Suono Prossimo: tracce, edizione 2015

Nell’autunno 2015 i motivi di Suono Prossimo hanno incarnato nuovi stili nelle classiche strutture del chiostro di S.Agostino a Pietrasanta, avvolgendo il pubblico in un abbraccio fertilmente distopico. Il Festival di arti sonore, dopo il successo della scorsa edizione, ha acquisito una notorietà che ha permesso a Lisca RecordsNub Project Space di ripetere l’esperienza nella splendida cornice pietrasantina. La duplice anima del Festival sembra ormai delineata: sperimentazione e ricerca sonora legata agli artisti che interverranno, e collocazione temporale. L’edizione 2016 aprirà ufficialmente il 22 Aprile con un evento anticipatorio presso la “LaBottega” (Viale Apua, 188 Marina Di Pietrasanta) alle ore 21:00, con il trio di improvvisazione elettroacustica formato da Edoardo Ricci (sax), David Lucchesi (chitarra elettrica) , Devid Ciampalini (voce, percussioni, elettronica); tutti gli altri concerti si svolgeranno in Settembre con musicisti e date che verranno comunicati prossimamente.

Proponiamo di seguito un intervento di Vittore Baroni in merito all’edizione di Suono Prossimo 2015, una breve intervista a Umanzuki ed una videointervista a David Lucchesi, gli artisti hanno risposto a due semplici domande: 

-Parlaci del tuo progetto: come è avvenuto l’incontro, cos’è la tua musica, quali sono le dinamiche performative.

-Cosa significa per te sperimentare? In cosa consiste la ricerca nel suono e perché questa esigenza?

 

Suono Prossimo Edizione 2015
in attesa dell’edizione 2016

Sommarium di Vittore Baroni

 

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           Negli ultimi due decenni, il nostro modo di ascoltare e di conseguenza anche di concepire la musica è radicalmente mutato. L’evolversi di nuove tecnologie digitali per la produzione e circolazione di lavori audio ha modificato il nostro rapporto quotidiano con l’universo acustico, alterando sensibilmente l’ecosistema sonoro del pianeta, per ricordare un concetto caro al grande musicologo canadese Raymond Murray Shafer. Non solo la musica ci accompagna ventiquattro ore al giorno, rimandata da iPod, computer e telefono cellulare (oltre che da radio, tv e altri media abituali), ma si va sempre più ampliando e differenziando la tipologia dei luoghi deputati alla sua fruizione, non più limitati alle sale da concerto e alle discoteche (ad esempio, il suono è migrato in modo massiccio nelle gallerie d’arte, nei musei, nei bar, nei tanti “non luoghi” del paesaggio urbano). Per l’appassionato di musica, i contenuti di quelli che un tempo erano oggetti del desiderio da conquistare con impegno e sacrificio (i dischi da rintracciare e collezionare, spesso a caro prezzo), sono ora divenuti perlopiù comodamente accessibili in rete, in un fenomeno di condivisione generalizzato (legale e non) che ha generato al contempo effetti dilaganti di bulimia come di apatia culturale. L’eccesso di proposte musicali tendenti al costo zero, la saturazione del nostro “paesaggio sonoro”, ha abbassato la soglia d’interesse e sminuito il valore della creazione artistica. Similmente a come, nei lontani anni ’70, il critico Harold Rosenberg teorizzava della progressiva “s-definizione dell’arte”, assistiamo oggi, al termine di quello che Stefano Pivato ha definito Il secolo del rumore (Il Mulino, 2011), ad una rampante s-definizione del concetto di musica (dopo Cage, chi può più dire cosa è e cosa non è musica?) e al manifestarsi di diverse e più articolate relazioni tra la composizione, il suo creatore e il pubblico di riferimento. Caduti da tempo i confini tra musica colta e popolare, all’ascoltatore che non desidera conformarsi alle scelte delle classifiche di grande consumo è difatti sempre più richiesto discernimento e partecipazione, nel vaglio delle opere sonore da pescare nel mare magnum dell’offerta globalizzata come nelle modalità del loro consumo (le installazioni di audio art, un termine sempre più in uso dalla fine dei ’90, offrono spesso ad esempio possibilità di interazione e partecipazione diretta all’evento sonoro). Il supporto “fisico” della musica (cd, vinile, musicassetta o altro), dato da tempo per spacciato, sopravvive ancora in realtà nelle aree meno tecnologicamente sviluppate del pianeta così come all’interno di nicchie di audiofili, che non si accontentano della bassa fedeltà dei diffusi file Mp3 e che ancora desiderano apprezzare la composizione musicale nella sua accezione di prodotto culturale completo e autonomo, di cui è parte integrante una copertina col suo apparato di testi e immagini. In parallelo, la “smaterializzazione” del lavoro musicale, ridotto spesso ad un mero flusso di dati, ha stimolato di rimando un sensibile ritorno in auge della musica suonata e consumata dal vivo, filtrata dalle mani e dalla sensibilità di dj sempre più “musicisti” o proposta live su palchi grandi e piccoli, su pedane di bar e nelle più diverse situazioni non convenzionali (o perfino non legali, come nel caso di tanti rave non autorizzati).

