"},"content":{"rendered":"<h1><\/h1>\n<h1><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"aligncenter size-large wp-image-2164\" src=\"http:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2017\/11\/copertina-destot1-senza-segni-1024x597.jpg\" alt=\"\" width=\"1024\" height=\"597\" srcset=\"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2017\/11\/copertina-destot1-senza-segni-1024x597.jpg 1024w, https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2017\/11\/copertina-destot1-senza-segni-300x175.jpg 300w, https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2017\/11\/copertina-destot1-senza-segni-768x448.jpg 768w, https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2017\/11\/copertina-destot1-senza-segni-500x291.jpg 500w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/h1>\n<h1><\/h1>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h1>Rendere produttivo il falso<br \/>\nappunti su <em>spazio di destot<\/em><\/h1>\n<p style=\"text-align: right;\">di <strong>Simona Menicocci<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non pu\u00f2 esserci, n\u00e9 farsi, un discorso definitivo e definitorio su <em>spazio di destot <\/em>di Fabio Teti. Libro impossibile da etichettare o classificare, il cui senso \u2013 plurale, molteplice, opaco \u2013 sfugge, centrifuga, resiste a ogni tipo di irrigimentazione ermeneutica e provoca un dialogo\/lettura ininterrotto, ma soprattutto infinibile. L\u2019Ur-testo iniziale era infatti una raccolta di poesie d\u2019amore che \u2013 resasi intollerabile all\u2019occhio dell\u2019autore sia per la sua natura privata, autoreferenziale e non \u2018comune\u2019, sia per l\u2019<em>autofiction<\/em> di cui era intrisa \u2013 \u00e8 stata distrutta, o meglio, decostruita attraverso due procedure che hanno scopi differenti. L&#8217;autore stesso spiega egregiamente i processi attuati:<\/p>\n<p><span style=\"font-size: 12pt;\"><em>\u00abLe due parti, \u2018disfazione\u2019 e \u2018diversione\u2019 nascono dal corpo di un medesimo testo, ossia un libro di poesie che scrissi tra 2004 e 2005, e di cui ho patito negli anni successivi tutta la falsit\u00e0 immanente alla postura l\u00e0 assunta. Dunque ho distrutto il corpo testuale originario dandolo in pasto ad un software di cut-up, e ne ho rimontato (per modo di dire) i frammenti secondo una logica puramente intensiva, sicuramente inconscia. Fin qui \u2018disfazione\u2019. Tuttavia il regesto della distruzione continuava a non soddisfarmi: bisognava non soltanto distruggere il falso, bens\u00ec renderlo daccapo produttivo, generante, ma di una generazione che sapesse prescindere dalla messa in campo delle intenzionalit\u00e0 coscienti,\u00a0<\/em><\/span><span style=\"font-size: 12pt;\"><em>dell\u2019iperdeterminazione. Anche qui \u00e8 occorso in mio aiuto un d\u00e9tournement, diciamo cos\u00ec, tecnologico: ho ripreso di nuovo il testo originale, ho eliminato ogni versura, e l\u2019ho dato in pasto al google traduttore, riportando il tutto in italiano dopo diversi passaggi tra le lingue. Successivamente, ho lavorato su questo nuovo testo, su questa doppia alienazione dell\u2019origine e delle intenzioni e falsit\u00e0 ad essa coestese, mettendomi a scrivere sopra e dentro e tra le frasi ottenute, cercando di lavorare lungo la linea di frizione fra inconscio tecnologico (quello della macchina, dei suoi errori di traduzione, dei suoi mostri sintattici, dei significanti aleatori prodotti dai suoi algoritmi) e inconscio umano, personale.