Opere edite e inedite < = > Lucio Saffaro

*xilema

V Definizione – Lucio Saffaro, 1964.
China nera su carta gialla, 18 x 14,5 cm., Coll. Fondazione Saffaro, Bologna.

 

L’ancora è propriamente quella istituzione dello spirito che consente l’attesa dell’essere e la dimenticanza del tempo. Gettata nel mare, un’ancora crea gorghi e passioni. La sua forma s’ispira al modello circolare dei ricordi e la catena che la tiene avvinta dipende dalla trasformazione stessa di tutte le memorie. Questa grande T moltiplicativa è il simbolo stesso della metamorfosi, lo scettro unitario e trasparente delle affinità del pensiero.

(Trattato di ancoraggio – inedito, pubblicato su Anterem n°79, dicembre 2009)

Avvicinarsi a Lucio Saffaro (Trieste 1929 – Bologna 1998) significa entrare in contatto con una figura assai complessa e inconsueta di intellettuale. Saffaro è stato pittore, scrittore e matematico e in tutte e tre le discipline è riuscito a sviluppare una ricerca profonda e originale, ottenendo riconoscimenti sia in Italia che all’estero. Osserviamo, per inciso, che alcune tematiche pittoriche dell’opera di Gino De Dominicis (come la stilizzazione e geometrizzazione di corpi, sospesi in asettiche ambientazioni atemporali) o di Lucio Del Pezzo (icosaedri e solidi su piani di fuga prospettici) trovano nella produzione saffariana, se non un motivo di ispirazione, di sicuro una precedente matrice estetica comune.

Ma oggi? Quasi se ne sono perse le tracce, se non fosse per la Fondazione Lucio Saffaro di Bologna (cogliamo l’occasione per ringraziare la Fondazione, e in particolare la Dott.ssa Gisella Vismara,  per averci fornito i preziosi inediti che andiamo a presentare) che tiene attiva la memoria sull’artista grazie ad eventi, mostre e pubblicazioni.
Come per Emilio Villa, Adriano Spatola, Augusto Blotto, Gianni Toti e molti altri appartenenti in tutto o in parte a una “scrittura trasversale”, anche per Lucio Saffaro languono le iniziative editoriali, anzi c’è un vero e proprio buco nel tessuto connettivo della programmazione culturale del nostro paese.
Nel 2011 uscì per Luca Sossella editore l’ottimo “Disputa cometofantica” (ordinabile a questo indirizzo: http://www.mediaevo.com/disputa-cometofantica-%C2%B7-lucio-saffaro/), ma non esistono altre pubblicazioni così accurate e scientifiche sull’autore. Negli anni la rivista ANTEREM ha pubblicato ragolarmente alcuni inediti dell’autore in particolare nei numeri 50, 52, 53, 56, 68, 73, 79, 83, 86, ma per il resto Lucio Saffaro risulta oggi uno scrittore inedito. Ci auguriamo che qualcosa venga fatto, pur comprendendo le difficoltà di mercato che può incontrare una scrittura di questo tipo.

Intanto oggi presentiamo con grande piacere ed orgoglio alcune opere edite e inedite di Lucio Saffaro, in particolare:

-Trattato della solitudine, inedito, s.d.
-Disputa aspidociclica, inedito, s.d.
-Trattato della malinconia autunnale, inedito, s.d.
-Il Primo degli Haijin, 1965
-XII Trattati Costanti, 1973
-L’azzurra malìa, inedito, s.d.

che potrete leggere interamente nell’ebook “Lucio Saffaro – Opere edite e inedite”, all’interno della Biblioteca di f l o e m a, corredato dai testi critici di Gisella Vismara, Rubina Giorgi e Rosa Pierno, o direttamente qui sotto:


In questo articolo apprezzerete  anche alcuni lavori grafici di Saffaro, mentre altri sono stati inseriti nell’ebook. Come controcanto alla limpidezza e austerità formale della grafica saffariana, abbiamo deciso di inserire alcuni dipinti dell’artista Simone Pellegrini che, nelle nostre intenzioni, dovrebbero evocare l’aspetto più corporeo-alchemico della scrittura di Saffaro.

Ruota della ruota – Simone Pellegrini, 2008, 55×100 cm.

Prima di lasciare spazio agli estratti dalle opere e dai testi critici, vorremmo sintetizzare la struttura della scrittura di Saffaro e suggerire uno spunto di ricerca critica.