              Dato un simile contesto in continuo flusso e trasformazione, costantemente in tensione tra comunicazione sonora diretta e multimediale, consapevole e indotta, chi può immaginare quali caratteristiche avrà il Suono Prossimo? La nascita di una “rassegna di arti sonore” a Pietrasanta è un evento singolare e degno di particolare attenzione, proprio per la quasi totale assenza in zona, negli ultimi decenni, di iniziative pubbliche incentrate sulla ricerca acustica. La storia della musica in Versilia e dintorni, in gran parte ancora tutta da scrivere, verte difatti da un lato sulle nostalgie per un glorioso passato classico-operistico, fortemente condizionato dalla presenza in loco del Maestro Giacomo Puccini, dall’altro su una radicata tradizione di raffinate e popolari forme d’intrattenimento “in lounge” (dalle notti calde della Bussola di Sergio Bernardini negli anni ’50-’60 alla lunga stagione della disco music). Molto più sporadiche, spesso limitate a rassegne di gruppi di base alle prime armi, le iniziative in ambito rock e jazz, se si esclude l’attività concertistica nei ’70 di alcuni club e spazi da tempo scomparsi come il noto Piper 2000, il circolo Hop Frog e il tendone circense di Bussola Domani. Poco o nulla è stato però finora programmato con riferimento agli ambiti dell’avanguardia più radicale, della musica contemporanea (elettronica e non) o della sperimentazione “colta”. Per trovare traccia di ricerche sonore di questo tipo, occorre arrivare fino ad esperienze recenti quali il festival Galaxia Medicea a Seravezza (che nel 2009 ha proposto, tra le altre cose, una mostra e convegno in tributo al pioniere della computer music Pietro Grossi) o la rassegna internazionale di audio art Klang! Suoni contemporanei curata nello stesso anno a Viareggio dall’associazione BAU, come pure (estendendo lo sguardo a province limitrofe) la manifestazione pisana Elettronica alla Spina, incentrata sulle nuove tecnologie ed esordita nel 2008 con la presentazione del rivoluzionario strumento digitale reactable.

