Traduzioni da Hölderlin e altre scritture < = > Gian Paolo Guerini

 

Gian Paolo Guerini (Crema 1958) è il primo artista che ospitiamo su  f l o e m a; parliamo di artista perché Guerini non si occupa solo di scrittura, ma anche di musica e arti visive. Nella sua intensa attività artistica è stato promotore di progetti editoriali, performance, letture; si è interessato alla mail-art, alla mistica e a Joyce; oltre ad essere entrato in contatto con i più eminenti sperimentatori del XX° secolo (da Adriano Spatola a John Cage). Dunque una figura piuttosto complessa che sorprende per la vivacità creativa e di pensiero.
Indubbiamente questa matrice di complessità e stratificazione si riscontra ampiamente nei testi, che possono suscitare la vertigine del baratro. L’intuizione del tempo dopo il salto nel vuoto è l’ipotesi del tempo di lettura di molti lavori di Guerini: si parte e ci si agglutina via via nella  pasta densa di un “dire” centrifugo (ma non di un discorso), che conduce a un terminus di convenzione strutturale: il testo si interrompe, ma solo sulla carta. Si rimane cioè con l’impressione che il flusso sonoro continui in una sorta di perpetuum mobile. Il rimbombo ecolalico del reale si riversa in sequenze di parole apparentemente liberate dalle pulsioni dell’incoscio, ma in realtà Guerini crea una salda architettura, uno scorrere controllatissimo, che ha le sue fondamenta (contradictio in adiecto) nella destrutturazione.

Multitude of forms – Roberto Calbucci, 2010

I testi che presentiamo sono: “Traduzioni da Hölderlin“, quattro inediti che risalgono a un’idea del 1995; un estratto da “mattino di turbinio d’agonia con bautte in seta di Cina” (2004); un estratto da “lì vidi: nero, patio, riso” (2006).
L’intera pubblicazione con testi critici di: Paolo Aita, Daniele Poletti, Nanni Cagnone, Tiziano Ogliari, Giorgio Bonacini, Massimo Sannelli, può essere letta e scaricata dalla
Biblioteca di  f l o e m a; l’integrale dei testi editi può essere letta sul sito di Gian Paolo Guerini:
http://www.gianpaologuerini.it

Come parziale introduzione alla scrittura di Guerini riportiamo di seguito il testo che abbiamo scritto per le “Traduzioni da Hölderlin”.

Arcipelago Guerini

I quattro testi che compongono «Traduzioni da Hӧlderlin» (finora inediti), postulano al meglio uno dei procedimenti compositivi di Gian Paolo Guerini, forse il più rappresentativo nell’ambito della sua ricerca scritturale.
Già il titolo è un travestimento che dissimula un’intenzione ben più sfumata. Si “traduce da Hölderlin” e non “dalle liriche”: apparentemente una semplice sineddoche, che mira però ad indicare l’arcipelago Hölderlin, il macroinsieme, il luogo da cui provengono i testi tradotti. Ma tradurre significa volgere in un’altra lingua, diversa dall’originale, un testo scritto o orale, perciò ci troviamo già fuori binario, perché il moto da luogo (“da Hölderlin”) ha più a che vedere col traslare (trasferire, trasportare da un luogo ad un altro) che col tradurre. Qualche dubbio può ancora nutrirlo chi non conosce minimamente il tedesco, in quanto le traduzioni sono, almeno visivamente, quasi sempre isometriche agli originali. L’operazione invece risulta lampante per chi se la cava con la lingua: non si tratta di una resa di un testo X in un’altra lingua; ci troviamo di fronte a uno spostamento da un luogo a un altro, dall’arcipelago Hölderlin all’arcipelago Guerini. E fin qui siamo sempre nell’ambito di una geometria euclidea, dove la traslazione è una trasformazione affine dello spazio, dunque l’operazione può suggerire un controcanto di Guerini ai versi (scelti) di Hölderlin, un pretesto contrappuntistico; ma l’ossessione del melos è più radicale: Guerini effettua un prelievo eminentemente fonetico (dove in altre composizioni avviene più a livello letterale e anagrammatico), si lascia sedurre dall’evocazione del suono della parola tedesca e lo trasforma, ricodifica in parola italiana. Qui si perfeziona il percorso dei complementi di luogo, in quanto pare necessario passare dal moto da luogo della traslazione al moto per luogo, vale a dire il luogo attraverso il quale ci si muove o si passa. In questa prospettiva possiamo affermare -usando un termine della biologia molecolare- di trovarci di fronte non a delle traduzioni, ma a delle trasduzioni (passaggio di materiale genetico da una cellula a un’altra per un tramite detto fago). In più saltano i parametri euclidei in favore di un’indeterminazione regolata dalle scelte semantiche e lessicali dell’autore, che portano direttamente in geometria iperbolica. La parola di Guerini mantiene una memoria dell’originale, un ricordo fisiognomico, ma molto flebile, perché il filtraggio è fatto col setaccio fine, creando un’astrazione e una spersonalizzazione nell’atto poetico (se non dell’atto poetico). L’ultimo spostamento da farsi, deve provenire da chi legge, con un moto a luogo: andare incontro al luogo con naturalezza, perché “scrittura di ricerca” è solo un’etichetta.

