OPERA < = > Adriano Spatola

 

Anno 2019, ADRIANO SPATOLA

Mese ancora da definirsi.
[dia•foria restituirà una delle opere più importanti e articolate del Novecento, grazie alla collaborazione degli eredi e alla curatela di Giovanni Fontana.
Figura mitica di intellettuale multidisciplinare, nonché animatore delle maggiori esperienze di “sperimentazione letteraria” negli anni ’70 e ’80, Adriano Spatola ha però sempre intrapreso una via personale e mai di compromesso, rifiutando qualsiasi tipo di status-quo,  pur rimanendo in osservazione e in ascolto di nuove proposte e conoscenze. Nonostante  rappresenti una grandezza consolidata, Spatola non è ancora conosciuto (e in certi casi ri-conosciuto) come si conviene.
Questa riedizione di tutta l’opera “poetica” vuole essere il primo passo per inaugurare dibattiti e studi, al fine di riformulare con più precisione la storia della nostra letteratura del secondo Novecento.

Per informazioni e prenotazioni potete scrivere sempre a: info@diaforia.org

 

 

Adriano Spatola (Sapjane, 1941 – Sant’Ilario d’Enza, 1988) studia a Bologna, dove nel 1961 pubblica il suo primo libro, Le pietre e gli dei; ma il taglio post-ermetico di quella scrittura è immediatamente superato. La frequentazione dei corsi di Luciano Anceschi è illuminante. Nel 1962, in un’osteria di via dei Poeti (un segno del destino) nasce “Bab Ilu”. La rivista accoglie, tra l’altro, scritti di Emilio Villa, che Spatola riconosce come uno dei più interessanti poeti italiani. Segue l’attività dei Novissimi e nel 1963 prende parte al convegno di Palermo del “Gruppo 63”. È invitato da Anceschi a scrivere per “Il Verri”; collabora a “Il Mulino”, a “Nuova Corrente” e inizia la sua attività di traduttore dal francese.

L’uscita da Feltrinelli, nel 1964, del romanzo L’oblò lo pone al centro dell’attenzione della critica. Tra il ’64 e il ’67 pubblica la rivista “Malebolge”, con Vincenzo Accame, Giovanni Anceschi, Giorgio Celli, Corrado Costa, Antonio Porta, Nanni Scolari. La pubblicazione inaugura la breve stagione “parasurrealista” che lascerà comunque evidenti tracce nell’opera poetica successiva. Osserva nel frattempo il panorama internazionale della “poesia concreta”, segue il fenomeno “Fluxus” e apprezza le ricerche di Dick Higgins sull’intermedialità.

Sul fronte “visuale” partecipa al dibattito in corso in Italia e incontra i maggiori esponenti della sperimentazione verbo-visiva.

Escono per l’editore Sampietro Poesia da montare, nel 1965, e Zeroglifico, nel 1966. In quell’anno pubblica L’ebreo negro presso Scheiwiller e avvia l’idea di “Geiger”, per realizzarla nel 1967 in collaborazione con il fratello Maurizio. Si tratta di un’antologia “ipersperimentale” che introduce in Italia il modello editoriale dell’assembling press, del tutto nuovo ed originale, appena apparso negli Stati Uniti con “Aspen” di Phyllis Johnson, ma del tutto sconosciuto in Europa. La stessa rivista “Assembling” di Richard Kostelanetz si affaccia solo all’inizio degli anni ’70. Catalizzante, l’incontro con Julien Blaine (con il quale Spatola mette a punto il progetto di “Rabelais”, rivista internazionale interdisciplinare mai concretizzato). Con “Geiger”, è avviato un laboratorio attivo che allarga le aree di relazione e inaugura le omonime edizioni di poesia.

Una sorta di prova generale di comunicazione artistica interdisciplinare, intermodale e intermediale è effettuata nel mese di agosto del 1967 a Fiumalbo, dove grazie all’iniziativa di Claudio Parmiggiani, di Costa e di Spatola e alla complicità del sindaco Mario Molinari, viene scritta una pagina memorabile per la storia dell’avanguardia.

Entra nella redazione di “Quindici” e vi lavora fino alla chiusura della rivista. Spatola sente la crisi dell’impegno, che si profila come atteggiamento ovvio ed inutile, e preferisce, senza alcuna esitazione, la poesia, facendone una scelta di vita. Pubblica Verso la poesia totale presso Rumma (1969) e con le edizioni Geiger, crea la testata “Tam Tam” (1972).

Il Mulino di Bazzano, in Val d’Enza, prima sede redazionale della rivista, si trasforma ben presto in un vero e proprio faro per poeti nomadi. Da lì Adriano e Giulia Niccolai segnalano, coordinano e organizzano, accanto alle iniziative editoriali, rassegne, mostre e festival. Gli echi del tam tam raggiungono ogni angolo del mondo. Pubblica Majakovskiiiiiiij (1971); seguono Algoritmo (1973) e Diversi accorgimenti (1975). Nel 1976 entra nella redazione di “Doc(k)s”, rivista internazionale di poesia diretta da Julien Blaine. Esce La composizione del testo (1978) e con l’editore Ivano Burani inventa “Baobab”, prima audiorivista di poesia sonora italiana. Nel 1981 crea con Tommaso Cascella la rivista “Cervo Volante”, che dirige fino al n° 11. Nel 1982 cura con Paul Vangelisti (traduttore della sua poesia nelle edizioni americane) l’antologia Italian poetry: 1960-1980: from neo to post avant-garde e l’anno seguente pubblica La piegatura del foglio. Intanto tiene mostre personali e di gruppo e partecipa a numerose esposizioni collettive in Italia e all’estero, curando egli stesso alcune importanti rassegne.

Negli ultimi anni, sempre più marcatamente, Spatola offre al pubblico il poema di sé. Non a caso, nell’ultima sua performance, solo due giorni prima della sua scomparsa, esordisce dicendo: “Mi onoro di questa morte. Farò una marcia funebre sul mio corpo”.

 


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