\u00bb<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per la prima sezione del testo Teti sceglie uno storico metodo avanguardista di decostruzione testuale, utilizzando una delle tante macchine di cut-up disponibili nel web, a cui dare in pasto un materiale verbale per far detonare ci\u00f2 che vi \u00e8 nascosto all&#8217;interno, per poi assemblare i frantumi lavorando sul suono, sul ritmo, sugli accenti, sulle eco e sugli ego che questa frammentazione \u00e8 in grado di attivare. La macchina, quindi, diventa una risorsa per uscire dal cerchio dell&#8217;io, per trasformare il cerchio in uno spazio <em>n-<\/em>dimensionale; diventa un dispositivo che permette l\u2019autoestraneazione. Se frantumazione e sparizione dell&#8217;istanza discorsiva del soggetto possono essere solo artificiali, in questo lavoro si fondano sull&#8217;esigenza etica, sulla responsabilit\u00e0, di complicare e problematizzare la natura monadica della coscienza trasformando un monologo intimo in flussi di coscienza interferiti, disturbati da discorsi\/coscienze altre. Assistiamo cos\u00ec a una sorta di puntillismo informale dove il magma verbale \u00e8 volto a mostrare, tra le altre cose, la condizione (patologica) del soggetto occidentale contemporaneo, privato e transindividuale, mettendo a lavoro una lingua schizofrenizzata, al cui interno inserire e far frizionare la Storia, privata e collettiva, data per frammenti, per scaglie semiche, creando uno strumento per accedere al rimosso dell&#8217;inconscio, privato e collettivo. Vi troviamo quindi un immaginario \u201csenza io\u201d come, secondo Lacan, avviene anche nel caso della schizofrenia. Il soggetto schizofrenico appare infatti \u00abcome un soggetto frammentato, senza forma, volatile, sparpagliato, dissociato perch\u00e9 la schizofrenia \u00e8 essenzialmente un\u2019esperienza di perdita e di frammentazione dell\u2019identit\u00e0, di disgregazione dell\u2019immagine stessa del proprio del corpo, del corpo a pezzi (<em>corp morcel\u00e9e<\/em>). [\u2026] Per lo schizofrenico il corpo, il proprio corpo, non sta insieme, ma tende a disgiungersi, a frammentarsi. Allora lo schizofrenico pu\u00f2 inventare strategie differenti per tenere insieme un corpo che sfugge da tutte le parti.\u00bb<sup><a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<br \/>\n<\/a><\/sup>Quello che vale per il corpo vale per il discorso, per la parola: \u00abnella clinica della schizofrenia \u00e8 difficile trovare un postulato fondamentale perch\u00e9 nell\u2019esperienza schizofrenica niente \u00e8 vissuto come stabile e sicuro. Non c\u2019\u00e8 alcuna esperienza della certezza se non relativa all\u2019incontro con il reale che si d\u00e0 nelle allucinazioni. [\u2026] L\u2019allucinazione \u00e8 la sola esperienza che il soggetto schizofrenico fa della certezza. Il contenuto delle allucinazioni \u00e8 &#8220;certo&#8221; nonostante la sua bizzarria estrema\u00bb.<sup><a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a><\/sup><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><sup><a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\"><br \/>\n<\/a><\/sup>Il soggetto schizofrenico messo a lavoro in <em>spazio di destot<\/em> trasforma infatti i fenomeni e gli oggetti in allucinazioni proteiformi per mezzo di un rimaneggiamento schizofasico del linguaggio attraverso paragrammatismi (errori di concordanza), uso di parole idiosincrasiche, ripetizioni, improvvisi cambi di soggetto, perdita della connessione logica e dei nessi associativi fra le parole e le frasi, deragliamento del pensiero \u2013 in modo tale che le associazioni scorrano l&#8217;una dopo l&#8217;altra in relazione obliqua, o senza alcuna apparente relazione \u2013, perdita di finalismo (cio\u00e8 impossibilit\u00e0 di arrivare alla naturale conclusione di una concatenazione di pensieri), blocchi o intoppi della sintassi, agrammatismo (perdita di parti del discorso). Sia Freud che Lacan hanno osservato come il tratto clinico della schizofrenia risieda in un simbolico che diventa reale. L\u2019esperienza della coazione ad allucinare condensa in s\u00e9 quella primordiale del linguaggio come caos, nonch\u00e9 quella del corpo come esperienza dell\u2019informe e quella della storia umana come orrore e delirio. \u00c8 una specie di extraterritorialit\u00e0 in rapporto alla parola. Ma come sopperire all\u2019assenza di unit\u00e0 per mantenere unito il corpo, il discorso? Con la paranoia, se \u00e8 vero che \u00abnella paranoia il centro \u00e8 occupato dal senso e il delirio \u00e8 semiotico perch\u00e9 tutto ha un senso\u00bb.