 di daniele poletti



Traduzioni da Hölderlin

Der Archipelagus

Der Archipelagus

Kehren die Kraniche wieder zu dir? und suchen zu deinen
Ufern wieder die Schiffe der Lauf? umatmen erwünschte
Lüfte dir die beruhigte Flut? und sonnet der Delphin,
Aus der Tiefe gelockt, am neuen Lichte den Rücken? […]
Immer, Gewaltiger! lebst du noch und ruhest im Schatten
Deiner Berge, wie sonst; mit Jünglingsarmen umfängst du
Noch dein liebliches Land, und deiner Töchter, o Vater! […]
Auch die Himmlischen, sie, die Kräfte der Höhe, die stillen,
Die den heiteren Tag und süssen Schlummer und Ahndung
Fernher bringen über das Haupt der fühlenden Menschen
Aus der Fülle der Macht, auch sie, die alten Gespielen, […]
Dennoch einsam dünkest du dir; in schweigender Nacht hört
Deine Weheklage der Fels, und öfters entflieht dir […]
Wenn er zu Füssen so des erderschütternden Meisters
Lauschet und sitzt, und nicht umsonst
erzog ihn der Meergott. […]

Il vasto imperante (Der vielgebietende)

Che dire che vide edenico, verso un solo unico – disse –
un fatto visto dal solo dato lato, una ma erta;
atto del battito del flutto, una anche dell’immenso
aspetto di tenero gelido, l’animo netto lieve del ruolo?
Immenso, algido l’erto dovuto come, indi risoluto orlo
del bordato, quindi orlato; mise pigli e mentì ugualmente
mise serico, e subito il modo, pallido, pure avverso.
Anche che a volte promise il crogiolo dell’orma una,
disse l’attimo – disse – dentro interni tumuli pose a seguirlo
solamente sentirlo e allora, farne brughiere se poterne
dall’alto del fatto, magari dal funebre, mattino anche.
Dovuto era dunque dal detto; così svelte le nocche era
dal verso del fiato, lo era offerto dal soave ora,
a solo, venne come chinato immediato nell’attimo che,
non lo sapemmo. Ma anche come venne,
noi e non da lui.

Hälfte des Lebens

Hälfte des Lebens

Mit gelben Birnen hänget
Und voll mit wilden Rosen
Das Land in den See,
Ihr holden Schwäne,
Und trunken von Küssen
Tunkt ihr das Haupt
Ins heilignüchterne Wasser.

Sacra sobrietà (Heilignüchterne)

Mi ebbe brivido, anche
volto mi vide così
dal lato il cui sospiro,
il desto sinistro;
un trepido corso
tu o da lumi
dove languidi dormono.