Nella scrittura di Lucio Saffaro sono rintracciabili quattro cardini, che di volta in volta compaiono esplicitamente (in quanto parole ricorrenti e significative di un pensiero), o risultano suggeriti da correlativi oggettivi che strutturano gli aforismi o i complessi di aforismi costituenti narrazione.

ESSERE

  SPAZIO                       T                          TEMPO

 MEMORIA

All’interno di queste coordinate vi è la grande T (àncora) della trasformazione assimilabile a un “io velo/velare”, strumento e medium della trasformazione stessa.
Questo “io” è a sua volta soggetto nominatore, con l’ausilio di un vocabolario d’elezione, composto di parole che tornano assiduamente in tutte le opere saffariane:  malinconia, angoscia, ricordo, sogno, orizzonte, tristezza, assenza, silenzio, conoscenza, desiderio, etc., che sono messe al servizio di generi letterari ben codificati e perciò tecnici, come il Trattato, la Disputa, il Dialogo, il Teorema, etc.
Il tentativo di sistematizzare e rendere logico ciò che è ineffabile attraverso strutture e schemi che si fronteggiano tra umanesimo e matematica (Flavio Ermini nell’intoduzione a “Disputa Cometofantica” definisce efficacemente Saffaro come l’uomo della soglia, tra l’oracolare e il dimostrativo), ha a nostro avviso una propaggine sotterranea, indiretta, che richiama con forza il mondo delle immagini dell’artista. Nell’impossibilità di approfondire ora questa intuizione, seguendo le teorie anagrammatiche sulla poesia sostenute da Giampaolo Sasso, possiamo brevemente notare come le parole chiave che usa Saffaro rimandino continuamente alla geometria: parola o parti della parola: orizzonte, malin(conico), (ang)oscia, (cono)scenza; foneticamente o anagrammaticamente: (tri)st(ezza) = retta, sogno = gono, “connessioni ultime della verità” (in “Disputa aspidociclica”, cantoVII)= convesso; etc.
Che sia stata una ricerca capillare e interdisciplinare cercata o solo inconscia poco importa, le parole sono lì a testimoniare un’unità stilistica di rara compattezza.

Il tempio di Talete – Lucio Saffaro,1978.
China nera su cartoncino (progetto per litografia realizzata), 51 x 38,8 cm., Coll. Fondazione Saffaro, Bologna.

 

Scrittura come ricerca.
Brevi note su Dispute e Trattati di Lucio Saffaro
estratto dall’introduzione di Gisella Vismara

