Colloquiale n.18 con Remo Bodei

 

Remo Bodei  è professore di Filosofia presso la University of California a Los Angeles, dopo aver insegnato a lungo alla Scuola Normale Superiore e all’Università di Pisa. Tra i massimi esperti delle filosofie dell’idealismo classico tedesco e dell’età romantica, si è occupato anche di pensiero utopico e di forme della temporalità nel mondo moderno. Ha inoltre indagato il costituirsi delle filosofie e delle esperienze della soggettività tra mondo moderno e contemporaneo, pervenendo a una riflessione critica sulle forme dell’identità individuale e collettiva. Tra i suoi libri: Ordo amoris(Bologna 1991); Geometria delle passioni (Milano 1991); Il noi diviso (Torino 1998); Le logiche del delirio (Roma-Bari 2000); Destini personali (Milano 2002); Una scintilla di fuoco. Invito alla filosofia (Bologna 2005); Piramidi di tempo. Storie e teorie del «déjà vu» (Bologna 2006); Paesaggi sublimi. Gli uomini davanti alla natura selvaggia(Milano 2008); La vita delle cose (Roma-Bari 2009); Ira. La passione furente (Bologna 2011); Immaginare altre vite. Realtà, progetti, desideri (Milano 2013); Generazioni. Età della vita, età delle cose (Roma-Bari 2014); La vita delle cose (Bari-Roma 2014); La civetta e la talpa. Sistema ed epoca in Hegel (Bologna 2014); La filosofia nel Novecento (e oltre) (Milano 2015); Limite (Bologna 2016); Scomposizioni. Forme dell’individuo moderno (Bologna 2016); Le forme del bello (Bologna 1995, 2017 edizione ampliata). È Presidente del Comitato Scientifico del Consorzio per il festivalfilosofia.

 

Remo Bodei non ha certo bisogno di presentazioni, vi bastino le poche notizie in esergo come viatico per affondare le mani in un’opera molto variegata e ricchissima di riferimenti e di sentieri di riflessione.
In effetti l’intervista che gli abbiamo sottoposto prende spunto dalle tematiche della complessità e per converso dell’ipersemplificazione contemporenee – a noi molto care in questo momento di attività,  con l’imminente progetto di critica CONTAINER, osservatorio intermodale – per arrivare a toccare temi filosofici puri e osservazioni sociologiche e a volte di costume, trasmesse con grande nitore e gravide di percorsi da intraprendere e approfondire.
Lo abbiamo intervistato a Pisa, nell’aprile di quest’anno, nel cortile della Facoltà di Filosofia (ora Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere), luogo accogliente e a lui del tutto familiare, cercando di rendere allo spettatore un girato sovraesposto, quasi evanescente, come la vita e il pensiero che, per citare Calderón de la Barca, sono sogni.
Concludendo, abbiamo l’onore di ospitare un intervento critico di Remo Bodei sulla ristampa della prima raccolta poetica di Luigi Ballerini “eccetera. E”, che siamo in procinto di stampare.
Buona visione!

.Filosofia – Istruzioni per l’uso.

Nonostante venga considerato come il più astratto e incomprensibile degli argomenti (e la maggior parte delle persone ne abbia soltanto una vaga idea), il termine “filosofia” compare spesso nelle nostre conversazioni quotidiane. L’espressione deriva dal greco e significa letteralmente “amore per la sapienza” (da philêin, “amare”, e sophía, “sapienza”). In origine, infatti, indicava un determinato atteggiamento umano di “amore”, “predisposizione”, “attitudine” nei confronti del sapere.

