LA PAROLA INFORME – a cura di Sonia Caporossi

Abbiamo intervistato Sonia Caporossi su “La parola informe”, Marco Saya Editore (2018), progetto antologico che accarezzava da qualche anno e che finalmente vede la luce, accompagnato da un consistente apparato critico.
Come dice la curatrice: “L’idea di base era quella di sfatare sostanzialmente il mito della dicotomia fuorviante e illusoria tra poesia lirica e poesia di ricerca […]”, a questo scopo esce questa rosa di 15 autori contemporanei che esemplificano, secondo la Caporossi, il concetto di base di una ricerca letteraria senza pregiudizi di genere.
Gli scrittori/poeti presenti sono: Daniele Bellomi, Enzo Campi, Alessandra Cava, Vladimir D’Amora, Alessandro De Francesco, Gianluca Garrapa, Andrea Leonessa, Daniele Poletti, Michele Porsia, Jonida Prifti, Carlo Enrico Paolo Quaglia, Lidia Riviello, Marco Scarpa, Antonio Scaturro, Silvia Tripodi.

 
 
DP: In realtà un’intervista sulla curatela di un libro è piuttosto semplice, perché prevede una serie di domande di rito, alle quali non ci sottrarremo, ma cercando di capire anche altro.
Come nasce il progetto “La parola informe”?
SC: “La Parola Informe” era un lavoro che mi vorticava in testa da qualche anno. L’idea di base era quella di sfatare sostanzialmente il mito della dicotomia fuorviante e illusoria tra poesia lirica e poesia di ricerca che tanta polemica letteraria oggi alimenta, inconsistente per una serie di ragioni non tanto critiche quanto filosofico-estetiche. Il principio di base in base al quale tale dicotomia non ha ragione di esistere è il seguente. Essendo il fondamento del poetico in quanto tale la forma, ne consegue che il contenuto dei testi può essere qualsiasi cosa. Di conseguenza, non ha ragione di esistere l’antinomia fra la presenza dell’io e la sparizione dell’autore, in quanto i testi assumono valore indipendentemente dai temi e dai problemi in esso e per esso sollevati, indipendentemente dalla presenza o meno dell’io e dell’aspetto emozionale, come a dire che la poesia è (l’)uno e a determinarla è semplicemente la forma che può essere a sua volta (il) molteplice, altrimenti bisognerebbe dire che ciò che da taluni è considerato non-poesia o post-poesia è semplicemente altro. Il termine forma va peraltro sfrondato dal malinteso pacchiano della sua perfetta corrispondenza con l’aspetto della mera tecnica, giacché va inteso fenomenologicamente, in quanto είδος ovvero forma intelligibile del poetico, contrapposta alla materia, ovvero al contenuto, ma anche completata e superata dialetticamente da essa/o. In un’ottica Gestalt, la forma si riferisce a campi semantici come la percezione e l’esperienza. Lo scopo della “Parola Informe” era quello di rintracciare nel panorama ultracontemporaneo italiano autori e testi che riuscissero a non escludere la forma dal contenuto e l’espressione dalla comunicazione come invece avviene in troppa poesia di ricerca attuale. Che riuscissero, insomma, a riunire concettualmente e praticamente i due corni della dicotomia e a rendere comunicativa e comunicabile la parola che non può essere detta o comunicata, ovvero la parola “informe”.

 

DP: In questo senso, non pensi che il titolo, con l’aggettivo “informe”, assuma una valenza negativa, facilmente strumentalizzabile dai detrattori?
SC: L’aggettivo “informe” non vuol dire in questo caso, per quanto ho detto precedentemente, “privo di forma”, bensì “colto nell’atto del suo informarsi”, ovvero del suo prendere forma. Come scrivo nell’introduzione, “gli autori antologizzati, in questo senso, hanno in comune proprio la facoltà di porre un ponte tra il grado zero della scrittura, la forma barthesianamente intesa, e il grado all’ennesima del dicibile, ovvero l’universo semantico delle cose espresso per via analogica, fino al raggiungimento del livello informe della parola, condizione fluttuante in cui il senso si concede alla comprensione, di volta in volta, nell’atto del suo stesso farsi. È, questa, la condizione ultracontemporanea che rende la poesia simile a una filosofia dell’assurdo piuttosto che a un mero gioco letterario, giacché «L’artista sta sempre, esemplarmente, sul discrimine invisibile che separa senso e non – senso, così come, non esemplarmente, ci stanno tutti»” (la citazione è da Emilio Garroni).