La prima produzione letteraria di Lucio Saffaro, che ci risulti ad oggi editata, si colloca al principio degli anni Sessanta, precedendo, indicativamente di appena un anno, il suo esordio da pittore avvenuto a Roma, con una mostra personale curata da un intellettuale di rilievo come Francesco Arcangeli. Sappiamo, però, che i tempi di scrittura dell’autore divenivano spesso piuttosto lunghi e, a volte, poteva capitare che tra la prima gestazione, la stesura e l’edizione ultima trascorressero anche dieci o vent’anni.
Avendo accesso diretto alle carte originali dell’artista, ho potuto constatare l’esistenza di innumerevoli copie del medesimo testo, per la maggior parte dattiloscritte, quasi sempre in duplice, triplice copia, il che, inoltre, grazie alle versioni corrette ed ai ripensamenti manoscritti, mi ha permesso di seguire il farsi di un pensiero saffariano dal suo primo concepimento alla sua riscrittura, fino a quello definitivo.
Ci troviamo di fronte ad un Saffaro trentenne che mentre tentava la via della scrittura, esordendo nell’editoria di nicchia con L’Anexeureto, strada probabilmente già intrapresa nel privato intorno agli anni ’50, contemporaneamente ormai da qualche anno, come dimostrano le datazioni di alcuni suoi oli, aveva imboccato anche quella della pittura, senza mai abbandonare, però, la sua vocazione di fisico-matematico.
Saffaro si dà, già dal principio, come personalità intellettualmente sfaccettata, il cui impegno ed il particolare sguardo attento sull’esistenza tutta, si muove costantemente nel tempo, in modo interdisciplinare tra letteratura, arte e scienza. Una peculiarità rara, da erudito antico che gli ha permesso di lavorare e di produrre piuttosto disinvoltamente, testi, quadri e disegni, nonché di elaborare studi matematici.
[…] 
Durante le ricerche d’archivio, effettuate nella sterminata quantità di carte, appunti, documenti, dattiloscritti, taccuini, agende e libri lasciatici in custodia dopo la sua scomparsa, mi ha sempre piacevolmente sorpreso anche l’emergere dell’elaborazione di una “scrittura matematica” saffariana mai finita, che ha cercato nel confronto e nello scambio culturale con altri studiosi una perenne crescita intellettuale ed epistemologica.
Un “pensiero plurale”, come lo definì Giovanni Accame, che credo di poter riconfermare e rintracciare anche in quel sorprendente ed inaspettato ritrovamento di una corrispondenza epistolare tra Saffaro ed Erwin Panofsky, che diviene, al contempo, dimostrazione di una metodologia indagatrice, riflessiva, sempre aperta e dialettica; analogamente al suo contatto, a distanza, con matematici statunitensi illustri ed alla sua ricerca infinita sui poliedri, da intendersi, penso, come instancabile indagine concettuale su: essere, casotempo e spazio, non tanto quali entità fisico-matematiche, ma, piuttosto, quali categorie esistenziali ed ontologiche eternamente in divenire. 
Oltre all’ammirazione per tale interdisciplinarietà, agita intelligentemente dall’autore in modo “rizomatico”, resto anche sempre impressionata di fronte all’abilità dell’artista di spaziare attraverso generi letterari così differenti e complessi: disputa, trattato, teorema, lettera, dialogo, principio, lode, operetta, teoria, monologo, di fatto, appartengono tutti alla sua più tipica elaborazione letteraria, andando a costituire un’ulteriore dimostrazione dell’erudizione da umanista antico che, da anni, vado attribuendo a Saffaro. La riprova di ciò, è costituita anche dall’accumulo sterminato di libri ritrovati nell’ultima casa dell’artista, fucina delle idee, studiolo di meditazione e spazio atemporale, in cui Lucio Saffaro si dedicava alla lettura di tale “babilonia” letteraria; lì il suo scorrere le pagine diveniva, al contempo, sempre e, soprattutto, indagine numerologica, alfabetica, speculativa, rispetto ai rapporti interni tra linguistica, logica e costruzione lessicale, senza mai abbandonare, tuttavia, la “dimensione estetica”. 
[…]  
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Presentazione della vertigine – Simone Pellegrini, 2009, 61×110 cm.

Trattato della solitudine
inedito, s.d. (estratto)

Preludio.

L’illusione, negli spazî numerosi dell’inganno, raffigura le ulteriori forme della speranza e la malinconia adorna di immagini ideali. Allora le forme primitive dell’esistenza, comparse sulle prode dell’inconscio alla vigilia di incerti misteri, abbandonati i riti della fissità e le cerimonie della generazione, ricercano i ritmi non contradditorî dell’angoscia virtuale.

Antecedente.

Inutilmente il tempo sorge sulle vacue aurore della solitudine, poiché un’estasi apparente sigilla le circostanze dello spazio.
Finalità, termine, concordia.
Privato della sua priorità, il pensiero, presso alle sedi dell’indifferenza dissolve la propria natura e l’immaginario rende partecipe della propria meditazione. Perciò l’inizio della tristezza coincide con le asimmetriche rappresentazioni dell’illusione, e in sé contiene l’origine delle azioni.

Rami e conoscenze.

In principio era data la speranza ricca di mete, e la conseguenza incipiente non si avvaleva di eventi reali, per il valore identico di ogni intrapresa, e si librava in cieli privi di orientazione. Ma apparve la vana tristezza, suscitata dalla ricerca, e le attitudini si disposero nell’ordine vuoto dell’attesa. Insieme a vane profezie il primo evento sorse in obliquità sull’orizzonte del pensiero e il rito del desiderio irraggiò sulle spiagge deserte dell’astrazione. Allora l’esistenza, fiorita nei climi immoti della malinconia, diven-ne il frutto incerto di una meditazione troppo profonda.

Riti intellettuali.