La filosofia nasce come tensione verso ciò che ancora non si conosce, come ricerca ‒ sempre inquieta e mai totalmente appagata ‒ della conoscenza e della verità: è la disciplina che si occupa di studiare e definire i limiti e le possibilità della conoscenza e, in generale, dell’esistenza dell’uomo, considerato come singolo che si interroga su se stesso e come essere in relazione, teoretica e pratica, con gli altri uomini e con il mondo. In senso generale essa può essere intesa come lo studio del tutto, di tutto ciò che è, a livello reale o ideale. Di tutte le cose si propone di indagare l’origine, la natura, il fine, a differenza delle scienze particolari che studiano, con obiettivi pratico-conoscitivi, settori specifici della realtà. A livello metodologico, la ricerca filosofica si caratterizza per l’uso di procedimenti razionali e rigorosi, fondati su evidenze logico-concettuali; inoltre il sapere o la verità (dimostrata razionalmente) a cui tende deve avere un senso per l’uomo e per la sua vita. Anche la religione si pone il problema del significato della vita dell’uomo, della sua origine e della sua finalità, ma la risposta viene cercata ed elaborata sulla base di credenze o verità accettate per fede e non dimostrate razionalmente.

Campo di studi che indaga sul senso del mondo e dell’esistenza umana, i suoi temi sono diversi e molteplici, riguardano l’uomo, la realtà, l’essere, il nulla, la vita, la morte, la libertà, la giustizia, l’amore, l’arte, la razionalità, la religione, la felicità, il bene, il male e il significato di tutti questi concetti e di molti altri ancora. Il pensiero filosofico crea concetti, li elabora, li incastra sapientemente in frammenti consequenziali, cercando di ricostruire, attraverso processi razionali fondati su evidenze logico-concettuali, uno dei tanti puzzle capaci di rappresentare e spiegare la struttura della realtà. Tuttavia cercare di definire la filosofia è già di per sé un problema filosofico.

 

Room of Frozen Combs

 

Concezioni diverse di che cosa sia la filosofia ne rendono problematica una narrazione in senso lineare e consequenziale (uno dei punti su cui i filosofi non sono mai riusciti a trovare un accordo è proprio in cosa consista la filosofia stessa). Nel corso della storia del pensiero umano si sono sovrapposti, succeduti e sostituiti diversi modi di definirla e praticarla, dando origine a più filosofie e attitudini. Come attività intellettuale e come forma di sapere organizzato, essa esiste solo nella tradizione occidentale che inizia con i greci (ovviamente sono presenti elementi filosofici anche nelle altre culture, ma inseriti in sistemi dottrinali di carattere religioso e quindi difficilmente definibili come filosofici in senso stretto). Nondimeno un “senso proprio” della disciplina non è lontano dall’esser stabilito una volta per tutte anche nella tradizione occidentale: ogni sistema filosofico comincia sempre con una ridefinizione dell’essenza della filosofia. Un significato unitario del concetto si può cogliere solo attraverso la ricostruzione degli usi del termine e degli ambiti di problemi a cui essa si è applicata nei secoli.

Nella cultura greca, per esempio, l’ambito d’uso del termine si estendeva tra due poli estremi: la filosofia intesa come saggezza (che si identifica con la cultura in generale), e la filosofia intesa come disciplina scientifica definita (quella che Aristotele chiamava “filosofia prima”) e che ha per oggetto i principi primi, le strutture più generali dell’essere. Tra queste due estremità di significato si collocano i numerosi usi più specifici del concetto e la concreta pratica del filosofare da parte dei pensatori preclassici e classici. I più antichi pensatori greci ebbero poca consapevolezza di essere “filosofi”. Secondo tradizione sarebbe stato Pitagora il primo a parlare di sé come filosofo, mentre il termine “filosofia” compare per la prima volta in un passo di Eraclito, nei cui testi sembra delinearsi la concezione secondo cui la filosofia non è solo l’insieme delle conoscenze comuni o delle discipline scientifiche, ma un sapere fondamentale che ha per oggetto i principi più alti del reale. Tuttavia a tematizzarne il significato fu Platone (iv sec. a.C.) mentre a indicarne una prima storia fu Aristotele (iv sec. a.C.).