DP: Qual è stato il ruolo dell’editore Marco Saya in questo progetto che si distanzia abbastanza dal suo catalogo?
SC: Marco Saya mi ha dato carta bianca con il solito entusiasmo e come sempre avviene per le nostre collaborazioni ormai quinquennali: la Marco Saya Edizioni viene considerata, in modo troppo manicheo, una casa editrice che ha interesse a pubblicare esclusivamente poesia lirica; in realtà l’editore non esprime alcun tipo di chiusura nei confronti delle cosiddette nuove scritture, come la pubblicazione della nostra antologia dimostra molto bene. Aggiungo che Marco Saya, per la passione e la serietà che dimostra nella sua politica editoriale, è fra gli editori più seri oggi presenti sulla piazza, fautore di uno scouting indefesso e dotato dell’esigenza genuina di far emergere davvero il sommerso, senza favoritismi o “pagamenti in natura”.

 

DP: Quali criteri hai adottato per la scelta degli autori coinvolti? Insomma un’antologia è parziale per definizione, pensi che questa tua ricognizione possa avere un seguito, nel senso della maggior specificazione del concetto di “informe”?  Tra l’altro un’antologia di scrittura contemporanea non è mai innocua, voglio dire quali sono le esigenze che ti hanno portato a partorire una antologia del genere oltre alla diatriba tra “lirico” e “sperimentale” e la cosiddetta “scrittura di ricerca”?
SC: Come scrivo nell’introduzione, “Il criterio di selezione che abbiamo tenuto fermo oltrepassa qualsiasi impostazione antologica per età anagrafica o per comunanza di stile, per concentrarsi sulla loro non dissimile inclinazione alla deformazione poietica del dicibile. La scelta ruota infatti intorno al concetto comune di parola informe, la sostanza cangiante e metamorfica che nel logos poetico ricerca il senso estetico delle cose attraverso la presa di coscienza, ancora una volta garroniana, del paradosso sorgente dalle multiformi modificazioni del nesso tra segno e significato, propria dell’esperienza poetica per eccellenza: quella dell’intuizione aurorale, in dotazione ad ogni essere umano, ma presente nell’artista in maniera esemplare, che esista un nesso retrostante all’accostamento tra le parole e le cose stesse, possibile unicamente in virtù del principio cardine del poeticum in quanto tale, ovvero l’analogia”. L’urgenza di mettere in evidenza l’analogia come Bestimmungsgrund della forma è stato il primo motore del progetto, e l’analogia è principio fondante del poetico sia in senso lirico che in senso sperimentale, non ci sono modificazioni se non nell’aspetto tecnico o contenutistico, laddove il principio formale di fondo è lo stesso.  Beninteso, i generi esistono e hanno uno scopo che è quello classificatorio, tassonomico, pedagogico, però bisogna essere sempre consapevoli del fatto che le differenziazioni di genere letterario hanno ragione di esistere solo a scuola come elencatio veterostrutturalista…In questo senso, io mi auguro che questo lavoro critico possa avere un seguito sfrondando la prassi critica attuale da tutta una serie di vizi incarniti come il favoreggiamento di un genere su un altro.

 

DP: La parte critica, molto cospicua nel libro, con una introduzione generale e una nota per ogni autore, riveste un ruolo determinante in un libro del genere. In generale quanto pensi che la critica svolga ancora il suo ruolo di “scouting” e di messa in crisi della percezione comune?
SC: Mia abitudine e prassi critica è quella di dotare le antologie a mia cura di un folto apparato critico e paratestuale, altrimenti il ruolo del curatore si ridurrebbe a quello del mero compilatore scolastico, e sarebbe un peccato intellettuale gravissimo. Inoltre lo scouting, a mio parere, dovrebbe essere un obiettivo fondamentale della critica letteraria odierna, ma deve depurarsi da clientelismi e favori amicali e di parte, malattie di cui la critica appare profondamente affetta. Sono presenti nella “Parola Informe” alcune “nuove scoperte”: da Antonio Scaturro (che dopo un primo exploit essendo stato già finalista di Opera Prima nel 2013 poi aveva interrotto la propria produzione), a Quaglia, che non aveva pubblicato praticamente niente prima d’ora. Gli autori che ho scelto appartengono volutamente ad aree eterogenee: alcuni, come De Francesco, Cava, Bellomi, Leonessa, Garrapa, Campi, Riviello, Tripodi e Daniele Poletti, rientrano dichiaratamente nell’alveo della cosiddetta poesia di ricerca, ammesso e non concesso che tale definizione abbia un senso preciso; altri come D’Amora, Porsia, Quaglia, Prifti, Scaturro o Scarpa possono essere considerati più legati ad una serie di suggestioni formali e contenutistiche varie, persino liriche. Lo scopo, com’è ormai evidente, era quello di superare la dicotomia poesia lirica/poesia di ricerca sia nella scelta degli autori, sia in quella dei testi, fatto salvo il principio estetico della centralità del testo, che è davvero fondamentale.