              Un elemento che accomuna le tre rassegne menzionate è la partecipazione in concerto, in tempi diversi, dell’ensemble VipCancro, segno di un lavoro costante e ben radicato nella propria realtà geografica da parte del quartetto di sperimentazione elettroacustica pietrasantino, dal 2008 presente sulla scena musicale anche coi materiali (propri e di artisti affini) dell’etichetta discografica indipendente Lisca Records. Coerenti pertanto alle attività sviluppate su diversi fronti per oltre un lustro, i VipCancro in collaborazione con l’associazione culturale Nub Project Space hanno dato vita tra febbraio e marzo 2015 alla prima edizione della rassegna Suono Prossimo, presentando fianco a fianco autori ormai “storici” del panorama sperimentale nazionale (come Simon Balestrazzi, Gianluca Becuzzi, Edoardo Ricci, in passato al centro di progetti quali T.A.C., Limbo, Neem) e musicisti più giovani ma che già possono vantare un significativo bagaglio di esperienze. Non accadeva da cento anni – parafrasando il motto del concerto bolognese da cui prese le mosse il Nuovo Rock Italiano – e il pubblico versiliese ha mostrato di gradire la proposta di qualcosa di completamente diverso. “Oltre la musica, tra le categorie” è il sottotitolo rivelatore del volume Sound Art (Rizzoli NY, 2007) dedicato dal compositore e saggista Alan Licht alla storia delle ricerche sonore che si ibridano e si intrecciano ai più diversi linguaggi espressivi, lungo un solco già tracciato dalle avanguardie artistiche del primo Novecento. Musica (e oltre) è oggi anche un vecchio pianoforte abbandonato sulla riva dell’oceano (Annea Lockwood, Southern Exposure: Piano Transplant N.4, 2005), un pavimento tappezzato di dischi in vinile su cui il pubblico è invitato a camminare (Christian Marclay, Footsteps, 1989), due mini- amplificatori incerottati sopra gli occhi dell’ascoltatore (Rolf Julius, Music for the Eyes, 2003) o una trentina di carte da gioco applicate ad altrettanti leggii musicali disposti a spirale (Robert Filliou, Musique télépathique no.5, 1976-78), per citare solo alcuni tra gli infiniti esempi possibili. Nella Sala dell’Annunziata dello storico Chiostro di Sant’Agostino a Pietrasanta e negli spazi del locale Lo Studio, un pubblico inaspettatamente folto e composito, salutarmente intergenerazionale, ha seguito con attenzione e interesse il denso (e non facile) percorso di ricerca della rassegna Suono Prossimo, in particolare incentrato su pratiche d’improvvisazione più o meno controllata, sul trattamento digitale in tempo reale di suoni preregistrati o creati sul momento, sull’integrazione del rumore nel tessuto della composizione (in una tradizione che va da Eric Satie ai Throbbing Gristle, vedi lo studio di Paul Hegarty Noise/Music: A History, Continuum, 2008), sulla modulazione di ipnotici “suoni continui” e la manipolazione di field recording ambientali (nuovi filoni espressivi inventariati da Brandon LaBelle in Background Noise: Perspectives on Sound Art, Continuum, 2007), sull’impiego di peculiari strumenti auto-costruiti tramite un “hackeraggio” virtuoso dei più diversi dispositivi digitali (sull’argomento, vedi la guida Handmade Electronic Music: The Art of Hardware Hacking di Nicolas Collins, Routledge,2006). I presenti alle tre serate hanno potuto quindi confrontarsi col potente ed emotivo impatto audio-visivo drone ambient degli stessi VipCancro, la simbiotica interazione improvvisativa con l’acustica ambientale di Enrico Malatesta e Luciano Maggiore, il post-free stilizzato e disarticolato del quartetto Baldini-D.ci-Lucchesi-Ricci, il minimalismo concettuale dei soundscape glitch ambient di Giovanni Lami, i nastri trattati e l’inquietante “psichedelia occulta” di Simon Balestrazzi, il liquido ed exotico jazz-core elettronico del trio Umanzuki, le sibilanti e oscure evocazioni post-industrial-minimaliste di Gianluca Becuzzi,le crepitanti rielaborazioni digitali di materici “dischi preparati” di Andrea Borghi, l’eterea e sofisticata interazione tra computer e cassa armonica del contrabbasso di Michele Spanghero, i cluster micro-melodici indeterminati e fluttuanti di Star Pillow. Sono felice, in qualità di versiliese e veterano sostenitore della sperimentazione acustica, di essere stato chiamato a introdurre la rassegna Suono Prossimo, in apertura dei concerti e qui su [dia•foria.

Vittore Baroni

 

Intervista a David Lucchesi

Intervista a Umanzuki

Umanzuki è un collettivo artistico che studia il lato primordiale dell’ uomo e il fascino della spiritualità occidentale. Ci siamo trovati a condividere una memoria collettiva molto forte. La nostra musica è una serie di esperienze legate “appunto” al concetto d’intimità e suono. A livello performativo questa attitudine si traduce e si esprime in un rituale collettivo. La sperimentazione può essere considerata tale, se è assolutamente priva di ogni forma di rimando al pensiero dominante e ad ogni suo aspetto .Questo tipo di ispirazione porta all’isolazionismo e alla controcultura. Presumo si tratti di stimoli. E per quanto riguarda il nostro progetto tali stimoli andrebbero in conflitto con il nostro modo di esprimerci .