 

Nelle opere di Platone (427 a.C.-327 a.C.) la filosofia assume una gamma di significati che si estende in tutto l’arco segnato dai due estremi della filosofia come educazione e come scienza. Sottolineando il carattere di “ricerca” e di tensione verso il sapere (caratteristica fondamentale del filosofo), nel Simposio, Platone la paragona ad Amore, figlio di Espediente e Povertà, perché anch’essa sta tra il possesso e la privazione del sapere, si origina dalla mancanza di qualcosa (Penìa) e dalla vivacità e scaltrezza necessaria per procurarsela (Pòros). Infatti, la ricerca della sapienza, come ogni amore, non potrebbe mai nascere né da un’assoluta pienezza, né da un’assoluta mancanza: il sapiente non cerca ciò che già sa e l’ignorante non sa di dover cercare quel che non conosce. Il senso di tensione verso la verità e verso la ricerca è ben chiaro in tutto il discorso filosofico fin dalle sue origini. Essa, inoltre, è l’unica scienza in cui il fare coincide con il sapersi servire di ciò che si fa: è quindi un tipo di conoscenza utilizzata a vantaggio dell’uomo e della sua vita. La filosofia, già con Platone, esige un sapere che vuol essere scienza, cioè conoscenza vera, non opinabile, ma a un tempo anche saggezza, regola che coinvolge l’intera esistenza. Il filosofo è “colui che aspira all’intero e alla totalità sia nella sfera del divino sia dell’umano”, precisando così anche il carattere più propriamente scientifico della filosofia (che come tale si dà soprattutto nella tradizione dell’Occidente, prescindendo da contesti a carattere mitico-religiosi). La filosofia, dunque, è conoscenza della vera realtà delle cose.

 

La tradizione successiva, a partire da Aristotele (384 a.C.-322 a.C.), non farà che elaborare l’uno o l’altro aspetto delle indicazioni platoniche: la filosofia apparirà di volta in volta come sapere globale, saggezza pratico-politica, distacco dalle cose terrene per amore delle celesti, scienza dei principi primi, disciplina critica di controllo delle pretese dei saperi particolari. Dopo Platone, infatti, si incontrano modi di attuarsi della filosofia piuttosto che “definizioni terminologiche”, che determinano diversamente la problematica, il metodo e i contenuti del filosofare.

In Aristotele, essa coincide con la scienza o con il sapere in generale (“la conoscenza dei principi e delle cause”). Nella sua Metafisica, egli sostiene che: “È a causa del sentimento della meraviglia che gli uomini ora, come al principio, cominciano a filosofare”.  La “meraviglia”, la sorpresa, quel bagliore che nasce ed esplode in uno sguardo spalancato sulla verità. Il bisogno di filosofare, secondo Aristotele, nasce dal senso d’incredulità e d’inquietudine sperimentato dall’uomo quando, soddisfatte le immediate necessità e i bisogni materiali, inizia a interrogarsi sulla sua esistenza e sul suo rapporto con il mondo reale. La filosofia dunque nasce dallo stupore dell’uomo di fronte al mondo, all’ignoto e all’incontrollabile: è in questo senso che si caratterizza come una ricerca sistematica riguardo le origini e le cause dei fenomeni, una scienza del fondamento che muove dal dubbio e dalla domanda verso la ricerca della verità. Questa “materia saggia”, infatti, mette sotto esame le questioni fondamentali che riguardano il significato esistenziale di ogni essere umano. Il filosofo, o il critico, sa che condurre un’esistenza senza mai porsi domande sui principi che la costituiscono è limitante, superficiale e svaluta il significato della vita impoverendo il pensiero. Una vita senza dubbio è una vita senza senso.

 

Underwater Rain Drops

 

Dunque la filosofia nasce dalla meraviglia e dal dubbio. La meraviglia origina il sapere e il sapere, liberando l’uomo dall’ignoranza, lo scioglie dai lacci che lo imprigionano, consentendogli di diventare un essere libero. Anche Edmund Husserl (1859-1938) crede che il punto di partenza per poter fondare un sistema filosofico sia quello di cominciare a dubitare. Con Husserl si parla di epochè ‒ l’atto di sospensione dell’assenso o del giudizio, l’atto con cui si mette tra parentesi il mondo e l’unico mezzo per raggiungere l’atteggiamento filosofico ‒, ma già René Descartes (1596-1650) aveva intuito l’estrema importanza del dubbio (da qui il cosiddetto “dubbio cartesiano”, che è un dubbio metodologico). Si deve poter dubitare di tutto, per poi cominciare a fondare criticamente il sapere, la conoscenza: “Io dubito per poi rendermi conto di che cosa io non debba poi dubitare”. Io dubito di tutto, ma se dubito di tutto, di che cosa non posso dubitare? Non posso dubitare del fatto che io sto dubitando, ossia del fatto che io sto pensando; ma se io dubito, e quindi penso, allora vuol dire che esisto.