<sup><a href=\"#_ftn3\" name=\"_ftnref3\">[3]<\/a><\/sup><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il linguaggio, in <em>spazio di destot<\/em>, viene inteso e trattato (si pensi alla tetralogia di W.S. Burroughs) come la malattia ontologica del soggetto occidentale, ma Teti conviene che \u00e8 solo attraverso di esso che pu\u00f2 darsi un antidoto conoscitivo al male di cui esso \u00e8 luogo e causa insieme (in vista, ad ogni modo, di \u00abnessuna guarigione\u00bb, come altrove si afferma). Il testo della prima sezione \u2013 dal titolo <em>disfazione<\/em> \u2013 con cui il lettore entra in contatto e in collisione \u00e8 un testo scomposto, lussato, franto, poroso, interrotto, diffratto; una catena paronomastica, una slavina che rimastica e rumina ci\u00f2 che \u00e8 stato detto e scritto; un testo infittito da incisi e incidentali che, comunemente, sono sintatticamente liberi e indipendenti ma semanticamente pertinenti e introducono un nuovo punto di vista che inficia le relazioni logiche e crea piani prospettici differenti. La polifocalizzazione cos\u00ec ottenuta \u00e8 lo strumento tramite cui Teti cerca di rifunzionalizzare uno spazio tradizionalmente monologico assimilando dentro l&#8217;io, dentro il discorso dell&#8217;io, una parola costitutivamente altrui, un brulichio verbale alieno e che tuttavia ci appartiene, proprio perch\u00e9 non \u00e8 possibile possederlo e comprenderlo totalmente. Ci\u00f2 che chiede\/pretende questa scrittura \u00e8 infatti di rinunciare a quanto anch&#8217;essa ha rinunciato: la pretesa\/presunzione di onnicomprensione\/onnispiegazione, di poter comunicare tutto, quando \u00e8 semmai necessario non condividere il noto, l&#8217;esistente, bens\u00ec trasformarlo in problema, attraverso la messa in crisi di s\u00e9 e della propria scrittura-logos in un discorso che non viene normotizzato e che approda, infine, a un probabilismo ontico e gnoseologico in cui le categorie di vero-falso vacillano, a una <em>coincidentia oppositorum<\/em> che si fonda su una logica eraclitea, antinomica, quantistica, anti-identitaria che decostruisce i principi di identit\u00e0, di non contraddizione e del terzo escluso mostrandone la natura puramente formale. A partire da questa paleologica, la tortuosit\u00e0, la parziale illeggibilit\u00e0 di<em> spazio di destot<\/em> riflettono l&#8217;oggetto del testo, dello sguardo del testo sul mondo, della domanda che il testo fa al mondo, all\u2019altro. Il muro di testo \u00e8 un muro fatto di porte, di buchi, di finestre, dove l\u2019osmosi attuata tra la positivit\u00e0 del mondo fisico e la negativit\u00e0 del mondo psicologico mostra una relazione Io-Mondo differente. La soggettivit\u00e0, cos\u00ec come la lingua, viene plasticamente manipolata e articolata con l\u2019oggetto-mondo in una scultura verbale complessa che ne confonde i contorni\/confini.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel pensiero di Teti la dispercezione \u00e8 un fondamento estetico-antropologico, forma costitutiva dello stare al mondo e dell\u2019esperire il mondo da parte dell&#8217;essere umano e strumento quanto mai fertile della scrittura. L\u2019idea di una percezione compatta, coerente, totalizzante del mondo \u00e8 un\u2019illusione. Non pu\u00f2 darsi infatti una percezione, non tanto pura del mondo, quanto priva di significato. Ogni oggetto, fenomeno, evento viene investito da un senso ulteriore che non gli \u00e8 proprio, ch\u00e9 il mondo in s\u00e9 non ha significato. Quindi ogni percezione \u00e8 sempre gi\u00e0 una dispercezione, un\u2019alterazione, una deformazione di ci\u00f2 che \u00e8. Se non