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CLAUDIA MARCHETTI di fronte e attraverso – sculture

copertina catalogo

Sabato 8 novembre 2014 dalle ore 18.00 si inaugurerà la mostra personale dell’artista Claudia Marchetti. Sarà possibile apprezzare le opere fino al 30 dicembre, presso l’originale e curato spazio espositivo della Galleria Ceribelli di Bergamo (Via San Tomaso 86, tel 035 231 332, dal martedì al sabato 10-12.30 / 16-19.30).
Il catalogo è interamente curato da [dia•foria, (sarà presente in Galleria) con un testo critico di Nadia Marchioni e due interviste all’artista in appendice della stessa Marchioni e di Daniele Poletti; foto di Silvio Pennesi.


DI FRONTE E ATTRAVERSO
dentro e fuori da un centro

di Daniele Poletti

A più di dieci anni di distanza dalle prime prove oggi Claudia Marchetti ha raggiunto una riconoscibilità stilistica e una maggiore coscienza di ciò che l’universo delle sue donne vuole esprimere. All’iniziale istintività del trasferire nella materia pulsante della creta -che vive di tempi tecnici relativamente brevi per quanto riguarda l’essicazione ad esempio e dove idea e gesto quasi coincidono- l’urgenza di un momento o la trasfigurazione di un’emozione, si è via via affiancata una maggiore riflessività che ha portato ad approfondire la ricerca di nuove soluzioni formali, come nelle sculture monocromatiche a fasce di colore e ad inserire nella produzione nuovi oggetti biomorfi che ha definito biomasse. Parlo di affiancamento e non di sostituzione perché l’approccio è ancora quello di lavorare secondo un’idea precisa e seguendo uno sviluppo plastico che ha le doti dell’immediatezza, senza affaticare la materia e con pochissimi ripensamenti. Tutto ciò è possibile grazie alla grande capacità tecnica dell’artista e alla padronanza di tutte le sfaccettature dell’anatomia di un corpo. Di quest’ultimo aspetto ella ne fa un puntiglio etico, nel senso che la via della nuova figurazione, come lei la intende e l’ha intrapresa, prevede una restituzione fedele del corpo: gli errori anatomici, che un occhio tecnico può valutare se voluti o meno, sono per Marchetti inaccettabili mancanze di onestà. Questa posizione non deve essere presa come un’arida fissazione e ostentazione formale, perché anche in Marchetti compaiono delle difformità anatomiche, ma che sono frutto di un calibrato slancio enfatico (si perdoni l’ossimoro) che semmai richiama l’esperienza della maniera, dell’amato Parmigianino ad esempio.
Le figure di donne che si comunicano a noi ancora con una ieraticità da icona, come nei primi lavori, -dove il sacro aspetto della sospensione del tempo si accompagna alla sospensione del suono, entrando noi a far parte di un nuovo centro, secondo quanto sosteneva Mircea Eliade in “Il sacro e il profano”- sono diretta filiazione  della scultura quattro-cinquecentesca: dalla compostezza formale di Desiderio da Settignano fino al plasticismo estremo di Guido Mazzoni. Claudia Marchetti, come dicevamo, appartiene a quella schiera di artisti che hanno cercato e cercano di reinventare il figurativo e per i quali (o almeno per Marchetti, ma anche la scuola del legno sud-tirolese può dirci qualcosa al riguardo) la ricerca di novità espressiva non passa attraverso il travaglio formale, lo squasso delle regole e la suggestione di un modellato che-ricorda-un-corpo (esempio paradigmatico tra i classici moderni è Arturo Martini), anzi diremmo il contrario. La fedeltà quasi fotografica al reale è un primo livello di condivisione e seduzione che dovrebbe crearsi con lo spettatore. Chi guarda ha delle coordinate precise per l’individuazione del sistema e all’interno del sistema può entrare in sintonia o meno con la volontà dei segni. In questo punto di passaggio, che è poi varcare la soglia del tempio per tornare a Eliade, sta la vera ricerca dell’artista, che solo in apparenza è meno accidentata e più facile della sperimentazione integrale. Laddove nell’esperimento la marca distintiva si dà nell’immediato della visione, tale che la potenza formale nel migliore dei casi coincide con la suggestione concettuale, nel neo-figurativo il cammino è più sfumato, ci troviamo all’interno di un sistema di segni noto che ammicca a un nucleo ignoto, da scoprire.