Der frühling (“Der Mensch vergißt…”)

Der frühling

Der Mensch vergißt die Sorgen aus dem Geiste,
Der Frühling aber blüht, und prävhtig ist das meiste,
Das grüne Feld ist herrlich ausgebreitet
Da glänzend schön der Bach hinuntergleitet.
Die Berge sten bedeket mit den Bäumen,
Und herrlich ist die Luft in offnen Räumen,
Das weite Tal ist in der Welt gedehnet
Und Thurm und Haus as Hügeln angelehnet. […]

Precipitando (Hinuntergleitet)

Dal mesto viene, dal sorgere dì, gesto
dal fragile ebbe brevi, onde prese quelle dal manto
dovendo giunse flebile, questa altera estrema
dal gravido scendere dal balzo l’inciampo;
docili radi, strenuo lesto mise dove posò
ogni ieratico tenuto lento, in ogni umido
diede, svelto tese questo del vasto gemito
un tiepido, un altro uno mite d’angolo.

Aussicht (“Wenn Menschen…”)

Aussicht

Wenn Menschen fröhlich sind, ist dieses vom Gemüthe,
Und aus dem Wohlergehn, doch aus dem Felde kommet,
Zu schaun der Bäume Wuchs, die angenehme Blüthe,
Da Frucht der Ernte noch den Menschen wächst und frommet. […]
Erinnerung ist auch dem Menschen in den Worten,
Und der Zusammenhang der Menschen gilt die Tage
Des Lebens durch zum Guten in den Orten,
Doch zu sich selber macht der Mensch des Wissens Frage.
Die Aussicht scheint Ermunterung, der Mensch erfreuet
Am Nutzen sich, mit Tagen dann erneuet
Sich sein Geschäft, und um das Gute waltet
Die Vorsicht gut, zu Dank, der nicht veraltet.

Memoria (Erinnerung)

Vasti mendichi, forgiati simili dai gemiti
unici dal volere, dati auspici fervidi
sul solo barlume visto, nonché biechi,
fatali cenni nella minuta, un fremito.
Iridescenti i desti, mancanti dal volto
misero uno dei sospiri già tolti
e messi, dal soffio tenero ottenne
dove solo nutrì movenze e fragilità.
Assunte sordide e minime, dovette frugare
come modo già o via dal neutro
finché coi suoi resti non diede velocità;
verso quelli, memori del visto niente.


