{"id":1952,"date":"2016-03-04T12:28:05","date_gmt":"2016-03-04T12:28:05","guid":{"rendered":"http:\/\/www.diaforia.org\/floema\/?p=1952"},"modified":"2016-03-06T10:20:27","modified_gmt":"2016-03-06T10:20:27","slug":"una-modesta-proposta_4-il-grande-nulla-e-il-sogno-della-griffe-pasquinata","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.diaforia.org\/floema\/2016\/03\/04\/una-modesta-proposta_4-il-grande-nulla-e-il-sogno-della-griffe-pasquinata\/","title":{"rendered":"{una modesta proposta_4} Il grande nulla e il sogno della griffe (pasquinata)"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"http:\/\/www.albertocellotto.it\/\" target=\"_blank\">Alberto Cellotto<\/a>\u00a0\u00e8 l&#8217;autore del quarto intervento per\u00a0<strong><a href=\"https:\/\/unamodestaproposta.wordpress.com\/\" target=\"_blank\">&#8220;una modesta proposta&#8221;<\/a><\/strong>, rassegna critica e pratica sull&#8217;editoria, in particolare di poesia, e su quali e come siano determinabili le nuove scritture sperimentali.<br \/>\nCellotto concentra il suo punto di vista sull&#8217;editoria di poesia evocando uno svuotamento di contenuti in nome della ricerca di una presunta <em>griffe,<\/em> e augura\u00a0\u00abuna buona camicia a tutti\u00bb.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"http:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2016\/03\/griffe-col.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"aligncenter wp-image-1953\" src=\"http:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2016\/03\/griffe-col-576x1024.jpg\" alt=\"griffe col\" width=\"472\" height=\"829\" \/><\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h1 style=\"text-align: justify\"><span style=\"color: #ff9900\">Il grande nulla e il sogno della griffe (pasquinata)<\/span><\/h1>\n<p>di Alberto Cellotto<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><span style=\"font-family: 'andale mono', monospace\">Mi \u00e8 stato chiesto di contribuire a questa serie di interventi sul tema solitamente scivoloso, vischioso e persino viscido che sta sotto l\u2019etichetta \u201ceditoria di poesia\u201d. Sar\u00f2 breve davvero. Difficile sostenere una tesi precisa in poche battute, ma \u00e8 quello che vorrei fare, anche se mi \u00e8 chiaro che un \u201ctesto argomentativo\u201d, cos\u00ec come si prova a insegnarlo a scuola sin dalle medie, non \u00e8 ci\u00f2 che pi\u00f9 <em>piace<\/em> o ci\u00f2 che si legge pi\u00f9 volentieri in rete. Negli spazi del web \u00e8 pi\u00f9 facile infatti sfrizzolare il velopendulo, puntare alla pancia e scivolare nella polemica-commento infinita, nella capziosit\u00e0 acchiappalike con\u00a0la quale i social (ma anche gli strumenti di comunicazione comprati dai social, come Whatsapp ad esempio) ci hanno oramai intossicato. Prover\u00f2 allora a ricorrere a un parallelismo e a descrivere la situazione cos\u00ec come la percepisco, di modo che possa alla fine emergere una tesi, un nuovo punto di partenza, quindi qualcosa di contestabile e attaccabile, finanche condivisibile (parolina magica: <em>condividere<\/em>!).<\/span><\/strong><\/p>\n<p><strong><span style=\"font-family: 'andale mono', monospace\">Parecchi anni fa, non ricordo bene quando, usc\u00ec uno studio specialistico sul modo in cui le case di moda gestivano la propria comunicazione pubblicitaria. Il titolo, se ben ricordo, era \u201cIl grande nulla\u201d. In sostanza si sosteneva quello che \u00e8 tuttora sotto gli occhi di tutti, cio\u00e8 che nella comunicazione pubblicitaria le case di moda non <em>comunicavano<\/em> proprio un bel niente (nessun posizionamento, nessuna idea del mercato o di prodotto, nessun beneficio funzionale o psicologico, nessuna presa di posizione o uno stare sul campo, talvolta nemmeno un\u2019idea precisa di <em>stile<\/em>, il che per la moda poteva risultare