 

 

Sonia Caporossi (Tivoli, 1973), docente, musicista, musicologa, scrittrice, poeta, critico letterario, artista digitale, si occupa di estetica filosofica e filosofia del linguaggio. Con il gruppo di art-psychedelic rock Void Generator ha all’attivo gli album Phantom Hell And Soar Angelic (Phonosphera Records 2010), Collision EP (2011), Supersound (2014) e le compilation Fuori dal Centro (Fluido Distribuzioni, ITA 1999) e Riot On Sunset 25 (272 Records, USA 2011). Suoi contributi saggistici, narrativi e poetici sono apparsi su blog e riviste nazionali e internazionali. Ha pubblicato a maggio del 2014 la raccolta narrativa Opus Metachronicum (Corrimano Edizioni, Palermo 2014, seconda ed. 2015). Insieme ad Antonella Pierangeli ha inoltre pubblicato Un anno di Critica Impura (Web Press, Milano 2013) e la curatela antologica Poeti della lontananza (Milano, Marco Saya Edizioni, Milano 2014). È presente come poeta nell’antologia La consolazione della poesia a cura di Federica D’Amato (Ianieri Edizioni, Pescara 2015) e, con contributi saggistici, nei collettanei Pasolini, una diversità consapevole a cura di Enzo Campi (Marco Saya Edizioni, Milano 2015) e La pietà del pensiero. Heidegger e i Quaderni Neri a cura di Francesca Brencio (Aguaplano Edizioni, Perugia 2015). Nel 2016 pubblica la silloge di poesie omoerotiche Erotomaculae (Algra Editore, Catania), nel 2017 esce Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi (Marco Saya Edizioni) e nel 2018 cura l’antologia La Parola Informe. Esplorazioni e nuove scritture dell’ultracontemporaneità (Marco Saya Edizioni 2018). Dirige i blog Critica Impura, Poesia Ultracontemporanea, disartrofonie e conduce su NorthStar WebRadio la trasmissione Moonstone: suoni e rumori del vecchio e del nuovo millennio. Vive e lavora nei pressi di Roma. 

AUTOSACRAMENTAL < = > Andrea Leonessa

 

 

Solstizio d’estate 2018, pubblichiamo a distanza di cinque anni da “Postumi dell’organizzazione”, che presentammo sulle pagine di  f l o e m a – esplorazioni della parola, l’ultima raccolta poetica di Andrea Leonessa, “AUTOSACRAMENTAL”.
Pur rappresentando uno spostamento sensibile verso una parola più lirica, per quanto corrosa, “Autosacramental” si inserisce a nostro avviso come la chiusa logica e ideale di un primo percorso di indagine poetica, avviatosi con “Postumi dell’organizzazione” (appunto) e passato attraverso “Eauthanatoproxy” (2015).
In virtù di questa osservazione la pubblicazione integrale di questo ultimo lavoro, in edizione speciale per il nostro sito, anticipa la stampa di un lavoro antologico di Leonessa, per il 2019, che comprenderà estratti dalle tre raccolte indicate.
Intanto buona lettura!