Ma tutto questo dubitare, riflettere e vagare col pensiero può essere davvero utile per l’esistenza? Difficile sostenere a spada tratta la “mente problematica” e la “vita tutta cogito ergo sum”. Sicuramente la filosofia è un’attività: l’attività del pensiero. Un modo di pensare su certi tipi di questioni la cui caratteristica più rilevante è l’uso di argomenti logici. E altrettanto sicuramente essa è (ed è sempre stata) anche un modo di vivere, quel modo di vivere che nasce dall’amore per la sapienza e per la verità e che ci insegna a distruggere falsi miti e vecchi idoli, esortandoci a non crearne di nuovi. Dunque “filosofia” è anche quella personale di ogni individuo, quella che concerne il suo stile di vita, i suoi valori, le sue credenze e che si identifica con la propria esistenza. Essenziale (o almeno raccomandabile) sarebbe diventare soggetti consapevoli della propria visione del mondo e di quella altrui. Lo studio della filosofia può aiutarci a non accettare in modo acritico delle visioni e delle tesi prestabilite, non considerandole verità indiscutibili. Il pensiero critico non dà mai nulla per scontato, non agisce senza prima attuare un’analisi dei fondamenti e delle ragioni, senza prima discutere e ripensare tutto: quindi si trasforma in dibattito, critica, assenso e dissenso, nel rispetto delle opinioni altrui. Le domande universali della filosofia non sono nate con l’uomo, ma sono state prodotte da un momento storico di una civiltà: quella della Grecia antica. Molti filosofi contemporanei ancora guardano ad alcune filosofie del passato considerandole attuali, espressioni di verità e saggezza, portatrici di risposte che mantengono inalterato il loro valore e la loro attualità.

Le concezioni di stampo platonico-aristotelico, passando attraverso l’influenza giudaico-cristiana,  rimangono una costante dell’interpretazione della storia della filosofia almeno fino al xx secolo, insieme a una prevalente localizzazione occidentale del “fare filosofia”. Non è né chiuso né chiudibile il dibattito fra chi considera la filosofia una prerogativa occidentale (frutto della comune radice greco-giudaico-cristiana) vedendo al suo interno una sostanziale omogeneità di metodo e interessi tematici, e chi preferisce insistere sulle differenze interne alla tradizione filosofica stessa, sulle tensioni fra pensiero laico e pensiero religioso, sull’importanza degli scambi con tradizioni come quelle islamiche o orientali e sulla legittimità di chiamare “filosofia” anche altri modi di pensare e di vivere.

Tutte le prospettive filosofiche occidentali si sono caratterizzate e si caratterizzano, schematicamente, per un’oscillazione tra il tentativo di organizzare e costituire un sapere di tipo assoluto o comunque universale (aspirazione massimalista) e quello di rappresentare invece una ricerca sui metodi e i campi del sapere (minimalismo). Entrambe le tendenze sono accomunate da una ricerca di senso, globale o parziale, e dalla convinzione che la filosofia possa direzionare questa ricerca, sia teoricamente sia praticamente. La differenza principale tra pretese massimaliste e minimaliste consiste nel fatto che i minimalisti elaborano teorie e pratiche metafilosofiche, considerando la filosofia strumento e chiave di lettura e non ritenendo possibile arrivare alla formulazione di un pensiero ultimo e totalizzante. Tuttavia, lo studio della storia della filosofia è anche utile per individuare le domande che hanno determinato la nascita e la diffusione di certe filosofie e per capirne il relativo condizionamento storico. In altre parole, se è vero che l’indagine filosofica parte da domande, è pur vero che queste domande sono determinate dai contesti storico-culturali in cui nascono e nei quali si cerca di dare loro risposte coerenti e funzionali.

