CCH – no details

Il nuovo appuntamento su artriOOOps! prende in esame il pensiero e l’opera di CCH, eclettico artista livornese, incatalogabile per vocazione e apolide per scelta. Verrà presentato un testo inedito del critico Paolo Emilio Antognoli Viti che prende le mosse da un colloquio tra CCH e il decano Giorgio Bonomi.
Con una matrice fortemente letteraria, ma rigorosamente antididascalico, CCH coniuga l’approvvigionamento di materiali industriali, talvolta molto ricercati, con il recupero di objets trouvés poveri, spesso di scarto.
Una materia “nera” quindi che l’artista rivivifica dopo un laborioso procedimento di metabolizzazione che infonde lo pneuma attraverso connotazioni simboliche, storiche e letterarie.
Tranne che per i titoli, i lavori di CCH non prevedono alcun tipo di spiegazione: l’opera d’arte nonostante la peculiarità materica, fisica, trascende l’oggettualità e (parafrasando Heidegger) non si spiega attraverso la comprensione della “cosa” ma, al contrario, è la comprensione dell’opera d’arte a far capire il significato della “cosa” in sé.
A corollario un’intervista che intende indagare gli aspetti culturali e formali della sua articolata produzione.
Le foto dei lavori sono per espressa richiesta dell’artista prive di schede tecniche.

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Annotazioni su un quaderno a quadretti – da un colloquio tra CCH di Giorgio Bonomi.
http://www.galerie21livorno.com/cch.html
di Paolo Emilio Antognoli Viti

Hic et nunc. Vivere adesso. Nell’assenza della storia, che rivive nel presente.
Ciò che è passato persiste materialmente. Rimane come oggetto, come forma, come scritto…
Sembra appena apparso al mondo.
Se l’oggetto cancella il progetto – anche se due oggetti l’uno accanto all’altro suggeriscono
comparazioni, somiglianze, differenze, genealogie – quest’ultimo nasce dalle azioni materiali e
immateriali della vita – fra cui leggere, viaggiare, guardare…
Individualismo post-ideologico di sopravvivenza.
L’artista non fa più storia sociale, né a sfondo civile o morale – tantomeno.
Volontaria assenza di stile (intenzionalmente – seppure non di fatto).
Personalità multiforme. Io sono mille altri. Gli altri sono in me.
Importanza dell’ambiguità e della contraddizione. Fare i conti con l’inconscio rimandando alla
prossima partita.
Un teatro dell’io – con tanto di platea e spettatori internamente a se stessi.
Nastri adesivi, nastro telato militare, (lavorare sulla tela con la tela)
memoria di Scarpitta, Cotani? Non c’è più alcuna memoria in un oggetto. L’allegoria riguarda solo
lo spettatore, lo spettatore solo.
Corde elastiche con ganci per automobili, catene
velocità, immediatezza, tensione
legare, fermare, tenere l’attenzione
tutto si consuma velocemente, il fare e il guardare – riesca o no, riesca o meno –
ogni volta senza rullo di tamburi, ogni cosa si decide in cinque-dieci secondi.
Lo specchio per quanto invecchiato rimanda il presente. Riflette colui che guarda.
Narciso? Nel teatro interno colui che guarda non è mai solo. La tribuna spia sempre la platea, c’è
una circolarità, un reciproco attendere.
Specchio fasciato con nastri, un restauro accorto – o piuttosto quei cerotti che si mettono sul viso
dopo una rissa o semplicemente un taglio col rasoio, applicato ad arte.
Una maniglia al muro – titolata Attese (con il pensiero rivolto a Samuel Beckett non a Fontana –
Aspettando Godot)
è un trucco circense, anzi teatrale, di cui resta un riflettore su un oggetto. Una maniglia al muro,
come quella di un bagno turco, per reggere cosa? reggere chi?

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Qual è la tua formazione?
Non ho formazione.

Come ti collochi rispetto alle tendenze artistiche contemporanee?
Non ho una tendenza vera e propria…

Le tue opere sono molto diverse tra loro. Questa eterogeneità è voluta?
Il mio lavoro è all’insegna dell’assenza di uno stile consolidato, di conseguenza utilizzo una grande varietà di mezzi.

Noto nelle tue opere molti percorsi e suggestioni culturali.
La partenza è sempre dai testi. Leggendo un libro traggo ispirazione per un lavoro da realizzare, perché inconsciamente lo lego ad essa. L’esigenza di trasporre queste letture è prettamente personale.

Due frasi di Paul Valéry: “L’intelligenza fa di nulla qualcosa, e fa di qualcosa nulla” e “La retina rende tutto contemporaneo”.
Semplicemente che bisogna usare sia l’emisfero destro dell’intuizione che l’emisfero sinistro dell’analisi.

Ci sono movimenti artistici, correnti, anche distanti dal tuo modo di fare arte, che comunque prediligi?
Al di là di movimenti l’arte si divide in quella di serie A e quella di serie B, senza troppi “ismi”. L’arte deve trasmettere inconsciamente qualcosa al fruitore, se riesce in questo è funzionale allo scopo, altrimenti significa che nel migliore dei casi è decorazione allo stato puro.

Quali sono gli artisti della nuova generazione che preferisci?
Gli artisti attuali, soprattutto uomini e soprattutto in Italia non mi interessano: niente di speciale, niente di particolare. Un continuo scimmiottamento di arte povera e stili vari… archivisti senza senso. Personaggi che si atteggiano ad artisti ma sono di bassissimo livello culturale e visivo. Nel migliore dei casi raggiungono uno stile e si fossilizzano. Non sono contemporanei nemmeno a se stessi. I cambiamenti importanti nell’arte contemporanea sono soprattutto di segno femminile. Esiste una incredibile storia dell’arte della donna che è stata in parte dimenticata. Le mie artiste preferite tra le storiche sono Carol Rama, Marisa Merz e molte altre. Tra le contemporanee che reputo veramente interessanti Alicja Kwade, Jorinde Voigt, Michela Nosiglia e Vanessa Safavi.  Seguo l’arte femminile anche come collezionista. La trovo raffinatissima.

Tra i vecchi maestri, invece?
Non saprei… sicuramente il periodo più intenso e interessante in Italia sono gli anni cinquanta primissimi anni sessanta.

Parlaci di alcune tue opere riprodotte in questo articolo:

Specchi
I miei specchi col nastro nascono da curiosità di lettura di arte e letteratura. Essendo suggestioni rielaborate non ci sono spiegazioni logiche di quello che faccio, e anche se ci fossero non sarebbero interessanti per il lavoro in se stesso. L’opera deve avere un impatto visivo vero e proprio, se non c’è perde già il 95% dell’efficacia. Non credo nell’arte sociale, trovo inutile il didascalismo. Non siamo più, ad esempio, nell’epoca in cui la Chiesa aveva bisogno di commissionare dipinti con scene religiose per indottrinare il popolo.

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Quale accezione dai all’opera “svastica”? 
Io non ho mai realizzato un lavoro pensando a cosa pensano gli altri. Se qualcuno nella mia opera “svastica” pensa al nazismo, è un suo problema. Io non voglio dare in alcun modo spiegazioni su un mio lavoro. Coltivo notizie le elaboro e le trasformo in immagini nuove. Assimilare, metabolizzare e trasformare.

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I tuoi “Scardanelli”? 
Si tratta di uno specchio nero.  Lo specchio nero è stato usato in pittura nell’ottocento, dai paesaggisti e nell’occulto. Secondo la leggenda lo specchio nero è una porta per gli spiriti. Niente di più semplice…

 

 

 

 

 

CCH (1973) nasce a Livorno.
Ha studiato all’Istituto d’arte di Pisa e all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Numerose le personali e collettive tra cui: “Jerusalem” Museo ebraico di Livorno (2010); “The Kunstverein shop” ad Artissima di Torino (2012); “13 Premio Cairo” selezionato da Alessandro Rabottini e a cura di Luca Beatrice, Palazzo della Permanente, Milano (2012); “Spinoza”, Galleria De Primi, Lugano, Svizzera (2016); “In Space No One Can Hear You Laugh”, Galleria Giovanni Bonelli, Milano (2016); Miart Milano con la Galleria Claudio
Poleschi Arte Contemporanea, Lucca (2016). Sotto la curatela di Giorgio Bonomi ha tenuto le personali “Il primo Dio Atto Primo” (2015) e “Il primo Dio Atto Secondo” (2016) alla Galerie 21 di Livorno. Paolo Emilio Antognoli Viti ha curato il suo lavoro nelle esposizioni “Retrait(e) ~ Migrant project”, Pavillon Social, Pietrasanta (2012) e “Walking on the mafia”, Blu Corner Project, Room, Carrara (2013).
https://www.instagram.com/cchstudio/
http://www.cchproduction.com/

Paolo Emilio Antognoli Viti (1911) nasce a Lucca.
Storico dell’arte contemporanea e curatore indipendente, co-fondatore di Pavillon social ~ Kunstverein, vive tra Stiava (LU) e Francoforte sul Meno. Ha recentemente pubblicato per Archive Books: “Firenze 1977. Luciano Bartolini, Michael Buthe, Klaus vom Bruch, Martin Kippenberger, Marcel Odenbach, Anna Oppermann, Ulrike Rosenbach &tc. Materials on Italian and German artists in Florence and Villa Romana around 1977 (1976-78)”, Berlino, 2015-2016.
http://www.pavillonsocial.com/site/


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