È l’intelligenza, limite di un raro accadere, che appare come istantanea fuga di una circostanza temporale; quindi la stagione, invariante presso agli alti simulacri dell’angoscia, su lidi irreali insegue l’idea dai voli transfiniti. Specchi lucenti evocano l’inganno di quanto non ha termine.
Più spesso accade che la sapienza ottenuta nell’incertezza dell’aurora, evochi presso alla coscienza gli aspetti della sublime lontananza, cosicché le arpe solitarie poste a guardia dell’identico vero destate da una luminosa transizione, echeggiano fino alla prossima notte, in folli tonalità completando la teoria dell’astratto. Dunque non gli attimi, indici non convenienti a una enumerazione che sfida le nulle ipotesi della speranza, ma suoni incogniti, concerti definitivi e ultime armonie danno la testimonianza dell’esperienza esistenziale e pongono la multiforme saggezza dalle tristi prospettive.
Ecco allora la manifestazione della speranza, in grigi spazî assisa, divenire preda dell’astrazione, e la complessità generare pause gravitanti. Primitivo allora sarà il suono che si udrà, e le immagini, in pure contemplazioni, si protrarranno oltre l’esile speculazione, fiorendo in gruppi astratti alle sponde dell’assoluto.

Sapienza della triste prospettiva.

Allorché la silente oscillazione germoglia sull’immobile attesa, l’assenza assolve la propria identità nella nulla apparenza di sé stessa. Triste è lo spazio, ed il concetto astratto in trasparenza si asside al centro della visibilità. Nelle ore solitarie, remote sapienze indugiano sulle prospettive dello spazio, tingendo d’oro la visione e tristi luci irradiando. Raggi non lineari affermano la tristezza del luogo e la purezza del tempo. L’influsso teorico, ignoto ed incipiente, colma di desiderio le chiuse in sé lacune dell’essere.

Linearità dell’angoscia.

Ben simile all’idea di un’estasi priva di mutazione, in pure digradazioni, da alte sedi cogliendo l’astrazione regnante, l’immagine pseudoreale del desiderio in voli silenti vaga da desolati climi giungendo sull’arido luogo dell’intelligenza, recando in sé la durata dell’essere. Per queste cagioni, il puro numero diviene la prima necessità della speculazione, cosicché l’angoscia propria delle azioni intellettuali, suscitata dall’oscillazione spirituale, o deducibile da incerte geometrie, diviene la più semplice trasformazione delle identità spirituali.
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Nota su “Trattato della solitudine”
di Rubina Giorgi

La solitudine, la cui portentosità abbiamo già notato, celebra misteri “sulle prode dell’inconscio” lasciando ampio spazio d’opera all’astrazione. È fin “troppo profonda” su queste spiagge deserte della malinconia la meditazione. Seguendo i contorni astratti delle figure saffariane e i loro contenuti rari – sia in pittura che in parola – non possiamo a meno di rilevare come le costituzioni biomentali di un vivente formino per lui la realtà e le sue espressioni. Una sorta di carne inconscia, simile a un elemento cosmico come l’acqua o l’aria o il fuoco, permea la sua individualità portandola a vibrare fino a renderla capace di captare il sensibile del non-sensibile, di mutare in esprimibile l’inesprimibile.
L’artista afferma che remote sapienze sono in grado di tingere d’oro le visioni, tristi luci irradiando. Conferma di una luminosità della tristezza e dell’essenziale fatto che la tristezza può rendere visibili le visioni.
E anche l’angoscia può esercitare potere creativo quando trasforma le incertezze intellettuali in immagini spirituali. Ed è chiaro che un tale esercizio può comportare insuperabile malinconia dell’intelligenza e del desiderio.
Saffaro avverte la densità inquietante del tempo che emette all’ascolto suoni ermetici di arpe identificatrici di stati della coscienza – suoni che suscitano meditazioni e anche speranze. Ma a volte le speranze sono minate dagli affetti quando si ergono come torri che hanno spalti. E non sembra esser bene la clausura degli affetti che potrebbe portare la sapienza a scomporsi “nei toni dell’illusione” facendo decadere il pensiero “ai poli infelici dell’esistenza”. Lo straordinario è che l’artista che tanto evoca tristezza e malinconia ami la presenza e non l’assenza, la pienezza (pur geometrica) del corpo armonioso nel quale la malinconia è comunque luce per la contemplazione. Il nichilismo cade per lui sotto “l’algoritmo della demenza”.

La Cetra di Polinunte – Lucio Saffaro,1966.
China nera e bianca su cartoncino, 11,3 x 8,8 cm., Coll. Fondazione Saffaro, Bologna.

Disputa aspidociclica
inedito, s.d.