 

Delimitare il campo d’azione di questa materia, come abbiamo detto, non è per niente semplice: suo oggetto di studio è l’Essere, il non-Essere e tutto quello che gravita intorno a questi due poli estremi. Un universo intero e difficile da esplorare. Se la consideriamo in generale, non tratta in modo specifico un settore ben definito del mondo umano, come fanno le altre scienze, ma analizza i rapporti, i punti di contatto che collegano la nostra esperienza con il Tutto. Nel particolare, invece, si divide in mille settori specifico-analitici di enorme portata: dalla filosofia del linguaggio alla filosofia estetica, dalla logica all’antropologia, dalla filosofia morale alla filosofia politica fino ad arrivare alle neuroscienze o alla neurofilosofia. In una sorta di grande schema generale, il pensiero filosofico cerca di delineare e di organizzare in modo sistematico le diverse esperienze della nostra vita e le conoscenze raggiunte grazie alle discipline scientifiche particolari. Proprio perché ricerca di un senso universale dell’essere, la filosofia non può avere un oggetto limitato, e, nelle varie epoche storiche, viene considerata come una “scienza unificata”, un sapere che raggiunge la dimensione assoluta del reale, come “madre delle altre scienze”, una funzione critica del sapere, o una dottrina generale della conoscenza. Generalizzando si possono comunque individuare alcuni macro-problemi che, dando origine alle partizioni tradizionali, da sempre caratterizzano la filosofia occidentale:

1) il problema metafisico (oggetto della filosofia teoretica) riguarda quello che va oltre il mondo fisico e l’immediatamente percepibile ed è incentrato sulla determinazione della natura dell’essere e sull’indagine dei principi primi della realtà; 2) il problema morale (oggetto della filosofia morale o etica) si occupa di determinare la natura dell’uomo, analizzando le sue azioni nel mondo e i criteri che le guidano; 3) il problema politico (oggetto della filosofia politica o del diritto) riguarda l’insieme delle relazioni sociali e della gestione del potere all’interno di un determinato gruppo umano organizzato; 4) il problema scientifico (oggetto della filosofia della scienza o epistemologia) si occupa del rapporto tra scienza e cultura e tra scienza e società, nasce con l’affermarsi della scienza moderna, e ha per tema le strutture concettuali e gli apparati metodologici delle scienze, la verità e l’ipoteticità del discorso scientifico; 5) il problema estetico (oggetto della filosofia estetica) riguarda la percezione e in particolare la percezione del bello, le arti e il rapporto fra uomo e arte; 6) il problema religioso (oggetto della filosofia della religione) si occupa della specifica esperienza religiosa, sia individuale sia sociale, tentando di determinare ‒ razionalmente e con approccio ermeneutico ‒ le principali caratteristiche del fenomeno religioso.

 

In conclusione, se ci si chiede quale sia lo scopo della ricerca di un sistema di credenze coerente e dell’esigenza di spiegazioni razionali, si può forse rispondere che si tratta di una propensione da parte di alcuni esseri umani ‒ di alcuni, non di tutti. La maggior parte delle persone, infatti, vive senza mai interrogarsi sulle proprie convinzioni: vive istintivamente, con lo stesso automatismo utilizzato per guidare una macchina. Molti trovano che interrogarsi sul senso della propria vita sia uno sforzo eccessivo, capace di turbare più del necessario le nostre menti, così decidono di vivere e  convivere tranquillamente con i loro pregiudizi. Mettere in discussione le assunzioni fondamentali della nostra vita, infatti, può essere molto pericoloso: potremmo finire per sentirci incapaci di reagire, di fare qualunque cosa, potremmo finire per sentirci paralizzati dalle troppe domande. Altri, però ‒ i più coraggiosi ‒ provano un forte desiderio di trovare soluzioni alla sfida posta dalle domande filosofiche. Condurre un’esistenza di routine senza mai esaminare i principi su cui è basata è per taluni soggetti ‒ come abbiamo visto in precedenza ‒ un atto senza senso che rende la vita, impoverita dal mancato uso del pensiero, indegna di essere vissuta.