bastasse questa costante antropologica a incrinare l\u2019illusione fenomenologico-referenziale, vi si aggiunga il dato storico-sociale di una percezione compromessa dalla tecnica \u2013 perch\u00e9 ipermediata, iperstimolata e delocalizzata \u2013 e strumentalizzata dai sistemi di potere e di dominio. All\u2019interno di un tale panorama l\u2019esperienza non \u00e8 pi\u00f9 solamente discontinua, incomunicabile, ma vaporizzata. Cos\u00ec come il soggetto non \u00e8 pi\u00f9 solo poroso, lamellare, opaco, obliquo, ma definitivamente compromesso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella seconda sezione \u2013 dal titolo <em>diversione<\/em> \u2013 Teti si serve del Google Traduttore, trattato come dispositivo di alterazione in cui abbandonare lo stesso materiale verbale di partenza per uscire questa volta dal cerchio della lingua madre, salvo ritornarvi dopo la traduzione, meccanica ed errata, in una serie di lingue straniere, ottenendo cos\u00ec un testo non frantumato, ma completamente alienato, nel quale far frizionare inconscio tecnologico e inconscio personale e storico. Questo metodo viene applicato perch\u00e9 l&#8217;io ha ed \u00e8 una lingua, quindi non poteva bastare il cut-up per attuare una pratica di scrittura che tenta la strada della disalienazione linguistica (\u00e8 bene sottolineare che la strada non \u00e8 n\u00e9 una n\u00e9 solo questa: ci sono, gi\u00e0 esistono, molti modi e scritture capaci di attivare processi di consapevolezza della natura ideologica e alienata del linguaggio, di riappropriazione e sovvertimento di ci\u00f2 che, fuor di paradosso, \u00e8 inappropriabile come il capitale comune della lingua. Ed \u00e8 questo l\u2019<em>ethos<\/em> che struttura e fonda tutte queste prassi discorsive, che ne determina ricerche, approcci, variazioni, procedure, protocolli).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>spazio di destot<\/em> enuncia e denuncia, proprio attraverso l\u2019ostensione del fallimento etico delle politiche occidentali \u2013 delle conseguenze dei loro fini, mezzi, parole, discorsi, che ne rivelano il carattere specificamente antiumano e antisociale \u2013 il conseguente e parallelo fallimento avvenuto nelle coscienze, e relative percezioni, opinioni, che di quelle fanno parte e le cui genesi si profilano come una teratogenesi. Ma la denuncia non \u00e8 esternalizzata, il discorso pu\u00f2 esser vero in questa pratica di scrittura cos\u00ec complessa e cos\u00ec densa di pensiero sull\u2019uomo, solo ed esclusivamente perch\u00e9, allo stesso tempo, si autodenuncia, si autoaccusa, non si autoassolve indirettamente come tanta scrittura parenetica che dall\u2019alto della sua superiorit\u00e0 morale giudica e condanna il mondo. Fabio Teti, in quanto coscienza, e dunque in quanto linguaggio, fa parte di quel mondo distrutto che distrugge e ne \u00e8 consapevole, ne condivide la colpa e la condanna, il peso e l\u2019impossibile redenzione. In quanto uomo \u00e8 allo stesso livello del lettore, \u00e8 complice assieme a lui di tutto l\u2019orrore perpetrato. Proprio la scrittura permette di evitare il conseguente approdo nichilista di questo assunto: scrittura in quanto creazione, costruzione, trasformazione di qualcosa in altro da s\u00e9, perch\u00e9 al di l\u00e0 di ogni recupero nostalgico e nei fatti impossibile, altro pu\u00f2 essere fatto in luogo di ci\u00f2 che \u00e8 andato perso e distrutto, ma solo a partire da una presa di coscienza e di responsabilit\u00e0 individuale, oltre che da uno sforzo ermeneutico critico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00ab<em>vita \u00e8 il con<\/em>\u00bb, una delle frasi pi\u00f9 memorabili di <em>spazio di destot<\/em>, ne sintetizza la tensione costruttiva su base relazionale, l\u2019esigenza di un \u201cinternazionalismo umano\u201d che sappia declinare l\u2019io e il tu in un \u2018noi\u2019 che non si opponga a