CANTO V
L’oggettivazione del tempo è solo
un atto generale, un attributo infi-
nito del pensiero, un contributo az-
zurro dell’inderogabile complessità
circolare dell’io. Chi saprà scrutare
nel fondo apparente del nulla, presto
scoprirà la funzione retrograda che
mantiene in equilibrio l’eternità
insieme alle sue fasi reciproche e
scorgerà i remoti cilindri del caso.
La mirabile percorrenza anticipata,
la numerabile opulenza dell’identità,
renderà chiara la sosta divina, la
risonante concomitanza finale delle
coscienze e della memoria.

CANTO VI
Cadde l’azzardo misterioso, la
ripetuta potenza della memoria che
aveva sfidato le maglie dell’eter-
nità, e cessò così il suono di po-
nente, il sogno del pianeta di
mezzo. La griglia corsa del pensiero
si arrestò tra le concavità del
sonno: il ricordo si era ormai
trasformato nell’anticipo misto
delle occasioni dell’io. Avviata
all’orizzonte sinistro, la fuga
dei numeri trascinò sul mare la
fede di regresso, la parte intera
delle concordanze vive della
coscienza.

CANTO VII
Al centro della notte si
costituì l’idea apofantica,
la frase universale che poteva
controllare la memoria del
cosmo. Recinta di antiassiomi e
di pure caratteristiche, si
dissolse appena formata tra le
rovine incipienti dei ricordi.
Ma la stele contrassegnata,
eretta su una logica ancora
secolare, custodisce per sempre
i simboli ultravalenti delle
connessioni ultime della verità.

CANTO VIII
Attirare la penultima falda
del tempo nell’agguato levogiro
della coscienza, era l’ultima
speranza del fastigio trascen-
dentale, lo zenit segreto
del mondo. Così nuovi nomi
sarebbero stati approntati
per le derivazioni del pensiero,
e nuovi anelli donati alle cifre
della memoria di Dio. Il rimpianto
del caso, fero e attento, già
si erge dogmatico sulle rive
transeunti del gran rogo
dell’io.

CANTO IX
Primo il fato, secondo il sogno
terzo l’io: la fontana stabilita
è solo un’epitome della memoria,
una divina perlustrazione dell’
antichità. La statua che sorregge
il reciproco degli orizzonti del
tempo cela tra le sue crespe il
ferrigno manoscritto del caso,
l’indivisibile argomento regale.
Chi toglierà l’idolo profetico
dal cavo segreto dell’ingrandi-
mento, otterrà i nomi di giada,
gli eletti simboli di gioia e
preferenza.

 

Sestante- Simone Pellegrini, 2007, cm.70×120

Il Primo degli Haijin
Edizioni di Paradoxos, Roma, 1965 (estratto)

I
Il triste raggio del tempo
incide sull’area lunare
silenti crisantemi d’argento

II
Per grigie acque di mare
altissimo un vento
batte la torre invariante

III
Si sfoglia l’attesa d’amore;
nubi ponentine declinano
nel perso trionfo del vespero

IV
L’ombra fluviale
ci reca l’onda segreta
della tristezza

V
Cade il polo transitivo
oltre cicli di gloria
e la sorgente del tempo

VI
Sul mare di ponente
navi di porfido
preservano l’attesa

[…]

XXII
Termina in breve l’ovale
pausa temporale, finzione
estrema dell’esistenza

XXIII
Il fuoco dominante,
i simboli,
il carro e la moneta

XXIV
La densa frangia del tempo
si dissolve furtiva
in tenui frane d’argento

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Nota su “Il Primo degli Haijin”
di Rubina Giorgi

Qui, in proposizioni poetiche brevi e cristalline – caratteristica della forma haiku cui Saffaro si ispira –, un’attesa amorosa s’imbatte in luci vesperali. Sono luci, inclinazioni del giorno, che insieme avvicinano e mantengono lontano l’amato – il quale forse non verrà riconosciuto. Colori e ombre sono fluidi come marine onde segrete di un passaggio incognito. Una dolce collina d’ulivi è a custodia di un tale passaggio: sono forse triadi come “idea, numero, figura” o “dramma, resa, desiderio” gli astratti protagonisti del passaggio marino? Vi è anche un fiume. Il profondo desiderio d’amore si esterna in suoni che legano il paesaggio in un unico essere circolare di soavità risonante. Vi è anche una luna, che favorisce il sogno. È naturale cogliere un vago sorriso come “un’eco di perla”. La calma apparente precipita in “gridi di angoscia” e il cielo sereno cade nel nulla.
C’è Narciso nella sua camera: forse è lui che attendeva temendo la desiderabile perdita del suo io. C’è un grand’albero assoluto e glorioso nel segno d’oriente – là dove si nasce e si acquisisce saggezza. Compaiono, già noti alle carte saffariane, i navigli alla ricerca del tempo: immobili come marmo sul mare innavigabile perché qualche ostacolo di ambigua natura mercuriale insorge. Cade un “petalo di memoria”: il vespero cede all’oscurità della sera. Ma noi ci occupiamo del “teorico giardino” dell’alfabeto. E nell’intervallo dell’oscurità si accendono i simboli (sui quali tanto ci interrogammo un tempo con l’artista) e cedono parte della loro luce. Il tempo infatti si fa frange (o “tenui frane”) d’argento. Si cita in fine un esperimento del 1879, perduto alla nostra memoria, dell’Accademia Navale di San Francisco, che sigilla la chiarità misteriosa di questo testo.
Il turbamento che si manifesta d’improvviso nella composizione serena è consapevolezza che la serenità piena non è concessa agli umani ma che la coscienza del turbamento, della caduta, è condizione per l’esperienza della gioia che irradia dalle altitudini ineffabili – le bellezze e gli amori.

Analisi Cypraestina – Lucio Saffaro,1964.
China nera e rossa, 60x50cm., Coll. Fondazione Saffaro, Bologna.

 

XII Trattati Costanti
Edizioni di Paradoxos, Roma, 1973 (estratto)

Trattato della Sovrapposizione

La sovrapposizione delle memorie conduce a quello stato memorabile del tempo che sopravviene ai ricordi e alle anomalie dell’attesa.
Infatti è proprio della permanenza degli oggetti naturali convertirsi in allegorie e profondi versori, quegli ideali più prossimi al calco convesso che determina la misura assoluta e contigue decadenze.
Se gli ausilî trapassano in simboli, grandi recite sostengono l’analisi vespertina, e il numero dei molti si accresce di vane assenze.
Allora è possibile accedere ai favori del vero e aumentare l’idolo della parvenza.
Su questi indici convenienti si giuoca il mito attivo della identità, e il nome delle azioni viene assegnato secondo il computo massimo delle proposizioni.

Lemma sulle Proposizioni

La numerazione delle proposizioni si arresta ad ogni taglio reale nel campo degli eventi; elise le coincidenze, restano vaste espressioni e il fastoso codice delle finte decisioni: per cui, chi volesse adempiere l’immaginario prevalere del caso, otterrebbe in sorte lo specchio bivalente del vuoto e della tristezza.
Alla sovrapposizione si aggiunge il mito costante dell’immagine, e la forma tolta dal precedente. Questa duplice convoluzione trattiene il potere del tempo e lo isola nella riunione degli atti incompiuti.
Più fervente è la nomologia delle circostanze, che richiede gli onori del predicato e contempla la somma finale degli avvenimenti.
Nelle sue ultime partizioni la sovrapposizione non si distingue da quella astrazione dei sentimenti che già da prima aveva superato i modelli dell’apprendimento e riconosciuto tutti i gradi della tristezza: così che è indifferente volgersi alla considerazione della malinconia, o alla vuota animazione dei principi.

[…]

Trattato della Concupiscenza delle Cause

Quando la curva remota dell’attesa interseca se stessa, si origina la decisione che ripiega in eventi vuoti, e toglie alle azioni le vestigia dell’inerzia del tempo.
In queste sovrabbondanti frazioni della potenza del nome compaiono presto rischi celesti e resti preservati. Chi adempia all’evo eccentrico compie passi prestabiliti e sfiora l’asta epimenidea. Le raggiere dell’attimo formano dense stasi e dispongono il campo armonico.
Oltre l’invenzione è dichiarata la quantità, la cognita e relativa tempesta del desiderio astratto.