La filosofia fa in modo che si pensi ai fondamenti dell’esistenza, che si indaghino le ragioni per cui si accettano certe credenze e per cui si agisce in un determinato modo. Tuttavia, chiedersi se la conclusione razionale a cui si mira sia davvero superiore all’astenersi dall’esaminare la propria vita è anche questo un quesito filosofico.

I filosofi esaminano credenze che la maggior parte delle persone dà generalmente per scontate; si preoccupano di questioni legate a ciò che si potrebbe chiamare “il significato della vita”: questioni riguardanti la religione, la politica, la natura, l’etica, la scienza, l’arte. Lo studio della filosofia ci aiuta a sviluppare la capacità di argomentare in modo coerente su una vasta gamma di questioni e a capire quali sono le nostre credenze (e se siano o meno fondate). Malgrado ciò, si potrebbe anche decidere che studiare la filosofia non sia di nessuna utilità, che porsi determinate domande sia solo uno spreco di tempo, che la filosofia non sia in grado di cambiare nulla e che i filosofi continuino ad arrovellarsi su dubbi sollevati secoli fa.

Quali sono dunque le ragioni per studiare questa disciplina? Il motivo essenziale è che tratta di questioni fondamentali per la vita dell’uomo. Tutti, in qualche momento particolare della nostra esistenza, ci siamo posti delle domande filosofiche: perché siamo qui? Esiste un Dio? Qual è il nostro scopo? Che cos’è la morte? Un’altra ragione è che essa costituisce un ottimo modo per imparare a pensare più chiaramente riguardo a una vasta gamma di questioni, poiché i metodi del pensiero filosofico possono essere utili in un’ampia varietà di situazioni che richiedono acume e chiarezza di pensiero. Forse il miglior modo di procedere nella nostra ricerca (filosofica) è quello di riflettere su che cosa dia senso alla nostra vita, proseguendo (attraverso lo studio della filosofia), verso quei fondamenti che caratterizzano l’esistenza di ognuno, pur consapevoli che mai giungeremo a una risposta definitiva, poiché la verità oltrepassa sempre ogni nostra soluzione.

 

Ghouls of the Sea

 

 

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.intabulatura.

 

La filosofia, pur non sapendo rispondere a tante domande quante vorremmo, ha se non altro la capacità di porne, ad accrescere l’interesse del mondo e a rivelarci le stranezze e le sorprese che stan nascoste sotto la superficie delle cose, anche di quelle più comuni, della vita d’ogni giorno.
Russell, I problemi della filosofia

Del resto, a dire anche una parola sulla dottrina di come dev’essere il mondo, la filosofia arriva sempre troppo tardi. Come pensiero del mondo, essa appare per la prima volta nel tempo, dopo che la realtà ha compiuto il suo processo di formazione ed è bell’e fatta. […] Quando la filosofia dipinge a chiaroscuro, allora un aspetto della vita è invecchiato, e, dal chiaroscuro, esso non si lascia ringiovanire, ma soltanto riconoscere: la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo.
G.W.F. Hegel, Lineamenti della filosofia del diritto

 

Nasce in_dasein, una rubrica che, attraverso la storia della filosofia, si propone di rileggere e interpretare i molteplici accadimenti  che attanagliano l’essere umano.

In che senso?

