MATTEO CIARDINI – ENIGMATICHE [DIS]SOLUZIONI

Il quarto appuntamento di artriOOOps! è dedicato al pittore Matteo Ciardini. L’intervista si prefigge di indagare la sua produzione più mistica e inquietante, dedicata alle figure senza volto. Enjoy the read!

 

 

INTERVISTA A MATTEO CIARDINI 

Figura in preghiera Carbone su carta cm 17x23, 2010

Figura in preghiera
Carbone su carta cm 17×23, 2010

1) Nel libro “L’Uomo che scambiò sua moglie per un cappello” il neurologo americano Oliver Sacks descrive la prosopagnosia o agnosia per i volti come una incapacità del paziente non solo di riconoscere, ma anche di immaginare o ricordare qualsiasi volto. Nelle tue figure notiamo che il volto quando non è leggermente accennato, confuso, è del tutto assente. Vuoi innescare questo deficit visivo nello spettatore o rappresentare figure impersonali?
Ho sentito parlare di questo libro ma non l’ho mai letto. Vedi, il fatto di non rendere riconoscibile il soggetto parte dall’intenzione di non voler rappresentare nessuno in particolare. Quello che mi interessa è la condizione umana, e non chi è rappresentato. Parlo di entità, e non di identità. Questo è visibile anche nelle figure dove taglio fuori dall’inquadratura la testa: certe tensioni cerco di rappresentarle in altro modo, come una postura, o il modo in cui viene tenuto un oggetto. Anche i titoli di queste opere sono semplicemente “figure”. Il vero stato emotivo dell’uomo non ha un volto come comunemente lo conosciamo.

2) Oltre a pittore sei prestigiatore. Quale apporto artistico ti ha fornito questa qualità?
Mah, non ti saprei dire, per me questa è solo una passione, un hobby. Ho iniziato poco prima di entrare in Accademia, frequento alcuni circoli di magia con amici e ogni tanto facciamo qualche spettacolo. Il fatto è che mi piacciono le attività manuali e le sue potenzialità. Le mani sono probabilmente le prime raffigurazioni sulle pareti nelle caverne. Alcune risalgono addirittura a 10.000 anni fa, forse di più. Si pensa venissero fatte usando la propria mano come un vero e proprio stencil, il colore ocra poi veniva soffiato in qualche modo, forse con la bocca, sulla mano cosi che ne rimanesse l’impronta. Con le mani si suona, si scrive, sono le mani ad essere messe in preghiera, a lottare, il chiromante ti legge le mani. E’ il simbolo della nostra presenza attiva nel mondo. La manipolazione è la più alta forma di magia, mi sembra lo dicesse il nostro Silvan. Anche nella pittura che è prima di tutto “artifizio” esistono “trucchi”. Gli antichi lo sapevano bene. Ma tu lo sai, la prima regola, è non svelare il trucco!

Il Mago, 2011, olio su tavola, cm 22x20,5

Il Mago, 2011, olio su tavola, cm 22×20,5

3) Ti riferisci a particolari trucchi tecnici?
Sì, a quelli… ti aiutano poi nella lettura dell’opera; il mio medico una volta mi disse:  “Vedi, in tutto c’è un trucco, basta scoprirlo!” Beh, divertente no?

4) Nel manifesto metodologico che hai redatto a Firenze nel 2010 parli di “Centri di Forza Magici”. Mi spieghi cosa intendi esattamente e come questi “centri” si relazionano con la tua pittura?
Ti sarà capitato sicuramente di trovarti in un posto che per qualche arcano motivo senti non solo familiare, ma che ti rigenera e ti fa capire che il visibile è una porta verso qualcosa di ignoto, ma appunto familiare; può capitare anche in posti dove è la prima volta in cui metti piede, certi luoghi ti parlano, io voglio solo cercare di rendere certe sensazioni, i miei sono tentativi e come ogni artista cerco delle conferme. So benissimo, e questo lo ritengo una fortuna, ciò che devo fare e in che modo lo devo fare: il fatto che non sempre ci riesca subito, è tutta un’altra storia. Per esempio non tutti questi luoghi li sento “pittorici”, in quel caso mi limito a stare lì un po’, anche questo è importante.

Figura, 2013, carboncino su carta, cm 70x100

Figura, 2013, carboncino su carta, cm 70×100

5) Questi “Centri di Forza Magici” sono anche soggetti delle tue opere o spazi intimo/meditativi dove raccogli sensazioni per trarne ispirazioni?
Sono atmosfere. Mi riferisco solo al paesaggio; un soggetto si afferma nell’osservazione di un dipinto, in questi spazi, il soggetto sei tu, intime visioni sul mondo. Sì, sono un pittore intimista. L’ispirazione poi, credo non esista in realtà, non è solo un mestiere ma è soprattutto una condizione quella dell’artista, possiamo essere più o meno ricettivi, esistono intrecci degni di un’opera d’arte in ogni attimo della vita. Ma non bisogna fissarsi troppo su queste storie, il lavoro nasce anche dal lavoro, anzi, soprattutto da quello, e nella fede che gli si dedica.

Figura, 2013, olio su tavola, cm 18x24

Figura, 2013, olio su tavola, cm 18×24

6) Questo “dialogo con il magico” come si esplica nelle tue opere?
Non lo so. So solo che sono contento quando vedo persone alle mie mostre che guardando i quadri hanno sul viso un leggero sorriso: riconoscono e si riconoscono, e non fanno domande, lì capisco che ho centrato l’obiettivo.

7) Quando affermi di “cercare connessioni tra più cose e dimensioni” immagino che non ti riferisci solamente ai rapporti proporzionali, cromatici e di equilibrio compositivo dei tuoi quadri. Di quali “connessioni dimensionali” parli?
Dunque, l’uomo primitivo e ancora oggi alcune tribù, sebbene siano rimaste poche, vivono uno strettissimo rapporto con quello che noi chiamiamo comunemente aldilà, un rapporto mistico e originario, che non è scindibile da tutti gli altri aspetti della comune vita, lo spirituale e il concreto sono la stessa cosa, lo spirituale è concreto, e il concreto è spirituale. Questo credo sia lo stato di origine della natura umana. Il dialogo con il magico è natura sensibile e credo fermamente che un artista debba sempre prenderne atto.

Sciamano, 2013, olio su tavola, cm 22x19

Sciamano, 2013, olio su tavola, cm 22×19

8) Il filosofo Emmanuel Lévinas definiva Il volto altrui come traccia dell’infinito, perché l’infinito vi si annuncia come un passato non riportabile in alcun modo alla presenza dell’essere e del pensiero. Nelle tue opere dove rimane, se c’è, la traccia di questo infinito?
Guarda, sinceramente a questo non ti saprei proprio rispondere in modo chiaro, non mi sono mai posto il problema, o meglio, non l’ho fatto come potrebbe farlo appunto un filosofo. Le conferme le cerco nell’atto creativo fisico, pratico, che ha un inizio, un percorso e una fine; che però non è la fine dell’opera, è la fine della manodopera, tutte le più grandi opere d’arte lasciano sempre un tipo di “apertura” che a volte può essere rassicurante, altre volte ti proietta in un oblio. Anche se il lavoro di “cristallizzazione” chiamiamolo così, inizia prima di questo atto creativo, se penso ad un’idea di infinito forse, non vedo figure, ma energie in trasformazione e tutte legate le une alle altre. Di più non so dirti.

9) In un recente testo critico Fernando Mazzocca ha paragonato queste figure mancanti di volti a sindoni piene di inquietudine ma meno drammatiche, come rassegnate. Qual è nelle tue opere il confine tra la pace di raccoglimento conquistata e la quiete della rassegnazione di fronte ad un evento drammatico?
Il concetto di confine nell’arte è da prendere con grande cautela. Ci sono passaggi, transizioni, ma non confini. Su questo concetto ho sempre pensato allo sfumato di Leonardo, con quella tecnica, lui forse ci dice che non esistono i confini, ma che tutto è in relazione con il resto, che non ci sono rotture nette, confini appunto. Se ci pensi, questo può anche spaventare. Quindi, non credo che esista un confine tra quello che mi chiedi, la rassegnazione che si può riconoscere in alcuni miei lavori come ha scritto Fernando Mazzocca, credo sia una condizione di accettazione del proprio stato.

Da sinistra: figura,2009, pastello su carta, cm 30x24. Figura, 2013, tecnica mista su carta, cm 70x100.

Da sinistra: figura,2009, pastello su carta, cm 30×24. Figura, 2013, tecnica mista su carta, cm 70×100.

10) Qualsiasi opera di un uomo è sempre il suo ritratto, scriveva Samuel Butler, che differenza c’è tra il volto di Matteo Ciardini e quello delle sue opere?
È innegabile che in ogni opera ci sia sempre, da qualche parte un “ritratto”, se cosi lo vogliamo chiamare, dell’artista. Noi siamo lo specchio del mondo che ci circonda e a sua volta il mondo è il nostro specchio. Il vero volto dell’uomo credo risieda nello specchio emozionale, il “volto” delle nostre emozioni. Il detto “metterci la faccia” è in fondo una questione di responsabilità che l’artista ha nei confronti del mondo. La mia faccia è quella. Di quello che creo, me ne prendo la responsabilità! Il volto delle mie opere è il volto di Matteo Ciardini.

Studio

Studio

Matteo Ciardini (1983) nasce a Firenze.
Diplomato in pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze, tiene diverse collettive: alla California State University (CSU) in California, a Palazzo Panichi di Pietrasanta, a Palazzo Medici Riccardi di Firenze, nello Spazio Collezione del Centro Pecci di Prato. Partecipa al seminario con Enzo Cucchi per M-A-M nel Museo Casa Natale di Giotto a Vicchio. Lo storico Fernando Mazzocca si è occupato del suo lavoro curando il testo “Dipingere il silenzio”, in occasione della personale presso Paola Raffo Arte Contemporanea di Pietrasanta, 2015.
matteociardini.jimdo.com

 

 

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1 ”Dipingere il silenzio”, Fernando Mazzocca, 2015.

 


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