nessun \u2018loro\u2019. Anche perch\u00e9 l\u2019identit\u00e0 non \u00e8 qualcosa di naturale, nasce dal riconoscimento, dalla relazione con l&#8217;altro; il soggetto \u00e8 generato dal e nel <em>con<\/em>, quindi \u00e8 un fenomeno relazionale, sociale, politico. La filosofia del <em>con<\/em> \u00e8 l&#8217;orizzonte da costruire perch\u00e9, come la scrittura di Teti ci ricorda, l\u2019io non \u00e8 solo un altro, ma \u00e8 soprattutto un noi. O per dirla con Bachtin: \u00abla vita inizia solo l\u00e0 dove un\u2019enunciazione s\u2019incontra con un\u2019altra enunciazione, cio\u00e8 l\u00e0 dove inizia l\u2019interazione verbale, anche se non \u00e8 l\u2019interazione verbale diretta, \u201cfaccia a faccia\u201d, ma quella mediata, quella letteraria\u00bb.<sup><a href=\"#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a><\/sup> Partendo dal presupposto filosofico che \u00abl\u2019unit\u00e0 reale del linguaggio in quanto discorso non \u00e8 infatti l\u2019enunciazione monologica individuale e isolata, ma l\u2019interazione di almeno due enunciazioni, cio\u00e8 il dialogo\u00bb<sup><a href=\"#_ftn5\" name=\"_ftnref5\">[5]<\/a><\/sup>, Bachtin, in\u00a0<em>Esposizione del problema del discorso altrui<\/em> (secondo capitolo del suo saggio <em>Marxismo\u00a0<\/em><em>e filosofia del linguaggio<\/em>), disamina le varie \u00abforme usate per riportare la parola altrui, giacch\u00e9 in esse si riflettono le tendenze fondamentali e costanti della percezione attiva della parola altrui\u00bb<sup><a href=\"#_ftn6\" name=\"_ftnref6\">[6]<\/a><\/sup>, e distingue quindi tra stile lineare e stile pittoresco, in cui confluiscono i vari tipi di discorso diretto, discorso indiretto e discorso indiretto libero. Teti non si avvale per\u00f2, come abbiamo visto, di forme canonizzate, modelli standardizzati per riportare o incorporare la parola altrui. <em>spazio di destot<\/em> si situa semmai in quell\u2019area formalmente impredicibile che Bachtin definisce della \u201cinterferenza tra discorsi, tra parola propria e parola altrui\u201d, ricordando appunto che \u00abnon \u00e8 possibile assegnare al fenomeno dell\u2019interferenza verbale tra discorsi un\u2019espressione sintattica che sia, in un certo modo, particolare e stabile\u00bb<sup><a href=\"#_ftn7\" name=\"_ftnref7\">[7]<\/a><\/sup>. Teti costruisce cos\u00ec un oggetto verbale non identificato in cui \u00e8 per\u00f2 possibile esperire, tra le altre cose, la natura del linguaggio, sempre dialogico, sempre interferito, e in cui i confini tra io e altro, tra mondo e natura, tra senso e non senso, sono labili e impalpabili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Accanto ai due dispositivi detonatori volti alla disappartenenza, che Teti impiega, e prima\u00a0di essi, sussiste un\u2019esperienza e una realt\u00e0, volendo chiasmatica, che ha medesime caratteristiche destabilizzanti: l\u2019eros, l\u2019inconscio, il desiderio, il rimosso. L&#8217;eros \u00e8 un fenomeno di perdita di controllo dell&#8217;io, \u00e8 una rottura dell&#8217;equilibrio e dell&#8217;ordine, \u00e8 l\u2019evento che permette al soggetto di conoscere ed esperire il suo inconscio. L\u2019inconscio non \u00e8, come vorrebbe la concezione comune, n\u00e9 irrazionale, n\u00e9 istintuale, ha invece una logica sua propria, diversa, non egoica, \u00e8 la manifestazione di una verit\u00e0 altra che abita il soggetto, \u00e8 lo spazio del desiderio e del rimosso, senza esserne teatro bens\u00ec fabbrica, i cui processi sono processi linguistici. Se il desiderio \u00e8 una potenza che oltrepassa il soggetto, una forza che \u00e8 la sua trascendenza, il soggetto \u00e8 assoggettatto al desiderio, ne \u00e8 responsabile senza esserne il padrone, senza poterlo governare. A partire da questa consapevolezza, Teti usa i due dispositivi descritti, le due macchine, per mettere a lavoro il soggetto dell\u2019inconscio personale e quell\u2019inconscio tecnologico che, come ha ben analizzato Franco Vaccari, \u00ab\u00e8 un organo della funzione simbolica, \u00e8 una mediazione per cui un sensibile si riveste di senso\u00bb.