Grazie alle teorie filosofiche dei grandi pensatori si cercherà di approfondire, con occhio critico e sarcastico, i grandi e piccoli “nodi esistenziali” dell’uomo. Partendo da un evento reale (presente o passato) o da una “semplice” domanda universale (quasi sempre irrisolta) si esploreranno le teorie filosofiche in grado (forse) di  spiegare il problema: se non sarà possibile trovare una risposta, si avranno almeno un paio di cartucce in più da sparare, con assiomatica spocchia, alla prossima cena colta tra amici.
Non ci sarà un procedimento cronologico né tematico, poiché punto di partenza sarà la realtà circostante, seguendo una sorta di tradizione hegeliana secondo cui la filosofia “conosce” la realtà solo quando questa è già realizzata e dispiegata, motivo per cui essa non ha il compito di indicare come deve essere il mondo, ma di spiegare concettualmente come è, mostrandone l’intrinseca razionalità. Hegel infatti afferma che la filosofia è simile alla civetta di Minerva: inizia il suo volo solo al crepuscolo, quando il sole è già tramontato e quando una civiltà o un periodo storico hanno compiuto il loro processo di formazione ed espresso tutte le loro potenzialità avviandosi verso il declino (e chi o cosa più della civiltà occidentale?). In tal senso la filosofia non ha il compito di determinare o guidare una società, ma di spiegarla, di analizzarla, di comprenderla, prendendo atto della realtà e giustificandola, qualunque essa sia. Dunque un fatto storico, filosofico, politico, psicologico, sociologico, antropologico, letterario, scientifico o di banale vita quotidiana potrà essere lo spunto cui collegare una teoria, un’opera o un’idea filosofica.
Questa rubrica prende le mosse dal nichilismo di F. Nietzsche,  dall’esistenzialismo umanistico di J.P. Sartre e da quello ontologico (e fenomenologico) di M. Heidegger, celebra il dubbio come costante creativa e si propone come un’analisi dei valori tradizionali col sostegno di una buona dose di ironia. Il nome, in/Dasein, nasce dalla nozione heideggeriana di Dasein e dunque dalla questione fondamentale della ricerca filosofica: quella dell’essere e dell’esistenza umana.
Heidegger usa il termine tecnico Dasein (che significa “esistenza”, “esistere”) per indicare il modo di essere proprio dell’uomo, ossia di quell’ente che ha come modalità specifica e fondamentale l’esistenza. Enfatizzandone poi il senso testuale, dichiara che il Da-sein (l’esser-ci)  è costitutivo dell’uomo perché egli è solo in quanto ha un -ci, un orizzonte in virtù del quale si rapporta agli altri enti. In tal senso “l’essenza del Dasein consiste nella sua esistenza”, cioè nel suo trascendersi rapportandosi agli altri enti e comprendendosi nel proprio essere.