Claudia Marchetti - Autoritratto, terracotta policroma, 2011

Claudia Marchetti – Autoritratto, terracotta policroma, 2011


Nel caso di Marchetti questo ignoto non ha niente di perturbante o di intellettualistico, ma è centrato sull’analisi della quotidianità e dell’intimo. L’attenzione è focalizzata sugli aspetti più consueti e minimi del vivere, i personaggi di cui parla -lontani dall’epica della storia, ma non fuori da essa- diventano testimoni di piccoli frammenti di vita. Le azioni che essi compiono non sono altro che rapide immagini del reale, attimi catturati che si ripetono e si ripeteranno nella gestualità abituale della persona, con un accento che solo ad essa appartiene. L’artista considera questa caccia “un movimento REM in fase di veglia”. Il gesto entra così a far parte di una sorta di rituale, contemporaneamente individuale e collettivo, che ridetermina la normalità di ogni attimo come sacro. Dunque il tempo inteso come coesione di impercettibili tessere che, simili a frattali, ne testimoniano la preziosità. Ma oltre alla sospensione e all’individuazione precisa di un nuovo tempo, di un diverso fluire, nelle figure di Marchetti c’è un rinforzo percettivo che proviene dal fuori campo, in una direzione non inversa rispetto a quella che abbiamo fatto per trovarci di fronte all’opera, ma che va attraverso, al di là dell’opera, cioè dietro di lato sopra etc., fisicamente ma in senso mentalmente (!). Questo fuori campo è tutto appannaggio dello spettatore, il piccolo teatro del gesto innesca una narrazione, una storia, una figurazione oltre la figura, che chiedono di essere scoperte appunto e completate.
Tali aspetti dell’opera di Marchetti risultano amplificati e approfonditi attraverso nuove soluzioni formali negli ultimi lavori del 2013/14, in particolare la serie di sculture in terracotta con fondo bianco o nero con fasce di colore. In queste sculture si avverte una doppia volontà rappresentativa. Da un lato l’enigma del “venire al mondo” attraverso il colore e dunque la luce: individuare attraverso le fasce colorate alcune parti significative del corpo (occhio, labbra, capelli, etc.), provoca un’accelerazione percettiva, che porta lo spettatore (di nuovo) a completare il mancante, l’ancora inerte bianco. Dall’altro lato il lavoro di ricomposizione di chi vede si complica perché vengono giustapposte fasce di colore di diversa tonalità, non viene utilizzato un colore uniforme. La soluzione evidenzia una riflessione profonda dell’artista sulla luce: si danno delle possibilità, delle ipotesi di visualizzazione dell’opera, tali da rendere la scultura potenziale, il racconto varia al variare della luce e di conseguenza anche il momento è variabile e incrementabile. Ci troviamo di fronte a una sorta di quaderno di appunti sulle infinite declinazioni di illuminazione di un solido che qui sono solo abbozzate, incomplete. Perciò chi guarda adesso è investito da un ruolo ancora più poietico e chiamato una volta per tutte a una partecipazione attiva, non più e non solo il dovere di indovinare cosa è accaduto poco prima dell’istante congelato e cosa potrà accadere poco dopo, ma addirittura dare vita al sembiante dell’attore (attrice!) di quei gesti e quelle posture. Se l’opera d’arte non ha quasi mai un valore esclusivamente enunciativo, in questo caso possiamo affermare che si entra in contatto non solo con un’evocazione, ma con un vero e proprio processo maieutico.

Claudia Marchetti - Soggiorno, terracotta policroma, 2014

Claudia Marchetti – Soggiorno, terracotta policroma, 2014


A questo punto potrebbero venire in mente i già citati artisti dell’area sud-tirolese, come Demetz o Verginer ad esempio, ma in realtà il lavoro di Marchetti si distacca abbastanza nettamente da questa scuola perché, come si può vedere sotto dalle due foto, l’utilizzo localizzato di colore che essi applicano ha più una funzione straniante, che richiama situazioni fantastico/surreali o di cercato pleonasmo espressivo. L’approccio di Marchetti ci appare goethianamente più scientifico, catalogatorio nel senso della curiosità di selezionare possibilità.