Listening situations – Roberto Calbucci, 2010



mattino di turbinio d’agonia con bautte in seta di Cina

…………………….Venne infine incuriosita da un libretto di marocchino rosa, e sulla copertina lesse “H, di A, L’Alfiere Blu Edizioni, s.c., s.d.”, poi: “mattino di turbinio d’agonia……………”, ma venne bruscamente distolta da assordanti rumori provenienti dalla taverna. Un distinto signore con una pipa sbraitava forsennato: “Ho sfiducia con tutto il cuore; chiunque creda di non essere si appoggi a me e potrà capire che l’esperienza non è il punto di partenza della conoscenza.
               In tutti i modi io potrò riconoscerlo e lui dirigerà i suoi passi verso di me. Uno zampillo dalle rotture delle tubature ha alleviato la sua sensibilità sovraeccitata e attualmente, con un urlo selvaggio e un ultimo sguardo al punto di rottura, sia tra lavandini squillanti tra le frange della ceramica sia tra le tratteggiate vie degli insegnamenti contenuti nell’existere, lui può a me abbandonarsi. Nell’existere è già contenuto l’andato, l’evitato, l’evirato, sebbene il postulato dell’existere sia l’insistere, il persistere; ebbene, questo contenuto è temuto, eppure voluto, tenuto, premuto, senza rifiuto. Le gamme di coscienza dei vari mondi dal momento che nulla è intuibile, né sensibile, né più in generale alcuno degli enti è intelleggibile, né sensibile, né più in generale può permetterci conoscenza, è il nostro pellegrinaggio eterno dai sette sacri pianeti (1= Pro notitia linguarum universali, 2= Oedipus Aegyptiacus, 3= Institutiones Linguae Samaritanae, 4= Scripturae Linguaeque Phoeniciae Monumenta, 5= Arcana Mundi, 6= De occulta philosophia, 7= Polygraphia nova et universalis) fino al regno dalla ‘funzione doppia’, vale a dire, il più basso e il più basso basso motivo non è un riconoscimento, teoretico o pratico, dell’ordine della realtà, ma sforzo di liberazione dalla necessità.
               Il motivo più basso, che è quello che principalmente funziona in tutti gli individui umani, è quel funzionamento che raccoglie appena i rapporti e le prove assicurati dalla mente con il senso; sorge spontaneo attraverso un’ironia curiosa quando si cerchi di cercare la propria storia tra le due isole — passato e futuro — che determinano il nostro presente. Il motivo ancora più basso, l’infimo motivo, ci conduce al margine di due boschi — capacità di agire e senza essere — dove il sentiero è segnato con i motti evidenti della resa: ‘espressamente per perdersi’ e ‘per inebriarsi di smarrimento’. Un giorno mi udrete dirvi: ‘Porterò oggi le mie uova in città, lì ungete il mio vagone di raso imbottito e non dimenticate di riempire il serbatoio e avvitare tutta la faccenda. Una ragazza piccola, minuta come una preziosa perla, che ramazza ogni giorno in una taverna, saprà guidare questo convoglio meglio d’un ragazzo che nella medesima taverna s’è scolato tutto lo scolabile! Tutti dovranno portarsi per alimento ciò che hanno pagato, in modo da
              poter dormire così bene come su una panchina del parco;
             dato che l’uguale è un caso particolare dell’ineguale tutti i cibi dovranno essere diversi: non si mangerà per mangiare ma per nutrire le membra dell’anima come si agisce non per qualcosa, ma perché non è possibile fare altrimenti’”. E gettando la pipa per terra, urlò: “Aion vs cronos l’ho detto avvolto nel gelso cavo, i vecchi m’hanno spiato per vedermi nascere e io, una volta nato, non potevo che bisbigliar loro che i vagabondi anni m’hanno condotto per il mondo senza ricordarmi del povero fornaio, ma nessuno ora potrebbe supporre che ho già compiuti i anni e, sentendomi molto leggero e non essendo alto di statura, con uno stile misto di bellezza e fragilità, posso ben affermare che l’espressione della vostra faccia, sebbene di vecchi, è complessivamente angelica, perché fin dalla vostra tenera età avete ascoltato le mie parole!”. Un avventore della taverna si fece coraggio e avvicinatosi osò chiedergli: “Scusi, che ore sono?”. L’uomo con la pipa rispose: “Non sono le 5 e 32 del mattino………… (Non si può vivere nemmeno con la vita, figuriamoci con noi stessi. Se potessi non appartenermi in quanto non nato, i residui dell’esistenza non potrebbero vantarsi d’essere vivi. Eppure il clivaggio dell’esserci ‘essercizzato’ non permette d’esserci nemmeno con due o tre caffè ogni mattina.)”.