<sup><a href=\"#_ftn8\" name=\"_ftnref8\">[8]<\/a><\/sup>\u00a0La macchina, infatti, \u00abviene innestata su un flusso (di materia, di energia, di informazioni) sul quale interviene effettuando una serie di operazioni predeterminate e inscritte in un codice bloccato. L&#8217;intervento sul flusso ha come conseguenza l&#8217;alterazione dei rapporti fra gli elementi che lo costituiscono. In questo senso si pu\u00f2 continuare a parlare di produzione anche quando il risultato dell&#8217;azione della macchina \u00e8 la distruzione. La distruzione \u00e8 infatti una drastica alterazione dei rapporti esistenti nella direzione della loro massima semplificazione. [\u2026] In questa prospettiva si pu\u00f2 capire quale sia la funzione delle macchine di distruzione che possono essere chiamate anche macchine di azzeramento dei codici: esse servono a dirottare flussi che altrimenti andrebbero ad alimentare macchine estranee: in sostanza essi creano riserve di flussi\u00bb.<sup><a href=\"#_ftn9\" name=\"_ftnref9\">[<\/a><\/sup><sup><a href=\"#_ftn9\" name=\"_ftnref9\">9]<\/a><\/sup><\/p>\n<p><sup><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\"><\/a><\/sup><\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\"><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Teti, distruggendo, produce quindi riserve di flussi su cui lavora, su cui interviene. \u00abOgni intervento soggettivo ottiene il risultato di surcodificare il testo. Ma dato che l&#8217;azione soggettiva \u00e8 sempre solo parzialmente cosciente, il testo registra anche le determinazioni inconsce del soggetto\u00bb.<sup><a href=\"#_ftn10\" name=\"_ftnref10\">[10<\/a><\/sup><sup><a href=\"#_ftn10\" name=\"_ftnref10\">]<\/a><\/sup>\u00a0Questo perch\u00e9 la macchina, lo strumento \u00abdeve essere visto come dotato di un&#8217;autonoma capacit\u00e0 di organizzazione del testo in forme che sono gi\u00e0 strutturate simbolicamente, indipendentemente dall&#8217;intervento del soggetto\u00bb.<a href=\"#_ftn11\" name=\"_ftnref11\">[11]<\/a> Il significato, e cio\u00e8 l&#8217;esperienza che \u00e8 oggetto della rimozione, \u00e8 quello gi\u00e0 strutturato dell&#8217;inconscio tecnologico, ma \u00abl\u2019accettazione della casualit\u00e0 significa accettazione della presenza di informazioni involontarie, di informazioni parassite, di nicchie di mistero, dove il rapporto tra gli elementi \u00e8 in gran parte ignoto, strutturato a nostra insaputa dal mezzo stesso che usiamo\u00bb.<a href=\"#_ftn12\" name=\"_ftnref12\">[12]<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Teti non utilizza immediatamente il materiale bruto ottenuto dai due dispositivi, ma lo rimaneggia, lo riusa, lo intensifica, attraverso riscrittura ritmica con particolare, ossessiva, attenzione ai segni sovrasegmentali e attraverso il montaggio. \u00abIn un certo senso, si potrebbe dire che il montaggio convenzionale si incarica di svolgere una critica\u00a0radicale al cosiddetto principio di Frege, secondo il quale il significato di una espressione complessa \u00e8 funzione del significato delle sue parti. Radicale al punto da pretendere il capovolgimento della formulazione: il significato di espressioni semplici compare ora come funzione dell&#8217;espressione complessa elaborata tramite il loro montaggio. [\u2026] Solo ci\u00f2 che seguir\u00e0, solo l&#8217;ordine del montaggio dar\u00e0 retrospettivamente un senso compiuto alla straripante ambiguit\u00e0 (prossima a convertirsi in assenza di significato) [\u2026]. Selezionando e indirizzando i modi della percezione, il montaggio mette a punto una configurazione degli eventi a suo modo unica. Detto in altro modo, soltanto il risultato del montaggio pu\u00f2 aspirare alla caratteristica irripetibilit\u00e0 di un&#8217;esperienza. Ma di che esperienza ci parla il montaggio? Apparentemente di una somma di esperienze date, scomposte nelle loro parti costituenti e poi riordinate. Ma solo apparentemente, giacch\u00e9 i segmenti artificiali su cui il montaggio interviene non rispecchiano una precedente esperienza diretta, figurando in ultima analisi come insignificanti unit\u00e0 sintattiche. A ben vedere, il montaggio, mentre sembra riportare l&#8217;esperienza trascorsa, ne costruisce una completamente nuova\u00bb.