Colloquiale n.17 con Lello Voce

LELLO VOCE

COLLOQUIALE n.17

Su  f l o e m a – esplorazioni della parola  un’intervista a Lello Voce, uno dei nostri intellettuali più controversi e sanguigni che ci parla di poesia, sperimentazione e poetry slam. Buona Visione, cliccando sull’immagine sotto:

in_dasein

 

Nasce in_dasein nuovo blog di filosofia curato da Romina Bicicchi per [dia•foria

La rubrica filosofica in_dasein si propone di rileggere e interpretare i molteplici accadimenti che attanagliano l’essere umano. Partendo da un evento reale o da una semplice domanda universale, con occhio critico e sarcastico, si esploreranno le teorie dei grandi pensatori in grado (forse) di spiegare il problema. in_dasein vuole essere un tentativo di analizzare la realtà sprofondando “nell’esserci”, “nell’esistenza”, “nell’essere-nel-mondo” e nella vita dell’uomo costruita sulle sue idee, affollata dalle sue idiosincrasie, tormentata dai suoi dubbi e angosciata dai suoi mali, con un’unica corda di sicurezza: la storia della filosofia.

Buona lettura! Link cliccando sulle foto.

Colloquiale n.16 con Berlinghiero Buonarroti

 

Berlinghiero Buonarroti è nato nel 1942. Ha insegnato per 15 anni Grafica editoriale presso Palazzo Spinelli di Firenze. È stato disegnatore scientifico botanico presso l’Istituto di Fisiologia Vegetale dell’Università di Firenze. Disegnatore umoristico e grafico. Stampatore artigianale in proprio di volumi a tiratura limitata. Autore di una decina di volumi (Illusioni ottiche, Storia locale, Lingue immaginarie, Encyclopaedia Heterologica ecc.). Fondatore dell’Istituto di Anomalistica e delle Singolarità. Attualmente si occupa di Teorie del comico e di Humour nero.

 

Omino di Ca balà

 

Al di là della biografia tecnica e professionale Berlinghiero Buonarroti è veramente un personaggio singolare nella cultura italiana (e non solo) più trasversale, come illustra bene Sara d’Oriano in questo esauriente articolo apparso su Toscana Oggi.
Studioso infaticabile per inerzia di curiosità e appartato, ha goduto di un periodo di maggior notorietà con l’uscita per Zanichelli di due dizionari suggestivi e bizzarri: “Aga magéra difùra. Dizionario delle lingue immaginarie” e “Forse Queneau. Enciclopedia delle scienze anomale”, entrambi in collaborazione con Paolo Albani. Ma appunto a Berlinghiero non interessano le luci della ribalta e nel suo studio, poco distante da casa sua – archivio zeppo di libri, oggetti, macchine tipografiche e macchine da lui costruite- in una piccola frazione di Firenze, Compiobbi, ordisce le più originali teorie informate alle scienze anomale, ridona dignità storica al suo piccolo paese attraverso diverse approfondite pubblicazioni e studia lo humor nero e l’umorismo grafico in generale. Memoria ferrea e spirito brillante, lo siamo andati a trovare più volte e tra un tipico panino fiorentino con lampredotto e lunghe chiacchierate lo abbiamo anche intervistato! Non dimentichiamo che Berlinghiero è stato tra i fondatori del Gruppo Stanza, insieme a Graziano Braschi e Paolo della Bella, coi quali arrivò a progettare quella che è stata considerata dai critici come “la madre di tutte le esperienze di satira” italiana che seguiranno, cioè Ca Balà.

 

 

Stralcio di una critica di Vittorio Santoianni, tratta dal suo Nelle favolose miniere di Berlinghiero Buonarroti, ed. Polistampa, Firenze, 2013.

Descrivere la vasta e multiforme attività di Berlinghiero Buonarroti appare un’impresa piuttosto ardua; ma forse ricorrendo a una lista (e alle sue vertigini) possiamo compiere un tentativo, approssimato per difetto, di enumerare le sue qualità: artista, umorista grafico, studioso di teorie del comico e del movimento surrealista, disegnatore scientifico, stampatore, compilatore di enciclopedie del «Sapere Irragionevole», costruttore di prodigiose macchine combinatorie…