Gehard Demetz - My Shadow Can Walk on Water, 2011

Gehard Demetz – My Shadow Can Walk on Water, 2011

Willy Verginer - Pensieri arrugginiti nelle dita, 2007

Willy Verginer – Pensieri arrugginiti nelle dita, 2007


Quanto è stato detto finora rischia la smentita se si osserva l’ultima produzione dell’artista, parallela e intrecciata a quella delle figure, cioè le biomasse.
Le biomasse sono forme che richiamano palesemente la materia organica, la plasticità globulare e ad anse, l’emersione di peduncoli falloidi e di concavità raggrinzite o a ferita, evocano il movimento e il flatus dell’informe, lasciando finanche immaginare l’emissione di umori e rumori. Queste forme, che rappresentano per l’artista manifestazioni del pensiero nel loro aspetto più astratto, vivono sia come entità autonome che in relazione a figure umane (serie dei “Contatti”).
Con le biomasse si affaccia la categoria, prima negata, del perturbante, si insinua il caos nell’ordine e non si assecondano più tutti i pregiudizi e tutte le forme percettive ormai consunte, che sono prodotte dall’arte del bello (non problematico). Come possiamo considerare questo cuneo nello sviluppo artistico di Marchetti, come un conflitto intestino insanabile? Direi di no, in realtà quello delle biomasse è un percorso carsico che si manifesta oggi nella sua compattezza e rappresenta un complemento e uno sviluppo delle figure umane da lei rappresentate. L’artista racconta nell’intervista presente sul catalogo della mostra che fin dai tempi del liceo era solita disegnare, a volte distrattamente a volte d’impegno, ghirigori flessuosi di forme immaginarie, inesistenti, dando forma a qualcosa di puramente mentale. Oggi queste latenze diventano di ceramica e terracotta e occupano uno spazio e un tempo che differiscono da quelli delle figure. Prese a sé stanti le biomasse hanno una funzione centripeta, lo spazio occupato non crea più l’aura per la ricerca di un centro, perché la fruizione è dispersiva a causa della mancanza del codice, e il tempo non si sospende, ma è reale in ragione dell’insorgenza del rumore (inteso sia come suono che come disturbo percettivo).

Claudia Marchetti - Biomassa n.10, terracotta patinata, 2014

Claudia Marchetti – Biomassa n.10, terracotta patinata, 2014



Queste sculture sono una materializzazione dell’ignoto, dunque per consonanza rappresentano l’estensione concreta del mondo delle figure, come accennato sopra, ed è interessante notare come la dinamica del Corpo senza Organi di Gilles Deleuze, che può senz’altro rappresentare l’inconscio e le potenzialità del rimosso del corpo, venga rovesciata in Marchetti con un’iperfetazione di organi che chiedono spazio e dialogo. Il dialogo a livello rappresentativo si concretizza prima di tutto con i “contatti/scoperta” (Contatto n.1 e n.2), dove la vecchia e il bambino indagano l’alterità a distanza, dove è adombrata una certa ansia conoscitiva, che non sappiamo quali effetti sortirà. In seconda battuta con i “contatti/maternità” (Contatto n.3, n.4, n.5) ci troviamo di fronte a un vero e proprio cortocircuito: la funzione centrifuga della figura umana e quella centripeta della biomassa creano una discordanza perversamente seducente, come la vertigine che si prova sul limitare del vuoto.
Il percorso di Marchetti, nella sua integrità, continua a rimanere sobrio, privo di atti declamatori o di personaggi retorici, ma con gli ultimi lavori, e in particolare con i “contatti/maternità”, non si può non rilevare un sommesso eroismo della figura, che pare aver preso finalmente coscienza dei propri dubbi e dei propri misteri.

Claudia Marchetti -Contatto n.5, terracotta policrama, 2014

Claudia Marchetti -Contatto n.5, terracotta policrama, 2014



Claudia Marchetti nasce a Viareggio nel 1974; nel 2003 consegue il Diploma di Laurea con lode in scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara.


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Pubblichiamo un testo inedito di Daniele Poletti sull’opera di Claudia Marchetti, che risale al marzo del 2007, dunque più vicino alla prima produzione dell’artista, ma che coglie ancora alcune matrici importanti dell’opera.


