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I-X (dal primo al senza numero)

Gian Paolo Guerini

I-X, dal primo al senza numero, libro primo della “trilogia del divenire/
inveire”, è, potrebbe essere, sarà, sarebbe.
Romanzo? Certo, narrazione morenica, flusso sotterraneo di
molteplici e inaspettate risorgive di senso, in forma di “scrittura
espansa”, che mette in liquidazione non solo il portato
politico dell’Avanguardia, ma anche di tutta quella sperimentazione
puramente formale subito distinguibile per ozio e povertà
di prospettiva. Summario di una scrittura di lungo corso, la
trilogia consiste nella fusione e ri-velazione di libri e materiali
inanellati in più di quarant’anni di scrittura, secondo una delle
possibili declinazioni (quella che stiamo leggendo) di un procedimento
permutativo potenzialmente illimitato.
Secondo il De signatura rerum naturalium di Paracelso (dottrina
per cui tutte le cose portano un segno che manifesta e rivela
le loro qualità invisibili) «esiste una “Kunst Signata” che costituisce
per così dire il paradigma di ogni segnatura. Questa
segnatura originaria è la lingua, attraverso la quale il “primo
signator”, Adamo, ha imposto in ebraico alle cose i loro “giusti
nomi”. […] Si suole intendere la relazione fra la segnatura e il
segnato come una relazione di somiglianza. […] Che l’archetipo
della segnatura, la “Kunst Signata” per eccellenza sia la lingua
obbliga a intendere questa somiglianza non come qualcosa
di fisico, ma secondo un modulo analogico e immateriale. La
lingua, che custodisce l’archivio delle somiglianze immateriali, è
anche lo scrigno delle segnature» (Giorgio Agamben).
Questa somiglianza che analogicamente procede, per forza di
cose, per approssimazione, è portata, nella lingua di Guerini,
a statuto di continua sfasatura percettiva. Attraverso la filosofia
del fraintendere, la paronomasia come moltiplicazione del
senso e della sua instabilità e il lapsus come strumento prediletto
di inceppamento nel creare ricorsività (e inevitabilmente
il pensiero corre al lavoro filmico sulla memoria di Alain
Resnais e Alain Robbe-Grillet), che spesso si trasformano in
veri e propri loop, Guerini costruisce un sistema entropico attraverso
il movimento continuo e la sua conseguente e ciclica
dissipazione. Pur con tutto il fascino e la suggestività che una
“macchina celibe” ispira, qui non ci troviamo però nell’ambito
dell’autoreferenzialità, il sistema dispersivo di I-X è più
utopico che ludico: il tentativo è quello di rapportare in scala
1:1 il reale alla scrittura, rinnegando la topografia come codice
strutturale del significato. Ogni mediazione (il territorio
sostituito dalla mappa, la significanza dal significato) è segno di
medietà e viene continuamente disattesa da un turbinio – una
delle parole chiave del romanzo – che spariglia l’ordine delle
carte, creando vettori esplosivi di risultato, ma anche di risulta,
sul retro del significato.
Questo grande dispositivo metaletterario che Guerini ha costruito
col paziente cesello della poesia, mescolando alto e
basso, echi di scritture di genere (peraltro nelle ultime pagine
del libro si sviluppa una intensa storia d’amore, che suona
come sardonico sberleffo), acrostici e anagrammi disseminati
ovunque, è una consacrazione alla perdita, prima dell’orientamento
e poi dei sensi. Lo smarrimento di cui si gode e si
patisce a un tempo, pone due problemi fondamentali: quello
del potere e quello della verità. Attraverso una struttura labirintica
che non ha uscite, ma solo entrate e che perimetra un
esterno continuamente colonizzato dall’interno, l’autore nega
in un sol colpo le matrici demagogiche di queste due parole.
L’atto di conoscenza «non avviene per appropriazione, ma per
spossessamento»: nello spazio del labirinto in cui gli angoli di
visibilità si confondono, il potere è messo in scacco, tutte le
direzioni si assomigliano, lo spazio si riassorbe in una pluralità
di centri, in una perenne periferia della verità. Nella costante
interruzione dello spazio, nella frattura e non differenziazione
delle direzioni, la gerarchia dei luoghi si sfalda in favore di
una perenne riorganizzazione proteiforme dello spazio stesso
e dunque del senso. L’erranza non è sorella della verità, perché
la sua inesattezza traccia una falsa pista, e quella è già la meta.

 

 

 

 

 

 

 

Gian Paolo Guerini – I-X (dal primo al senza numero)

Formato: 16×23 cm
Pagine: 492
euro 20
a cura di Daniele Poletti
nota: di Raffaele Perrotta
bandella: di Daniele Poletti
[dia•foria, marzo 2022
collana: floema – esplorazioni della parola

per ordini potete scrivere a: info@diaforia.org

 

 

Gian Paolo Guerini (ancora vivo) negli anni ’70

Gian Paolo Guerini nasce in Lombardia, verso la metà degli anni Cinquanta. Scrittore, poeta, pittore, performer, compositore, teorico e artista visivo, ha
vissuto e lavorato a Crema, Brescia, Bergamo,Berlino, Parigi, Livorno, New York, Fort Kochi, Bologna e Bolzano.Dopo gli studi artistici, sviluppa un’avversione profonda nei confronti del dogmatismo e del mondo dell’accademia; avversione che si riflette in ogni attività e progetto successivamente intrapresi. Muove i primi passi negli anni Settanta, dirigendo la rivista poetica «TeatrodelSilenzio» ed entrando in contatto con il movimento Fluxus, l’ambiente della poesia sperimentale e della postavanguardia. Deve all’incontro con John Cage le prime sperimentazioni
in ambito musicale e sonoro, orientate sin dagli esordi a un’ascetica
sottrazione e ad una ricerca di incontaminata essenzialità. Critico nei confronti della presunta supremazia della cultura occidentale,
sempre diviso tra coesione e dissidenza, ma interessato a stabilire una genuina e autentica relazione con l’altro, in ambito letterario e visivo ha approfondito il tema del linguaggio e la sua capacità di mettere in crisi la linearità tra parola e mondo. L’evidenza dell’ovvio, la ricercatezza dell’incorrotto, la necessità di portare in emersione una verità non metafisicamente stabilita a priori, sono le chiavi di lettura di tutti i suoi lavori.
Tutti i suoi lavori sono presenti sul sito: www.gianpaologuerini.it

 


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