             Ka intuì subito che quest’uomo vestito in seta di Cina era un profeta e, vedendolo ora più calmo, lo prese in disparte e gli sussurrò: “Quello che dice è dettato dall’eterno che abita in lei, e questa meraviglia la può anche dire a sua moglie, al confessore di sua moglie, ai partecipanti a una riunione ippica, a tre uomini che facciano battute sconce sul culo delle cavalle; la voce può ben disperdersi per tutta D… Ma lei, dov’è nato?
A Sm, o R, o Co, o Sa, o Ch, o Ar, o At?”. “Sono nato nel frangipane cavo. Io vi amo, ma se improvvisamente il miracolo si manifestasse davanti a voi, la vostra scienza vi impedirebbe di scorgerlo. Ma continuerò a parlare finché la mia parola, a forza di rivelare, si velerà. Whisky scorrerà per le strade, uomini azzurri come aria e collerici come chi cade
               verranno da ovest, trascineranno buoi verdi come rame, e per tutto l’inverno perseguiteranno H, lo trascineranno in prigione… Io non potrò far nulla… Ora ti chiamo Chimera”. “Chimera non è il mio nome, anche se sono cameriera: mi chiamo Ka!”. “Chimera sarà:” proseguì l’uomo con la pipa tra gli astanti che attoniti fecero cerchio attorno a loro, “quando mi precipiterò in mare lei sarà al mio fianco, 4 gabbiani coi nomi dei venti la poseranno sulle onde e le onde l’accompagneranno sul fondo del mare. Il nome di H diverrà allora Olimpia”. E detto questo scomparve. E di quello che ora segue, né H né l’allevatore di galline sapranno mai nulla… Così Ka, sebbene confusa e frastornata, se ne tornò in biblioteca, cercò il libro intitolato H e riprese la sua lettura, dall’inizio, sapendo che lì avrebbe trovati svelati i misteri dell’uomo con la pipa…: “mattino di turbinio d’agonia ……………”. Ka intuì subito che quest’uomo vestito in seta di Cina era un profeta e, vedendolo ora più calmo, lo prese in disparte e gli sussurrò: “Quello che dice è dettato dall’eterno che abita in lei, e questa meraviglia la può anche dire a sua moglie, al confessore di sua moglie, ai partecipanti a una riunione ippica, a tre uomini che facciano battute sconce sul culo delle cavalle; la voce può ben disperdersi per tutta D… Ma lei, dov’è nato? A Tarabusi, o Ottarde, o Ottardine, o Spatule, o Corbeil, o Pivieri, o Arzavore?”. “Sono nato dove il nostro albero smise le foglie; in quella circostanza le mie gambe erano così logore e più grandi da osservare. Non che avessi rifiutato la raccomandazione corporea ‘hominum di filiis di prae di forma di speciosus’, purtuttavia con temperanza e forza, la bellezza della loro fattura richiede d’applicarsi a loro come lo fanno i camminatori,
               quelli con le sopracciglia come una leccarda, per domandare dove le suture, come l’anulus piscatorius, dovessero soltanto avere il resto del complimento del cappello che è fatto al vostro barbiere o alla vostra segretaria. Come è accaduto a D in una taverna in cui è stato previsto che lo sconosciuto non era un collega sgradevole, impegnato ad aiutare le sue domestiche nell’estrarre l’acqua e fare un fuoco per cucinare: 1= petti di oche in biancoairone, 2= salame di francolini con midolli di daini, 3= scaloppette di folaghe con porri senapizzati di polvere di zenzero, 4= merli muti e conigli parlanti, 5= tarabusi con rinforzo di vino frammezzo, 6= omissis, 7= omissis. I languori si sentono arrivare se ben si tende l’orecchio, si può pur sentir udir: ‘Pertega salutis… Ars honeste… Cum commento… De Maniera spazzandi fornellos…’.