Trattato del Contorno

Il contorno si pone là dove il pensiero ha scelto il conforto e la coincidenza richiede la circostanza massima. È proprio infatti della falsa aspettativa diramarsi in silenzî e fasi inosservate, e aumentare lo spettacolo della riposta astrazione.
Per queste vie più agevolmente si raggiungono i limiti già dichiarati della cognizione, e si affrettano i grandi esemplari e la riduzione somma di tutte le cose.
Solo dal misterioso cilindro senza latitudine potremmo dedurre la più alta prorietà dell’angoscia, se la fede nelle categorie dell’unicità non intervenisse a disciogliere la storia e a covertire i legami del caso in più definitive incertezze.
La consuetudine degli inizi perduti ha già deviato troppe volte l’innovazione generale dei ricordi per non stabilire condizioni più che congiunte, e per impedire alla giusta mole del tempo di riflettersi nell’anteriorità.
[…]
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Pullulare – Simone Pellegrini, 2008, 54×92 cm.

Lucio Saffaro: malinconia edita e inedita
estratto dalla postfazione di Rosa Pierno

[…]
La sua scrittura mima l’andamento filosofico per saggiare che cosa resta quando all’interno di esso si lascino coesistere e collidere errori e incongruenze. Sarebbe proprio l’atto contrario al tentativo dello Stagirita di tenere ferma la distinzione dei molti sensi dell’essere. È in questo senso che per noi la scrittura di Saffaro si distingue dalla filosofia per farsi più accogliente ed essere più compromissoria. L’apparente conduzione razionale – raggiunta tramite l’utilizzo di terminologia tecnica – opera un capovolgimento degno di un congegno scenotecnico, trasforma l’interiorità in paesaggi innestando aggettivi come pietre preziose su sostantivi disincarnati: ‘arido’, ‘desolati’, ‘silenti’.

E che forse sia più facile concretizzare analogicamente l’interiorità come un paesaggio che come un coacervo di spinte emozionali, intellettive, immaginarie non è la sola ragione di siffatto periodare, poiché il motivo principale è che Lucio Saffaro sta scrivendo con le voci dei Presocratici, sta inscenando le aurorali immagini che i primi sapienti hanno dovuto coniugare: gli elementi (il fuoco, l’acqua), il ruolo di ciascuna potenza intellettiva, gli enti geometrici e quelli matematici in un collage che se appare spesso incongruente o giustapposto nella prosa dei primi, in Saffaro è emulsionato da una lingua che rifuggendo la linearità logica, riesce a rimpastare in maniera propulsiva tali eterogenei elementi. Poiché la sfida è questa: come altrimenti riprendere il lascito, mettersi alla prova in quanto scrittore “sapiente”? Ed ecco che se nelle prove presocratiche da “incerte geometrie” si traggono “identità spirituali”, questo ora non sarà più sufficiente. La lente metterà a fuoco il prodotto della coscienza che si vuole liberare dalle spire del caos, dopo, naturalmente, averlo inglobato.

Ma, d’altronde, esiste l’astratto? E’ possibile separare il concetto dal sensibile? E il suddetto tentativo, se ostinatamente perpetuato, non comporta una insanabile malinconia dovuta alla perdita della sfera esistenziale? L’intelligenza stessa avrebbe questo retrogusto, riecheggerebbe questo velenoso aspetto. E il desiderio non farebbe che rimpolparlo con nuovo impeto. L’essere risulterebbe in ogni caso indivisibile da una consunstanziale malinconia, la quale farebbe virare ogni teoria in sinistro risultato. La solitudine del sapiente ne sarebbe intrisa. Se volando in cieli iperuranici, la malinconia fosse capace di tendere verso fondi infiniti, “nei vortici azzurri, tendendo all’irraggiungibile altitudine”, sarebbe però anche cagione della curva discendente dello stesso pensiero, fino alla demenza, se esso non avesse, appunto, consapevolezza dei propri limiti. Cadrebbe in questa sorta di spazio deformante anche il tempo (percepito o pensato che sia) per cui ciò che si può pensare come perfettamente divisibile e sempre uguale, può deformarsi sotto effetto della malinconia e addirittura acquistare una “intensità dalle insostenibili gravitazioni”.
In ogni caso per Saffaro la malinconia ha una precisa origine, essa si forma negli interstizi dove le illusioni e le false speranza allignano. Esse disegnano un luogo inesistente, solcano “i cieli vuoti della speranza”, quantunque il desiderio non riesca a penetrare “l’area neutra dell’intelletto”. Ma la causa prima, diremmo, è l’assenza, le sue tristi atmosfere, diradate e impoverite rispetto alla rigogliosa incessante esistenza. Il che se vale come critica al caos vale anche come critica all’astratto. E dinanzi a questo incolmabile paradosso l’intellettuale a tutto tondo non si sottrae.
[…]
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Il fiore di Atalanta – Lucio Saffaro, 1975.
China nera su carta rossa, 18 x 14,4 cm., Coll. Fondazione Saffaro, Bologna.