Berlinghiero Buonarroti non è affatto un nom de plume né un’identità fittizia, ma corrisponde a un artista in carne e ossa, da lunghi anni felicemente operoso nonché incurante dei fastidi e degli ostacoli, ma anche dei richiami e delle lusinghe, ossia le “trappole” disseminate dal mondo esterno lungo i sentieri artistici più autentici. Un luogo appartato e in apparenza periferico, una dimensione quotidiana umbratile, modi cortesi e schivi da rasentare la modestia, una virtù rara e antica che antepone la ricerca all’egotismo e al narcisismo, i classici “vizi” degli artisti, una capacità enorme di lavoro unita a una diuturna e ferrea applicazione: ed ecco gli ingredienti della “formula” dalla quale scaturisce la figura di Buonarroti.
Una traccia preziosa per identificare il proprio lavoro ce la fornisce però lo stesso Buonarroti quando, cercando di descrivere le caratteristiche atipiche della sua natura di artista, insieme alla sua “ermetica” e inclassificabile opera (un’ulteriore circostanza bizzarra per un formidabile catalogatore di discipline e di mondi possibili qual è lui!), dichiara: «amo definirmi un surrealista, uno studioso di quelle “scienze anomale” che si basano sulla “contraddizione”, sull’irregolarità e sulla distrazione, vale a dire sugli strumenti, sui veicoli e forse anche sugli alibi del processo creativo».

Volendo pertanto chiarire nella maniera più agevole l’opera «eterologa» di Buonarroti, bisogna ricondurla ai due comuni denominatori che hanno più forte presenza al suo interno: il comico, nell’accezione delle avanguardie artistiche e letterarie del Novecento – o meglio l’humour secondo la visione bretoniana – e il gioco, che a esso è strettamente intrecciato.
Al di là di questa concezione generale, nella quale il comico e il gioco vengono assunti come “armi” per distruggere assetti sociali e culturali obsoleti, si profila un altro uso più “costruttivo” – quello prospettato da Breton, in cui Buonarroti si riconosce in misura maggiore – dell’humour come «un metodo per rompere ogni adattamento a ciò che è dato, una via per scalzare i limiti reali e storici in cui è chiusa la condizione umana, una “macchina per fare il vuoto”.
L’humour come «suprema filosofia della vita» e il «gioco dell’immaginazione gratuita», per usare le parole dell’artista che specificano meglio il suo personale senso del gioco, possono allora rappresentare due efficaci chiavi d’accesso al mondo poetico di Buonarroti, mettendone in luce la sua complessa struttura, che altrimenti risulterebbe indecifrabile.

[…] La “Grande Opera” dell’artista potrebbe riassumersi nell’inesauribile ricerca dell’ignoto, sotto il potente impulso di un desiderio di conoscenza mai appagato. A chiusura della sua Encyclopaedia Heterologica, Buonarroti scrive in uno stile folgorante un pensiero che sembra l’incipit di un manifesto d’avanguardia, ma che in realtà è la confessione più intima di un poeta: «La più grande debolezza del pensiero contemporaneo risiede nella stravagante sopravvalutazione di ciò che è noto rispetto a ciò che ancora rimane da conoscere. E il vuoto della conoscenza lo colma soltanto il desiderio, solo rigore che l’uomo deve rivendicare. Il desiderio, sola molla del mondo, ha stretto società con l’angoscia della curiosità e insieme seminano delitti impuniti, elucubrazioni disaggreganti e sogni megalomani; ora sperimentano il brivido della gioia panica nel percorrere acrobaticamente il filo del rasoio, coniugando il vortice senza fine della follia con l’esplorazione delle miniere che nascondono l’oro del tempo».

## Ritorno su “spazio di destot” a cura di Simona Menicocci

## Ritorno su “spazio di destot” di Fabio Teti

(a cura di Simona Menicocci)

su  f l o e m a – esplorazioni della parola il primo saggio di approfondimento di Luigi Severi su “spazio di destot” di Fabio Teti.

Cliccando sull’immagine potete accedere all’articolo

 

Il sesso senza fine va a letto con la lingua ortodossa < = > a cura di Carmine Mangone

Joyce Mansour

Cris | Grida

(estratti, 1953)

 

*

Les machinations aveugles de tes mains
Sur mes seins frissonnants
Les mouvements lents de ta langue paralysée
Dans mes oreilles pathétiques
Toute ma beauté noyée dans tes yeux sans prunelles
La mort dans ton ventre qui mange ma cervelle
Tout ceci fait de moi une étrange demoiselle.

*

Le cieche macchinazione delle tue mani
Sui miei seni frementi
I lenti movimenti della tua lingua paralizzata
Nelle mie orecchie patetiche
Tutta la mia bellezza immersa nei tuoi occhi senza pupille
La morte nel tuo ventre che mangia il mio cervello
Tutto ciò fa di me una strana signorina.