IL TURGORE DEL DISAGIO
sulla scultura di Claudia Marchetti

 di Daniele Poletti


Buongiorno – mezzanotte,
sto ritornando a casa –
S’è stancato di me il giorno
io non certo di lui – (1)

Vorrei di primo acchito –anche se per un osservatore vergine saranno di certo altre le particolarità che saltano all’occhio- ricondurre gran parte della temperie del lavoro scultoreo di Claudia Marchetti a questi quattro versi di Emily Dickinson.
La sostanza blandamente ossimorica e antitetica; l’acufene che ne deriva e che porta disagio; l’apparente spostamento nello spazio; e un certo stoicismo espresso tutto in prima persona, senza filtri.
La scelta di una poetessa vorrebbe anche sommariamente sottolineare, come l’universo plastico di Claudia sia quasi unicamente incentrato sulla figura della donna. (L’artista ci tiene a far sapere che: “E’ già abbastanza complicato analizzare e capire i rapporti tra donne, figuriamoci pretendere di interpretare un mondo lontano come quello maschile!”) (2).
Ma si badi che non vi sarebbe a mio avviso possibilità di comparazione con nomi come Anne Sexton, piuttosto che Ada Negri o Amelia Rosselli, in quanto la Dickinson esprime, rispetto all’opera della Marchetti, il giusto equilibrio fra una quotidianità molto ordinaria e dimessa e la potenza espressiva che va a dargli voce e può aprire a mondi ben al di là del quotidiano.
La blandizie retorica dicevamo; la ritroviamo nella modellazione stessa della creta: di taglio solidamente classico e figurativo, riesce però a prendere le distanze dagli aspetti più illustrativi o narrativi, per approdare al fatto (basti ricordare alcuni apodittici titoli, come “Donna in piedi”, “Addormentata”, etc.). Per dirla con Deleuze (3), ci troviamo di fronte più a un figurale che a un figurativo; con l’estrazione della figura, col suo isolamento, c’è, attraverso una serie di lievi accorgimenti (intenzioni), la tensione verso l’astratto, che leggeremo più avanti come una metafisica del quotidiano.
Proprio grazie a questi piccoli particolari, si svela progressivamente e inesorabilmente una disfonia nell’alfabeto della modellazione figurativa, che può produrre anche disagio nello spettatore.
 Le donne di Claudia Marchetti occupano saldamente uno spazio, ma secondo una dinamica primariamente mentale.
Come in Dickinson il “ritornare a casa”, non è altro che un movimento metafisico, così nell’espressività delle sculture assistiamo ad una traiettoria, sì di ritorno, ma del pensiero, in cui il corpo diventa bitta di ancoraggio e testimonianza ossimorica, appunto, della massima entropia emozionale, allo stato di minimo dinamismo fisico.
Questo atteggiamento a tratti stuporoso dello stare delle figure di Marchetti, rappresenta una sottilineatura di sospensione di uno stato e dunque una forma di resistenza “al pandemonio dell’immagine” (4), che tùrbina intorno a noi e rischia di farci perdere la bussola.

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Vincenzo Marsiglia – Arte digitale

In occasione della mostra “Riflessione interattiva” a cura di Chiara Canali che si inaugurerà l’8 Febbraio 2014 presso l’ Ex Chiesa di S. Pietro in Atrio di Como, pubblichiamo su artriOOOps! un articolo su Vincenzo Marsiglia, artista che persegue la ricerca artistica collegata alle nuove tecnologie, in particolare alle app per iPad e realtà aumentata.
Troverete un testo critico di Niccolò Bonechi, un’intervista all’artista e la descrizione dell’installazione ambientale presentata a Artefiera Bologna 2014. A chiudere breve contributo critico di Giuseppe Calandriello.
Buona lettura!

Pharmacy Star Story, 20112012, maiolica decorata Antico Savona, 34x31 cm

Pharmacy Star Story, 20112012, maiolica decorata Antico Savona, 34×31 cm

 

On the occasion of his exhibition “Riflessione interattiva”, curated by Chiara Canali, which opens on February 8, 2014, at the ex S. Pietro Church in Atrio in Como (Italy), we are publishing on artriOOOps! an article about Vincenzo Marsiglia, an artist who studies the impact of the new technologies upon art, particularly referring to the apps for iPad and augmented reality.
The article is accompanied by a critic essay of Niccolò Bonechi, an interview to the artist himself and the descritpion of the environmental installation presented at Bologna’s Artefiera 2014. The post ends with a critic intervention by Giuseppe Calandriello.
Enjoy the read (only in Italian)!