Lucio Saffaro è nato a Trieste nel 1929, si è laureato in fisica pura all’Università di Bologna, città nella quale ha sempre vissuto dal 1945 e dove è morto nel 1998.
E’ stato pittore, scrittore e matematico. Dagli anni sessanta si è affermato come una delle figure più originali e inconsuete della cultura italiana, ricevendo ampi riconoscimenti in ciascuno dei campi in cui ha operato. Le sue ricerche sulla determinazione di nuovi poliedri sono state oggetto di numerosi saggi e conferenze, tenute da Saffaro in Italia e all’estero. Queste ricerche sono state a loro volta commentate da studiosi qualificati e più volte apparse sull’Annuario dell’Enciclopedia della Scienza e della Tecnica di Mondadori oltre che in riviste scientifiche. Recensite e presentate da critici autorevoli, ha pubblicato una cinquantina di opere letterarie, edite da Lerici, Scheiwiller, La Nuova Foglio, l’Almanacco dello Specchio di Mondadori e dalle Edizioni di Paradoxos da lui stesso ideate. Nel 1986 ha pubblicato a Parigi Teoria dell’inseguimento, con un saggio introduttivo di Paul Ricoeur.
http://www.fondazioneluciosaffaro.it/

Simone Pellegrini nato ad Ancona nel 1972, vive e lavora a Bologna. Dal 2003 con la personale “Rovi da far calce” inizia la sua collaborazione con la Galleria Cardelli&Fontana di Sarzana (SP). Nel 2006 inaugura la personale “Stille” presso la Galerie Hachmeister di Munster che diviene la sua galleria di riferimento per la Germania. Nel 2010 avvia, in occasione della doppia personale “Jus, il Giusto nel suo mondo”, la nuova collaborazione con la Galleria GuidiMG Art di Roma. Le sue opere sono rappresentate dalle gallerie suddette presso ArteFiera di Bologna e ArtCologne. 
http://www.simonepellegrini.com/

Un ringraziamento particolare va a Gisella Vismara che ha reso concretamente possibile questa pubblicazione e alla Fondazione Lucio Saffaro di Bologna; a Rosa Pierno, Rubina Giorgi, Flavio Ermini, Giuseppe Calandriello, Simone Pellgrini


Commenti

Opere edite e inedite < = > Lucio Saffaro — 12 commenti

  1. Grazie per avermi indotta a rileggere i testi di Saffaro, visitati su Anterem tempi addietro. E a rivedere le sue belle immagini dal vago sapore melottiano. E’ autore di spicco, vino pregiato d’annata; perciò inadatto a qualsiasi smercio popolare. Solo per fini intenditori. Ma che goduria!

  2. Grazie a Floema per tutto questo lavoro che sta facendo ai fini di recupero, o comunque di sottolineatura e evidenziazione, di voci autorevoli del panorama culturale italiano purtroppo spesso sconosciute al grande pubblico. Molto molto interessanti anche le opere di Simone Pellegrini. Complimenti, continuate così, e che il vostro blog si arricchisca sempre più di tali pagine e approfondimenti.

  3. Pingback: Opere edite e inedite di Lucio Saffaro | La dimora del tempo sospeso

  4. Un ringraziamento pubblico va Daniele per la serietà, l’impegno, la passione e l’attenzione data ad un curioso, prezioso uomo “venuto di lontano” (Marchiori) quale fu Lucio Saffaro.
    Gisella

  5. Complimenti Daniele per il tuo attento lavoro, per la tua passione e dedizione, per la cura con cui mostri artisti raffinati e troppo spesso nascosti nell’ombra di pensieri più comuni e convenzionali…
    Saffaro è un artista poliedrico (o forse “icosaedrico”!) come le sue opere pittoriche, matematiche e poetiche, un personaggio con più sfaccettature proprio come i solidi che rappresentava…
    valentina

  6. Pingback: LUCIO SAFFARO : pittore, poeta matematico | controappuntoblog.org

  7. Pingback: Pas de pas pas/Nessun padre < = > Ghérasim Luca | f l o e m a

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