 

 

Joyce Mansour (1928-1986) è stata uno dei membri più importanti del gruppo surrealista francese del secondo dopoguerra. Di origini anglo-egiziane, Mansour emerge perentoriamente, in àmbito letterario, con la raccolta poetica Cris (1953). Il suo fervido erotismo, dagli inconfondibili toni beffardi, è come un sasso lanciato nello stagno delle avanguardie degli anni Cinquanta e viene a trasformare un territorio, quello della letteratura erotica, che era, all’epoca, appannaggio ancora tipicamente maschile e maschilista. La sua carica mordace e poetica non viene meno neanche nelle successive prove letterarie. Anzi, si affina e si manifesta compiutamente fino alla metà degli anni Ottanta, elaborando testi di grande carattere, come ad esempio la “suite” poetica Le Grand jamais (1981), inclusa integralmente nella nostra antologia.

 

 

 

*

J’aime jouer avec les petites choses
Les choses pas nées roses sous mes yeux de folle
Je gratte je pique je tue je ris
Mortes les choses ne bougent pas
Et moi je regrette ma fièvre de folle
J’ai pitié de mes parents dégénérés
Je voudrais effacer le sang de mes rêves
En abolissant la maternité.

*

Mi piace giocare con le piccole cose
Le cose che non sono rosee per i miei occhi da folle
Gratto stuzzico uccido rido
Morte le cose non si muovono più
Ed io rimpiango la mia febbre da pazza
Ho pietà per i miei genitori degenerati
Vorrei cancellare il sangue dai miei sogni
Abolendo la maternità.

 

 

IL SESSO SENZA FINE VA A LETTO CON LA LINGUA ORTODOSSA

Poesie di Joyce Mansour e Benjamin Péret, con traduzione e cura di Carmine Mangone

 

In questo ultimo scorcio dell’anno esce un lavoro a lungo vagheggiato, le traduzioni quasi interamente inedite in Italia di testi di due surrealisti eccellenti, Joyce Mansour e Benjamin Péret. Con la cura e la traduzione di Carmine Mangone -che da anni studia e si occupa di letteratura francese del ‘900, con particolare attenzione alle avanguardie storiche e alle loro propaggini- il libro che proponiamo è piuttosto originale anche nella forma. Le sillogi dei due autori si fronteggiano sui due lati opposti del libro e sono accompagnate in apertura da un breve profilo critico dedicato, fino ad arrivare alla metà con un testo cerniera sull’amour fou surrealista, che ricompone in verticale le due sezioni del volume.

Caratteristiche del volume:
F.to: 13 x 23
Pagg.: 136
Copertina: colore
Confezione: brossura
Prezzo: euro 14,00

Il libro può essere richiesto direttamente all’indirizzo: info@diaforia.org o  sui maggiori siti librari in rete: IBS, AMAZON, LA FELTRINELLI, UNILIBRO, etc.

 

 

Benjamin Péret

Je sublime | Io sublimo

 

Égaré | Smarrito

 

Qu’une mésange turquoise batte de l’aile dans la crème
et les pousses de la vigne s’envoleront comme des fausses barbes
chassées par des pavés égarés dans des lunettes
qui ne sont pas les miennes
pas plus que la blancheur d’un bras ne noircit une chevelure
tombant sur des yeux si clairs
qu’on y voit
gelées comme un os tombé du ciel
de longues plantes molles et fragiles comme un torrent de larmes
bataviques brisées
une à une
comme un automobile de luxe qui a heurté un âne
braillant comme un tonneau de mica
comme une asperge qui de terre
et demande s’il est l’heure de dormir
L’heure de dormir est passée
asperge
comme passent les oeufs dans les tirs forains
comme je passe en crachant sur la légion d’honneur
que je rêve d’agrandir jusqu’aux omoplates
afin d’y loger un rat
affamé comme une mitrailleuse tirant sur les flics
L’heure de dormir est passée comme une mésange turquoise
qui se cache dans une armoire
sans arriver à faire croire qu’elle est pleine de linge
Pour dormir et s’éveiller comme une rivière qui saute à pieds joints
dans le tutu de sa chute
il faudrait que la mésange turquoise
sorte de son armoire comme un arc-en-ciel sur un canapé
et me crie
Coucou me voilà