Dunque per Heidegger il tratto caratteristico dell’esistenza umana è dato dalla comprensione dell’essere in quanto tale: l’unico ente che cerca di comprendere l’“essere stesso” e che ne pone il problema, per quanto in modo oscuro, incerto e controverso, è l’uomo. Sperimentando l’esistenza come problematica, e cercando di realizzarsi progettando e scegliendo la propria vita in base alle sue possibilità di essere, l’uomo può (e dunque deve) interrogare e “pensare l’essere”: solo questo interrogare riesce a dare significato e fondamento alla sua esistenza. Interrogando l’essere attraverso il linguaggio, interrogando innanzitutto il proprio particolare “esserci”, l’uomo raggiunge la sua essenza, la sua umanità, diventa un Dasein: l’uomo è un uomo perché è un “esserci” e il modo fondamentale per diventare un esserci è la “quotidianità”.
Quasi tutta la filosofia occidentale ha pensato di trasporre l’essenza dell’uomo al di là della vita quotidiana e dell’esperienza comune, invece Heidegger rifiuta questo processo di astrazione dell’indagine sull’uomo. Dasein significa “esserci” e questo “ci” è proprio il concreto e letterale mondo quotidiano: “essere umano” significa essere piantato, immerso, radicato nella realtà e nella prosaicità del mondo. Una filosofia che cerchi di elevarsi al di sopra della sfera quotidiana, soprattutto oggi, risulta vuota, poiché non può dirci nulla sul significato dell’essere, né da dove venga e cosa sia il Dasein. Il mondo è: è qui, è ora, è ovunque intorno a noi, e noi siamo in esso, siamo un “ente-nel-mondo”, totalmente coinvolti nei suoi fatti, nelle sue vicende, nella sua realtà. Grazie alla capacità che ha l’uomo di andare oltre se stesso verso il mondo, noi diventiamo un “essere-nel-mondo” (in-der-welt-sein): essere nel mondo e la realtà quotidiana del nostro abitarvi consistono nell’avere a che fare con qualcosa, nel compiere, nell’interrogare, nel determinare, nel fare, nel disfare e nel  conoscere e conoscere è “un modo di essere dell’esserci”.
L’uomo viene “gettato” nel mondo, sostiene Heidegger, e il mondo in cui siamo gettati, senza una scelta personale e senza una conoscenza preliminare, c’era prima di noi, ci sarà dopo di noi e il nostro esserci è inseparabile da esso. Noi non sappiamo da dove veniamo all’essere (se non da un punto fisiologico) e non sappiamo a quale fine siamo proiettati nella nostra esistenza (se non in riferimento alla morte): questo duplice non sapere (da dove veniamo e dove andremo) rende la condizione “gettata” dell’esistenza umana più pregnante e tangibile. Siamo consegnati a una realtà, a una presenza al “ci” di quell’esser-ci: il mondo viene verso di noi, diventa l’ambito dei progetti e delle azioni dell’uomo, il luogo in cui egli “si prende cura” degli altri uomini e delle cose. Ogni scelta, ogni esperienza, ogni avere a che fare con l’altro e con le cose del mondo circostante, ogni, in definitiva, realizzarsi della nostra esistenza si basa sulla comprensione dell’essere in generale, dell’essere degli altri, del nostro essere e della nostra vita.
Ed è proprio in tal senso che qui si giustifica la scelta del termine cardine Dasein per questa rubrica: si tratta di un riconoscere la realtà del mondo in cui siamo stati gettati, si tratta di identificare gli accadimenti dell’uomo e di un ripensarli attraverso le parole dei filosofi. Una rielaborazione della realtà in chiave ironica, spesso magari illogica, assolutamente soggettiva, ma sempre ben radicata nella storia della filosofia e dei suoi protagonisti.
Dal dasein heideggeriano si è giunti al nostro in_dasein partendo da un “gioco degli opposti” che riguardava soprattutto la forma e la sostanza, il significante e il significato, il contenitore e il contenuto, la filosofia e l’arte mista alla tecnica (in particolare legata all’editoria), fino ad arrivare a velocissime e liberissime associazioni di pensiero che, scivolando liquide in testa come vino rosso, facevano più o meno così: “filosofia, analisi dell’uomo, essere, non essere, esserci, essere per la morte, forma, sostanza, concetto, filosofia, arte, attualità, editoria, design, indesign, dasein… eureka! in_dasein”. Chiaro, no?
in_dasein vuole essere una prova di pensiero (magari utopistica, non è dato sapere), un tentativo di analizzare in chiave filosofica la realtà sprofondando “nell’esserci”, “nell’esistenza”, “nell’essere-nel-mondo” e nella vita dell’uomo costruita sulle sue idee, affollata dalle sue idiosincrasie, tormentata dai suoi dubbi e angosciata dai suoi mali, con un’unica corda di sicurezza: la storia della filosofia.

 

 

 

Romina Bicicchi, scrittrice e saggista, si è laureata in filosofia (Università di Pisa) e specializzata in editoria (Università di Firenze). Studiosa di estetica filosofica, filosofia del linguaggio e filosofia della mente, lavora come editor e traduttore presso alcune case editrici. Ha pubblicato i volumi Il divino giullare. Un genio di nome Fo (Melville 2016), Tattoo Portraits (Surith 2015), Vivere con filosofia (Liberamente 2009), Freud e la psicanalisi (Liberamente 2009), Nietzsche (Liberamente 2009), Filosofia 2 (Liberamente 2008), Filosofia 3 (Liberamente 2008). Tra gli altri, ha tradotto testi di H. Barbusse, A. Machen e W. Godwin. Collabora con alcune riviste culturali online e si occupa di scrittura e critica filosofica.