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Studio for vegetation + architecture – Roberto Calbucci, 2012



lì vidi: nero, patio, riso

1. lezzo e amo tra t’amo vai
2. se vacua dire asmata
3. qua tira la cura
4. e sta la saggia sorte
5. che pensieri vara
6. amara e certa tra rovi
7. di rese corte bende
8. a pieno nel punto
9. che là andai col lento derma
10. quel che punto guarda
11. le spalle stira e la nera trona
12. alloro e ago del muto passo
13. ti è teco qui con fata
14. uscio del lago volge e osa
15. talamo ancora vòlto masso
16. che la scia mirava
17. chiosata sorpresa raggiata
18. compresa al minato greto
19. colata verta erta di nati tanfi
20. per ritornare volti
21. mattino e l’onta sulle stelle
22. e rancori in ossi e lesa speme
23. in quella rete del tempo
24. e la lesta gioia non messe larve
25. né nesti né venisse con testa
26. la rosa fiera né tesse
27. lume senza mentire
28. e porse nodi a vana radura
29. per alzare giunti su piega
30. tali cesti che vedo in rami
31. nel desto vivai bassi
32. ali sì forti per silenzi pavidi
33. sul gelo di largo fiume
34. sposi con verga fonte
35. di ali pone
36. le ali amido e rade ore
37. a cercar lume
38. se io mesto io
39. solo odo il mare
40. veder mi volse
41. ai miei faggi miei
42. fatali polsi
43. contenere l’agio
44. ripósi lagrima
45. se ama resto selva io
46. che questa sia la tua scia
47. la sua via
48. manto di lucide malïe
49. che mai bramo sole
50. dopo astri lisi
51. ma lì soglia non celo
52. che farà doglia
53. non celo ma piena
54. mi sazia tra le ferme liti
55. morire cammino questi rovi
56. fin che avranno
57. l’onde di prima di arti
58. di erto pensiero
59. che tu mi sai trarre
60. e temer ai lesti
61. erti riti lenti
62. che da morte sian contenti
63. le rade redini
64. e poi salire mai più
65. coi soli arti
66. quali pare legna
67. per ante sulle scie esigue
68. pare raggio se gioco
69. luci e leggi
70. luci e quelle non con cesti
71. ch’io fugga e male
72. io mi lordi se la porta
73. si colora con testi
74. arsi se li tenni
75. in nave e rena
76. li amai con terra
77. e oro io solo
78. apparivo tra rasi cammini
79. dati tra le terre
80. o ai nomi o mentre
81. chiodi qui obliate
82. con iati di rami
83. a irte leste
84. alati duci che lente
85. con cori mortale
86. s’andò sensibile
87. e selve ardon
88. e così pesano affetto
89. usci rovi luci e l’aere
90. indegna d’intelletto
91. che fuma mesi
92. per le mie orde elette
93. e le lede abile rosa
94. nel suo maggio rosato
95. e lì dà vanto
96. in tese funi
97. nei suoi manti
98. poi le zone recano fedi
99. pavidi sazi e mai con dei
100. ma né io né le dee

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Autoritratto con bottiglia – Gian Paolo Guerini, 2010

Gian Paolo Guerini è nato toro verso la metà del XX secolo in una piccola città equidistante da Milano, Bergamo, Brescia, Cremona, Pavia. Ha studiato dai Gesuiti coltivando una avversione totale verso il dogmatismo, prediligendo incondizionatamente la “via negativa”. Ha diretto una ridicola rivista saltuaria ed effimera di materia poetica TeatroDelSilenzio. Ha proposto il suo ascoltabile in varie letture pubbliche, ha esposto il suo visibile in diverse gallerie, ha suonato o fatto suonare la sua musica: a volte chiedendo, altre perché portatovi dalle circostante, ma sempre un po’ perplesso e sospettoso. Non ha voluto laurearsi in teologia con una tesi su Þe Clowde of Vnknowyng. È docente di letteratura trascendentale presso l’Università dell’Oblio nella terra desolata, dove tiene regolarmente corsi per liberare la scrittura dalla cultura. I suoi testi sono stati tradotti in inglese da Luigi Schenoni (traduttore italiano di Finnegans Wake), Paul Vangelisti e Luther Blissett. Dopo Crema, Brescia, Bergamo, Berlino, Parigi, Livorno, New York, Bologna, Fort Kochi, vive tra Torino, Roma, Ljubljana. Ha selezionato i testi per la rivista di fotografia Private (dal numero 32 al 40). Ha due figli che vivono con la loro mamma. È felicissimo con la sua donna e un nuovo figlio, in una piccola casa con un terrazzo pieno di fiori bianchi e attende paziente che le cose che devono accadere accadano.

Un ringraziamento particolare a Roberto Calbucci per aver concesso l’utilizzo delle immagini


Commenti

Traduzioni da Hölderlin e altre scritture < = > Gian Paolo Guerini — 5 commenti

  1. Interessante aver scoperto questo artista e il suo ampio raggio d’azione. Resta una curiosità da soddisfare. Mi piacerebbe sapere qualcosa circa le tecniche usate per per le immagini riprodotte, sembra siano su carta come tabulati per computer.

  2. Pingback: Colloquiale n°9 con Peter Carravetta | f l o e m a

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