<a href=\"#_ftn13\" name=\"_ftnref13\">[13]<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quale esperienza completamente nuova costruisce <em>spazio di destot<\/em>? Un\u2019esperienza dalla doppia natura: decostruzione di un senso univoco, individuale, privato, e ricostruzione di un senso plurale, multifocale, pubblico, che resti in parte opaco, cio\u00e8 divaricato e aperto a una molteplicit\u00e0 di percorsi e conclusioni, in cui il lettore \u00e8 costretto ad aggiungere la propria grammatica, la propria sintassi, il proprio bagaglio culturale, psichico, emotivo, umano con cui eseguire, \u201csuonare\u201d lo spartito linguistico offerto all\u2019esperienza. Il lettore diventa parte attiva del rimodellamento dei materiali linguistici, incitato a una riappropriazione degli stessi attraverso il loro uso.<\/p>\n<p>____________________________________________<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\"><sup>[1]<\/sup><\/a> Lamberto Doneg\u00e0, <em>Il soggetto psicanalitico<\/em>, Lampi di Stampa, 2006, p. 41<br \/>\n<a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\"><sup>[2]<\/sup><\/a> Ibid., p.42<br \/>\n<a href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\"><sup>[3]<\/sup><\/a> Ibid., p.41<br \/>\n<sup><a href=\"#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a> <\/sup><span style=\"font-size: 14pt;\">M. Bachtin e il suo circolo, <em>Opere 1919-1930<\/em>, Bompiani, Milano, 2014, p.1801<\/span><br \/>\n<sup><a href=\"#_ftnref5\" name=\"_ftn5\">[5]<\/a> <\/sup>Ibid., p.1727<br \/>\n<sup><a href=\"#_ftnref6\" name=\"_ftn6\">[6]<\/a>\u00a0<\/sup>Ibid., p.1727<br \/>\n<sup><a href=\"#_ftnref7\" name=\"_ftn7\">[7]<\/a>\u00a0<\/sup>Ibid., p.1779<br \/>\n<sup><a href=\"#_ftnref8\" name=\"_ftn8\">[8]<\/a>\u00a0<\/sup>Franco Vaccari, <em>Fotografia e inconscio tecnologico<\/em>, Einaudi, Torino 2011, p.8<br \/>\n<sup><a href=\"#_ftnref9\" name=\"_ftn9\">[9]<\/a><\/sup>\u00a0Ibid., pp.7-8<br \/>\n<sup><a href=\"#_ftnref10\" name=\"_ftn10\">[10]<\/a><\/sup>\u00a0Ibid., p.14<br \/>\n<sup><a href=\"#_ftnref11\" name=\"_ftn11\">[11]<\/a><\/sup>\u00a0Ibid., pp.18-19<br \/>\n<sup><a href=\"#_ftnref12\" name=\"_ftn12\">[12<\/a><\/sup><sup><a href=\"#_ftnref12\" name=\"_ftn1\">]<\/a><\/sup>\u00a0Ibid., p.30<br \/>\n<sup><a href=\"#_ftnref13\" name=\"_ftn13\">[13]<\/a>\u00a0<\/sup>Paolo Virno, <em>Convenzione e materialismo<\/em>, Roma, DeriveApprodi, 2011, p.51-52<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"font-size: 12pt;\"><strong>Simona Menicocci<\/strong> (1985) ha pubblicato per le edizioni de La Camera Verde <em>Incidenti e provvisori<\/em> (2012) e <em>Posture Delay<\/em> (2013); alcuni testi dal progetto <em>Saturazioni<\/em> nel volume antologico di scritture sperimentali <em>Ex.It &#8211; Materiali fuori contesto<\/em> (Tielleci, Colorno, 2013); il testo italo-francese <em>Il mare \u00e8 pieno di pesci \u2013 La mer est pleine de poissons <\/em>per la prima serie dei <em>Fogli bilingue Benway Series<\/em> (Tielleci, Colorno, 2014); <em>Manuale di ingegneria domestica<\/em> per la collana Chapbooks (Milano, Arcipelago Edizioni, 2015); <img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignright wp-image-2237\" src=\"http:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2018\/01\/simona.jpg\" alt=\"\" width=\"371\" height=\"250\" \/><em>glossopetrae \/ tonguestones<\/em> per la collana <em>syn<\/em> (Roma, IkonaLiber, 2017).Suoi testi sono apparsi in riviste, lit-blogs e web-zines tra cui \u00abL\u2019Ulisse\u00bb, \u00abNazione Indiana\u00bb, \u00abalfabeta2\u00bb, \u00abIl caff\u00e8 letterario\u00bb. Collabora al collettivo \u00abeexxiitt.blogspot.com\u00bb. Dal 2013 la sua ricerca si \u00e8 estesa ai linguaggi dell\u2019arte video, fotografica e installativa. Nel 2014 \u00e8 stata tra i curatori della rassegna di arte e scrittura sperimentali <em>Ex.it \u2013 Materiali fuori contesto <\/em>(Albinea, RE) e ha partecipato alla rassegna <em>Generazione y &#8211; poesia italiana ultima<\/em> presso il Museo Maxxi di Roma. Nel 2015, presso l\u2019Unione Culturale Franco Antonicelli di Torino, ha partecipato al progetto <em>La descrizione del mondo,<\/em> a cura di Andrea Inglese, con l\u2019installazione <em>Hiro (anamorfosi \u00e8 un avverbio di modo)<\/em> ideata assieme a Fabio Teti, con il quale ha anche curato un ciclo di laboratori di scritture \u2018divergenti\u2019 dal titolo <em>prove d&#8217;ascolto<\/em>, presso il WSP photography di Roma<\/span>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em><span style=\"font-size: 12pt;\"><strong>Fabio Teti<\/strong>\u00a0\u00e8 nato a Castel di Sangro (AQ) il 17\/12\/1985. Vive e lavora a Roma, dove nel 2012 si \u00e8 laureato in Lettere moderne con una tesi sulla poesia di Giuliano Mesa. \u00c8 stato redattore di \u00abgammm.org\u00bb e \u00abpuntocritico.eu\u00bb; collabora, dalla fondazione, alle attivit\u00e0 di<\/span> <span style=\"font-size: 12pt;\">\u00abeexxiitt.blogspot.com\u00bb.<img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignleft wp-image-2170\" src=\"http:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2017\/11\/fabio-teti-viar-1-rid-1024x725.jpg\" alt=\"\" width=\"349\" height=\"252\" \/>Suoi testi sono comparsi in diverse riviste, lit-blogs e web-zines tra cui \u00abSemicerchio\u00bb, \u00abNazione indiana\u00bb, \u00abL\u2019Ulisse\u00bb, \u00abAllegoria\u00bb, \u00abalfabeta2\u00bb, \u00abl\u2019immaginazione\u00bb. In traduzione inglese, \u00e8 presente sul \u00abJournal of Italian Translation\u00bb (2012) e nell\u2019antologia online \u00abFreeVerse \u2013 Contemporary Italian Poetry\u00bb (2013); in traduzione franscese, in \u00abNioques\u00bb (2015). Nel 2013 ha pubblicato, all\u2019interno del volume antologicoEx.It. 2013. Materiali fuori contesto (Tielleci, Colorno), le prose di sotto peggiori paragrafi e, per La Camera Verde di Roma, b t w b h (frasi per la redistribuzione del sensibile), uno dei cui testi \u00e8 stato esposto, nel maggio 2014, al MACRO di Roma, nell\u2019ambito della mostra collettiva se il dubbio nello spazio \u00e8 dello spazio, a cura di Nemanja Cvijanovi\u0107 e Maria Adele Del Vecchio.<\/span><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; Rendere produttivo il falso appunti su spazio di destot di Simona Menicocci Non pu\u00f2 esserci, n\u00e9 farsi, un discorso definitivo e definitorio su spazio di destot di Fabio Teti. Libro impossibile da etichettare o classificare, il cui senso \u2013 plurale, molteplice, opaco \u2013 sfugge, centrifuga, resiste a ogni tipo di irrigimentazione ermeneutica e provoca [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[8,7,65,50,10],"tags":[106,160,161,158,159],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2196"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=2196"}],"version-history":[{"count":14,"href":"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2196\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":2242,"href":"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2196\/revisions\/2242"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=2196"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=2196"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=2196"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}