*

Fate che una cincia turchese sbatta le ali nella crema
e le cime della vite prenderanno il volo come barbe finte
scacciate dal pavé smarrito negli occhiali
che non sono i miei
non più del pallore di un braccio che scurisce una capigliatura
cadente su occhi così chiari
da vedervi
gelate come un osso caduto dal cielo
lunghe piante flosce e fragili come un torrente di lacrime
bataviche infrante
una ad una
come un’automobile di lusso che ha investito un asino
che raglia come un barile di mica
come un asparago che spunta dalla terra
chiedendosi se è ora di dormire
L’ora di dormire è passata
asparago
come passano le uova nel tiro al bersaglio delle fiere
come passo io sputando sulla legion d’onore
che sogno d’allargare fino alle scapole
per metterci un topo
affamato come una mitragliatrice che spara sugli sbirri
L’ora di dormire è passata come una cincia turchese
che si nasconda in un armadio
senza che si riesca a credere che sia pieno di panni
Per dormire e svegliarsi come un fiume che salta a piedi uniti
nel tutù della sua caduta
bisognerebbe che la cincia turchese
uscisse dall’armadio come un arcobaleno su un divano
e mi gridasse
Cucù eccomi qui

 

Dadaista, surrealista, rivoluzionario marxista antistalinista, Benjamin Péret (1899-1959) è stato, senz’alcun dubbio, uno dei poeti più radicali del Novecento. Amico fraterno di André Breton, Péret ha partecipato attivamente, fino all’ultimo, al movimento surrealista internazionale, spiccando per intransigenza e rigore teorico. Per quasi quarant’anni è andato elaborando componimenti automatici di grande poeticità e, allo stesso tempo, alcuni tra i testi politici più lucidi del surrealismo storico, tra cui spicca “Il disonore dei poeti” (1945), in cui egli critica aspramente la banalità disarmante dei poeti francesi della Resistenza. Nel 1936, anno in cui va a combattere in Spagna tra le fila degli antifranchisti, pubblica, tra le altre cose, Je ne mange de ce pain-là (i versi forse più violenti del XX secolo, accostabili per veemenza solo ai testi di taluni gruppi punk), nonché Je sublime, raccolta di carattere amoroso, che qui si presenta al pubblico italiano.

 

 

Carmine Mangone è nato a Salerno nel 1967. Di estrazione proletaria e contadina, si avvicina alla poesia e comincia a interessarsi di sovversione sociale dopo la scoperta del punk anarchico e la lettura di Stirner, Lautréamont e Péret. Ha alle spalle studi di informatica e una laurea in Scienze politiche, ma per stare al mondo si è ingegnato spesso e volentieri facendo, in ordine sparso, l’idraulico, l’apicoltore, lo squatter, il curatore editoriale, ecc. Ha pubblicato ormai una ventina di opere e tradotto dal francese Raoul Vaneigem, Lautréamont, Maurice Blanchot, René Char, Georges Bataille, Antonin Artaud e molti altri.Dal 1998 tiene letture e conferenze in tutta Italia, spesso ritrovandosi a spalleggiare figure di rilevanza internazionale come Lawrence Ferlinghetti, John Giorno, Jack Hirschman o Alejandro Jodorowsky. Le sue più recenti pubblicazioni, entrambe del 2017, sono: Il corpo esplicito. Breve storia critica dell’erotismo occidentale (Paginauno) e L’insurrezione che è qui. Max Stirner e l’unione dei godimenti (Gwynplaine). Principale spazio web: https://carminemangone.com/

 

 

# Ritorno su “spazio di destot” di Fabio Teti (a cura di Luigi Severi)

# Ritorno su “spazio di destot” di Fabio Teti

(a cura di Luigi Severi)

su  f l o e m a – esplorazioni della parola il primo saggio di approfondimento di Luigi Severi su “spazio di destot” di Fabio Teti.

Cliccando sull’immagine potete accedere all’articolo

Luigi Severi

Colloquiale n.15 con Fabio Teti

FABIO TETI
COLLOQUIALE + spazio di destot (a seguire…)

Presentiamo l’intervista al poeta Fabio Teti sulle tematiche di scrittura e sperimentazione; nelle prossime settimane invece proporremo due saggi di approfondimento su spazio di destot a cura di Simona Menicocci e Luigi Severi.

BUONA VISIONE!
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Colloquiale n.14 con Luigi Ballerini

Su  f l o e m a – esplorazioni della parola  un’intervista a Luigi Ballerini, uno dei nostri intellettuali più importanti che ci parla di poesia, sperimentazione e editoria. Buona Visione, cliccando sull’immagine sotto: