#nuovicodici [(col senno di poi)]

 

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In occasione dell’ottava edizione della Biennale di Soncino intitolata “A Marco”, 33 artisti
hanno esposto presso Palazzo Stanga Trecco, centro storico di Cremona, nella mostra
collaterale #nuovicodici: dieci sezioni per individuare un percorso alla scoperta dei
variegati codici espressivi dell’arte contemporanea.
A distanza esatta di 148 giorni dalla chiusura della mostra intervistiamo Matteo Galbiati, uno dei curatori della rassegna.

 

– Come si prefigura #nuovicodici nel panorama della sperimentazione artistica?
Quali sono stati i parametri per la selezione degli artisti?

La selezione degli artisti, suddivisa in “stanze” differenti e indipendenti, pur in un quadro
complessivo globale e armonico, è stata attuata da ciascun critico e curatore e ne ha
rispecchiato sensibilità, ricerche e vedute rispetto agli artisti di cui segue il percorso. Gli
artisti sono quasi tutti della nuova generazione e, comunque, rappresentano un ideale
spaccato dell’arte di oggi. Il titolo della mostra, #nuovicodici, del resto vuole proprio
sottolineare questo attraversamento, che più volte ho definito “orizzontale”, senza filtri o
censure, dei linguaggi artistici del presente. Ciò non significa proporre video, performance,
arte tecnologica e digitale, ma guardare anche a tecniche forse più “accademiche” che
trovano, nelle soluzioni dei loro esecutori, una nuova attualità. Gli artisti rappresentano
un’idea di presente, sono il nostro tempo, sono esempi – non esaustivi certo – dei suoi
sentimenti e tensioni.

 

Prospettive incompiute, 2015

Cesare Galluzzo, Prospettive incompiute, 2015, legno, altezza variabile, cm 150

 

– Interessante è anche la scelta del titolo-hashtag. Il cancelletto, oltre ad unafunzione di etichetta per ricerca dell’argomento tematico, è anche usato come
“contenitore” unico delle varie sensibilità artistiche? Cosa ne pensi della naturale
ma limitante tendenza ad “etichettare” i vari artisti e/o movimenti artistici?

Il cancelletto, ripetuto nelle varie sezioni della mostra, e riprendendo quello nel titolo, con
le parole tutte scritte in successione, vuole semplicemente sottolineare le forme nuove
della comunicazione attuale, cui i “codici” artistici esposti nella mostra vogliono far
riferimento. Etichettare l’arte e gli artisti del presente credo voglia dire ridurre a degli stilemi
precostituiti una serie di esperienze non altrimenti codificabili e individuabili. Tolti alcuni –
pochi esempi – di gruppi, ogni artista vive oggi la propria individualità e personalità,
trovandosi spesso in un’inconsapevole solitudine ed isolamento pur nella globalizzazione
degli scambi e delle sollecitazioni cui tutti siamo sottoposti. Volevamo aprire un dialogo e
un confronto tra espressioni differenti che appartengono al nostro tempo, facendo
“parlare” artisti giovani e con esperienze diverse in un dialogo che altrimenti non ci
sarebbe. In questo caso non ci sono etichette precostituite. Non le abbiamo volute, anzi, le
abbiamo eliminate accostando le differenti espressività’.

 

– C’è un filo comune che ha legato le dieci sezioni della mostra?

Come dicevo le sezioni sono state pensate in modo indipendente seppur coordinato e
trovo sia stato davvero interessante e stimolante verificare le differenze di vedute e di
poetiche, ma anche sorprendersi per talune analogie e consonanze. Questo sguardo
ampio e concordante, variegato e ricco, credo sia stato uno degli aspetti che ha
maggiormente colpito noi che l’abbiamo realizzata quando l’abbiamo vista comporsi, e
pure il pubblico che ha visitato le sale di Palazzo Stanga Trecco.

 

Giovanni Gaggia QUELLO CHE DOVEVA ACCADERE, 2015 dal progetto Inventarium, Palermo e Bologna Courtesy Gallera Rossmut, Roma

Giovanni Gaggia, Quello che doveva accadere, 2015, dal progetto Inventarium, Palermo e Bologna. Courtesy Gallera Rossmut, Roma

 

– Mi parli di differenze e analogie artistiche quindi. Come curatore pensi che una mostra sia efficace se esplora le complementarietà dell’arte con opere eterogenee o segua un particolare tema per una visione più opportuna dell’argomento?

Da critico credo che da un raffronto mirato come quello che abbiamo provato a creare qui
possano nascere riflessioni e considerazioni che, a vario livello, arrivano a toccare
sensibilità diverse, dal pubblico all’esperto, dall’appassionato all’intenditore. Se non ci sono
riflessioni profonde, anche solo aver suscitato domande e interrogazioni ci fa pervenire
all’obiettivo che ci eravamo prefissati con questo progetto. Con tema o senza, una mostra
deve avere un compito, deve raccontare qualcosa, deve proporre quesiti, aprire dibattiti.
Esporre secondo le attese di chi le visita condanna le mostre a diventare eventi dalla
retorica ovvia e scontata, svuotandoli completamente del senso che dovrebbero avere. Se
poi si parla di gusto e si riduce tutto a questo, ovviamente il tono del discorso diventa un
altro…

 

-Tu sei uno dei corrispettivi dieci curatori (con la curatela di due sezioni) dellamostra, c’è un trait d’union anche tra di voi?

Ci conosciamo tutti e ci stimiamo. Per alcuni di noi le collaborazioni erano già attive prima di questa mostra, per altri è stata l’occasione per conoscersi personalmente e non solo a distanza. Abbiamo lavorato in modo efficace e senza stonature, sono molto felice che possa passare anche un messaggio positivo rispetto all’impegno critico e curatoriale di una mostra tanto grande che ha visto protagonisti un numero ampio di “organizzatori”. La nostra diversità di letture e il rispetto di questa libertà di visioni sono stati un punto di forza importante, direi fondamentale. Il pool di critici e curatori, supportato con impegno ed entusiasmo dall’organizzazione tecnica, ha dato prova di grande professionalità e soprattutto, cosa non frequente oggi, di sincera passione per il proprio lavoro. Questo, con l’apporto ovviamente imprescindibile degli artisti, ha dato anima alla mostra.

 

– Quanto la scenografia di Palazzo Stanga Trecco ha influito sulla strategia
curatoriale e scelta degli artisti?

Anche in questo caso è dipeso molto dalle circostanze. Palazzo Stanga Trecco è una
sede impegnativa, un contenitore ricco ed articolato, chi l’ha visitato sa bene quanto sia
lontano dal classico white cube, con tutto quello che comporta in termini di possibilità
espositive e limitazioni strutturali. Questo “contenitore complesso” si è poi rivelato, nel farsi
del progetto, un luogo carico di stimoli e di sinergie. Contenitore e contenuto potevano
vivere una loro peculiare reciprocità, senza che nulla stridesse o contrastasse. In questo le
scelte degli artisti con la regia dei critici e dei curatori ha determinato l’esattezza della
mostra e la sua puntualità. Richiamando l’arte del passato e la curiosità che genera, lo
spettatore ha letto anche le opere del suo tempo.
Alcune stanze hanno semplicemente accolto le opere, in altre il rapporto si è basato su un
legame più diretto e necessario. Alcuni lavori, site-specific, sono stati realizzati
appositamente per la mostra e hanno trovato corrispondenze dirette con le peculiarità
presenti nel Palazzo: il pavimento a mosaico, gli stucchi dorati, lo scalone d’ingresso, i
camini, alcuni arredi. Molte opere hanno dato l’impressione di essere, in qualche modo,
sempre state lì o di poterci essere naturalmente.

 

Gianni Moretti, Prima ipotesi di potere, 2015 xerografia su carta velina, 150 x 280 cm

Gianni Moretti, Prima ipotesi di potere, 2015, xerografia su carta velina, cm 150 x 280

 

– Paul Valéry dichiarava «essere i musei non templi ma prigioni dell’arte». In
#nuovicodici sono presenti opere difficilmente “imprigionabili”. Come ti poni quindi
di fronte al pensiero di Valéry? L’idea di un «museo» (o di spazio chiuso espositivo
nella sua accezione generale) ha penalizzato in qualche modo alcune
performance/installazioni?

Credo che quando i musei sono ben diretti mantengono intatto il loro fascino e il loro ruolo,
anche proponendo mostre temporanee e facendo muovere le proprie collezioni. Il museo
deve essere inteso come un organismo vivo e pulsante per assolvere pienamente alla sua
funzione. Il pensiero di Valéry potrebbe essere condivisibile, come dicevo tutto dipende da
quale direzione si vuole dare al museo. Per quanto riguarda le opere “non museabili”
presenti nella nostra mostra, queste sono lo specchio dell’evoluzione dell’arte
contemporanea. Il concetto di opera-oggetto è ormai stato superato o meglio affiancato da
altre espressività e il museo che volesse – scusandomi per il gioco di parole –
musealizzarle, sa bene di avere altri strumenti per fissare la documentazioni di qualcosa
che resta vincolato ad una “consumazione temporale” precisa.
Negli Anni ’50 e ’60 del secolo scorso, ad esempio, la performance ha avuto la sua
consacrazione, ma questo non significa che oggi non possiamo – anche se in altra forma –
trarre conoscenza da quelle esperienze. Chi le ha vissute conserva il ricordo preciso e
assolutamente individuale di quanto proposto, chi le vede da lontano assimilerà quanto
riportato e fissato nei documenti. Questo vale ieri come oggi. L’arte può anche essere
esperienza fugace, l’opera può vivere l’istante della sua proposta e poi riassumersi nella
memoria.

 

– Sono parecchi gli artisti che hanno realizzato opere utilizzando media digitali e
tecnologie contemporanee. Nella “Proposta di un regolamento. Movimento
spaziale”, terzo manifesto spazialista del 2 aprile 1950 (firmato da Fontana, Milani,
Giani, Joppolo, Crippa e Cardazzo), si dichiara che gli “Artisti Spaziali hanno a
disposizione i mezzi nuovi […] e tutti quei mezzi che l’intelligenza umana potrà
ancora scoprire”. Sono tutti dunque “Artisti Spaziali”? Come pensi di questa
generalizzazione, forse un po’ troppo allargata?

Anche se molti artisti, anche quelli della generazione più giovane, si sentono eredi di
Fontana e di quelle ricerche che hanno determinato la maturazione di nuovi codici artistici,
non penso proprio che siano tutti spazialisti. A meno di estendere oltre il confine del senso
stesso di Spazialismo, ma non credo sia il caso di farlo. Quello che affermavano allora era
la lungimirante accettazione consapevole e validissima che l’arte dovesse accogliere
anche i nuovi media quale espressione del tempo contemporaneo. Il pensiero dell’uomo
deve progredire e anche l’arte esplora – e talvolta anticipa – soluzioni e impieghi. Potrei
citare Ugo La Pietra con “La Casa Telematica” del 1972, anticipazione della casa
domotica oggi possibile… Ma gli esempi sono moltissimi…

 

Vincenzo Marsiglia Star stone circle, 2015 ardesia e marmo incisi, 168 x 342 cm

Vincenzo Marsiglia, Star stone circle, 2015, ardesia e marmo incisi, cm 168 x 342

 

– In #nuovicodici è presente la pittura. Dopo tutte le avanguardie e le ricerche
tecnologiche, se consideriamo la pittura un modo “classico” di “fare arte”, quale
rappresentazione fino ad oggi mai intrapresa può essere definita un “#nuovocodice”?

La pittura a mio avviso resta sempre un “nuovo codice”, l’intelligenza di chi la usa e la
pratica fa la differenza. Non è la tecnica a definire la novità o meno, ma il peso, l’urgenza e
la poesia di ciò che l’artista ha e vuole dire. Chi dipinge per inerzia senza dubbio non ha
nulla da comunicare, nuovo o vecchio codice che sia il suo “codice pittorico”. La pienezza
del nuovo sta nella profondità della visione.

 

– Vale lo stesso per la fotografia? Quando, secondo te, esula da un puro valore
documentaristico?

La fotografia documentaristica assolve ad un preciso dovere con codici e canoni definiti,
per quanto sia possibile riconoscervi anche la mano del fotografo che l’esegue.
Non documenta più solamente quando diventa sperimentazione, quando spinge sulle
potenzialità del mezzo, quando ricorre ad altri registri espressivi.
Il fatto che anche la foto possa aprirsi ad altro che al mero documento, è un fatto accertato
fin dalla sua nascita, quando alcuni ne hanno intuito le potenzialità sperimentali.
La versatilità dello strumento e la costante innovazione tecnologica di cui è oggetto
portano, infatti, artisti, fotografi e creativi a recepire gli incentivi e gli stimoli a sollecitarne il
linguaggio.

 

Elena Modorati Riru’s song (Kammermusik), 2015 cera, carta vergatina, vetro, dimensioni variabili

Elena Modorati, Riru’s song (Kammermusik), 2015, cera, carta vergatina, vetro, dimensioni variabili

 

– A distanza di tre mesi dalla chiusura della mostra, quale pensi possa essere
l’eredità di una esposizione come #nuovicodici?

L’eredità di un progetto come questo credo si possa vedere sulla lunga distanza, partendo
dalle evoluzioni delle ricerche degli artisti, da questo si capisce quanto le scelte critiche
siano state indicative rispetto all’esplorazione della nuova arte di oggi, e poi ci si augura
sempre che il lavoro dei giovani artisti non resti mai episodico ma dia corso ad una poesia
che prosegue, si modifica, migliora e si prolunga nel tempo. Ovviamente auspico che, fatta
questa prima esperienza, la ricerca sui “nuovi codici” possa continuare dando seguito ad
altre future edizioni.
Colgo l’occasione per ringraziarvi della vostra intervista, trovo apprezzabile davvero che, in
tempi in cui l’informazione è fatta di mordi e fuggi, abbiate dato così ampio spazio per
l’approfondimento della nostra mostra.

 

Palazzo Stanga Trecco.

Palazzo Stanga Trecco, Cremona

 

Matteo Galbiati (1974) nasce a Monza. Critico e curatore d’arte.
È docente di Storia dell’Arte e scrive per riviste d’arte contemporanea come Titolo,
Espoarte, Juliet, Segno e L’Urlo. È direttore web di Espoarte

 

#nuovicodici

29 agosto / 20 settembre 2015
Palazzo Stanga Trecco, Cremona

 

Artisti

Francesco Arecco, Andrea Botto, Alessandro Brighetti, Canecapovolto, Giulio Cassanelli, Paolo Ceribelli, Mandra Cerrone, Pierluca Cetera, Giacomo Cossio, Aron Demetz, Rocco Dubbini, Alessandro Fonte,
Stefania Galegati Shines, Claudia Gambadoro, Giovanni Gaggia, Nadia Galbiati, Michelangelo Galliani, Cesare Galluzzo, Ricardo Miguel Hernandez, Vincenzo Marsiglia, Luca Moscariello, Salvo Ligama, Elena Modorati, Gianni Moretti, Damir Nikšić, Massimiliano Pelletti, Laura Renna, Piero Roi, Francesca Romana Pinzari, Gianluca Rossitto, Michele Spanghero, Rita Vitali Rosati, Mona Lisa Tina, Zino.

Curatori

Ilaria Bignotti, Milena Becci/Valeria Carnevali, Niccolò Bonechi, Chiara Canali, Matteo Galbiati, Giovanna Giannini Guazzugli, Davide Quadrio, Stefano Verri, Alice Zannoni.


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