persino imbarazzante). Comunicavano soltanto la <em>griffe<\/em>, ovvero un logo appoggiato sopra uno scatto fotografico pescato tra quelli delle ultime collezioni che si volevano pubblicizzare. In ambito pubblicitario questa piega si \u00e8 poi allargata. Pensate all\u2019arredamento o anche ai manufatti dell\u2019architettura e delle archistar, designer inclusi: vale solo il <em>brand<\/em>, pardon, la <em>griffe<\/em>, che \u00e8 diversa e ancora pi\u00f9 irrazionale ed \u201cemozionale\u201d del <em>brand<\/em>. Si passa quasi ai campi della \u201cfede\u201d. In questo contesto, da un punto di vista di tecnica della comunicazione pubblicitaria, uno spot come quello del pennello Cinghiale aveva stile da insegnare a pacchi ai pubblicitari e agli stilisti delle pi\u00f9 rinomate case di moda ed era nato dalla mente di copywriter che conoscevano ancora il valore della posizione dell\u2019aggettivo rispetto al sostantivo. In questo nuovo contesto invece i copywriter e la parte verbale dell\u2019<em>annuncio<\/em> vengono meno.<\/span><\/strong><\/p>\n<p><strong><span style=\"font-family: 'andale mono', monospace\">Ulteriore premessa nonch\u00e9 risposta a confutazioni che intravedo gi\u00e0 sorgere: qualcuno vorr\u00e0 rilevare che questo mio \u00e8 un approccio troppo tecnico ad un tema cos\u00ec semi-esistenziale ed esistenzialista. Eppure stiamo parlando di \u201ceditoria di poesia\u201d, quindi di attivit\u00e0 legata al <em>lucro<\/em>, per quanto marginale e per quanto di marginalit\u00e0 bassa. Una domanda: qual \u00e8 il lucro dell\u2019editoria di poesia? Tale approccio tecnico insomma non \u00e8 del tutto peregrino. Inoltre le dinamiche di <em>brand<\/em> sono note alle nostre case editrici, che non disdegnano un certo modo di cavalcare l\u2019onda, o, come si dice in gergo \u201ckeep the hype up\u201d, aiutate da stuoli di recensori annoiati e addomesticati, blogger o autori che si fanno portatori (sani?) del virus in rete, giovani critici intervistati che ruminano solo le novit\u00e0 editoriali statisticamente pi\u00f9 citate dai blog \u201cmainstream\u201d. Il grande nulla intravisto nella comunicazione pubblicitaria delle case di moda anni fa \u00e8 del tutto analogo al grande nulla dal quale rischia di essere sempre travolta l\u2019editoria di poesia. Cambia solo il giro di soldi, e non di poco, anche se sussiste una certa idea di lucro. D\u2019accordo, vi sono eccezioni a questa situazione desolante, ma ad un livello quantitativo apprezzabile non rilevo nessuna linea precisa, nessuna idea di poesia riconoscibile e quindi anche, finalmente, contestabile e attaccabile (sussistono gli attacchi <em>ad personam<\/em> tipici dei social, belli schermati\u2026 da dietro lo schermo). Non sto parlando di mancanza di un\u2019identit\u00e0 di gruppo &#8211; e mai mi hanno troppo interessato i gruppi letterari &#8211; bens\u00ec della mancanza di un sacrosanto e basilare interesse per la scrittura poetica alla quale l\u2019editoria di poesia deve rivolgere una vera attenzione. Quasi ovunque prevale l\u2019idea e il sogno (scorciatoia) di diventare <em>griffe<\/em> poetica, magari con il ricorso a sistemi altri rispetto a quelli della selezione e della \u201cqualit\u00e0\u201d del testo, del dibattimento e del <em>rischio<\/em> d\u2019impresa (fuori e dentro metafora). L\u2019autore e la sua immagine prevalgono sull\u2019opera mentre l\u2019editore, se ha la <em>griffe<\/em> per anzianit\u00e0 (pardon, per <em>heritage<\/em>) o se \u00e8 riuscito a costruirla col tempo, pu\u00f2 arrivare a prevalere su tutto. Proprio di recente un editore come Marcos y Marcos ha introdotto una \u201csfilata letteraria\u201d per presentare le novit\u00e0 della \u201ccollezione primavera estate 2016\u201d, curioso episodio che sembra dimostrare questa pulsione delle case editrici a farsi <em>griffe<\/em> e a mimare gli strumenti utilizzati nel campo della moda.<\/span><\/strong><\/p>\n<p><strong><span style=\"font-family: 'andale mono', monospace\">Quel grande nulla intravisto nelle campagne pubblicitarie delle case di moda (banalmente: scatto fotografico + logo e morta l\u00ec; selfie?) \u00e8 pi\u00f9 vicino di quello che pensiamo al grande nulla dell\u2019editoria di poesia contemporanea. Siamo intossicati e abbagliati dalla <em>griffe<\/em>, autoriale o editoriale che sia. Il problema della gran quantit\u00e0 di libri di poesia che si pubblica\/stampa \u00e8 un falso problema se la carta la riciclano davvero e se esisteranno editori capaci di fare \u201cseriamente\u201d gli editori e quindi capaci di conversare, costruire un dialogo con gli autori, filtrare senza necessariamente flirtare, proporre un\u2019illuminazione di un lato del diamante della scrittura poetica all\u2019altezza dell\u2019anno duemilasedici. Il diamante \u00e8 lo stesso ma pi\u00f9 editori possono contribuire a illuminarne un lato di volta in volta diverso. Il problema pi\u00f9 volte sollevato che in troppi scrivono poesia e troppo pochi ne leggono \u00e8 un ulteriore falso problema. Chi se ne frega, non possiamo bruciare la vita a rincorrere questi falsi problemi. Le problematiche reali su cui invito a riflettere sono allora queste tre: 1) il divismo e la costruzione autoriale ritenuta purtroppo primaria delle case editrici, dagli uffici stampa e da certi autori che hanno sempre saputo come perseguire determinate strategie di <em>personal branding<\/em>; 2) lo scadere dell\u2019interesse per l\u2019opera, per il pensiero e il <em>progetto<\/em> che la sottende e 3) l\u2019editore che troppo spesso e troppo presto sogna di diventare <em>griffe<\/em> ovvero una sorta di Re Mida. Secondo il dizionario la <em>griffe<\/em> \u00e8 \u201cfirma, marchio o etichetta di un artista, di uno stilista o di una azienda, <em>specialmente su capi o accessori d\u2019abbigliamento<\/em>\u201d. Ecco, non trascurerei il finale della definizione che ho messo in corsivo: capi o accessori. Di questo passo rischiamo di diventare tutti capi (capoccia) e accessori (aggettivo), intercambiabili. Non mi sembra un grande affare, ma se va bene a voi, buona camicia a tutti.<\/span><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em><span style=\"font-size: 12pt\">Alberto Cellotto ha scritto i libri di poesia Vicine Scadenze (Arezzo, Zona, 2004), Grave (Arezzo, Zona, 2008), Pertiche (Milano, La Vita Felice, 2012), Traviso (Rovigo, Prufrock <a href=\"http:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2016\/03\/alberto-cellotto4.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignright wp-image-1954\" src=\"http:\/\/www.diaforia.org\/floema\/files\/2016\/03\/alberto-cellotto4.jpg\" alt=\"alberto-cellotto4\" width=\"377\" height=\"261\" \/><\/a>spa, 2014) e la plaquette illustrata I piani eterni (Bologna, La collana Isola, 2014). Alcune letture dalle poesie si possono ascoltare in podcast nel sito della trasmissione \u201cFahrenheit\u201d di Rai Radio 3. Ha tradotto Duluth di Gore Vidal (Roma, Fazi, 2007), Canzoni per la scomparsa \u00a0di Stewart O\u2019Nan (Roma, Fazi, 2011) e Una speculazione sul grano di Frank Norris (Venezia, Amos Edizioni, 2012). Altre informazioni sono nel sito albertocellotto.it. Al naming dedica \u201calce naming blog\u201d, ai libri e alla letteratura il blog \u201cLibrobreve\u201d. \u00c8 nato a Treviso nel 1978<\/span><\/em>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Alberto Cellotto\u00a0\u00e8 l&#8217;autore del quarto intervento per\u00a0&#8220;una modesta proposta&#8221;, rassegna critica e pratica sull&#8217;editoria, in particolare di poesia, e su quali e come siano determinabili le nuove scritture sperimentali. 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